“Cari compagni !” di Končalovskij apre una nuova epoca del cinema russo

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Rimandando alle calende settembrine l’inizio lagunare, in epoca di pandemia sanitaria e psicologica, la 77.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia si è aperta a fine agosto a Bologna con la sezione dei classici restaurati tra i quali ha primeggiato “L’Ultima Cena” del 1976 diretto da Tomas Gutierrez Alea, il più grande regista cubano e latinoamericano del XX secolo, una pellicola dedicata alla sua amica Sara Gomez, scomparsa mentre stava dirigendo “De cierta manera” che proprio lui porterà a compimento.

Come da tradizione socialista, i film partono da fatti reali

Come da tradizione socialista i fatti narrati, ancorché mediati dal testo narrativo “El ingenio” di Manuel Moreno Fraginals e dalla sceneggiatura dello stesso Alea, partono da una storia realmente accaduta. Alla fine del XVIII secolo in una delle tante piantagioni di canna da zucchero che lambiscono l’abitato dell’Avana, dette appunto “ingenio”, il proprietario oltremodo devoto, confonde la realtà schiavistica che impone ai ragazzi di origini africane, condannati a una vita miserevole scandita dai colpi di frusta del caporale, con la possibilità di un percorso di avvicinamento alla fede cristiana. Si presenta così nella tenuta il giovedì santo, lava i piedi a dodici schiavi e cena con loro, esaltando la sofferenza terrena come via privilegiata verso il paradiso. Le difficoltà linguistiche, molti schiavi parlano i loro idiomi africani e non lo spagnolo, così come la distanza culturale rispetto a una tradizione come quella cristiana a loro sconosciuta, creano un drammatico cortocircuito che porterà alla tragedia. Gli schiavi bevono e gozzovigliano come mai prima in vita loro, il proprietario sparge prolisse prediche prive di qualsiasi incidenza nella vita di quegli uomini che ambiscono alla libertà, ancorché difficile da praticare avendo conosciuto solo le catene. Il proprietario lascia la piantagione concedendo un giorno di riposo per il venerdì santo, non rispettato dal caporale, ne derivano frusta, violenza, sangue, repressione, morte, a partire da quella del caporale, poi degli schiavi impalati su undici picche di legno, la dodicesima resterà vuota, Sebastian è riuscito a scappare, verso la selva e la sierra. A lui e ai suoi discendenti il compito di costruire quell’isola libera e fraterna che nascerà con la Rivoluzione del 1959. La ricostruzione storica perfetta si accompagna a una fotografia sempre pronta a cogliere la bellezza del dettaglio, del particolare, indugiando su croci e merletti, segno della ricchezza degli oppressori e sulle ferite e sul sudore degli oppressi.

Capire l’URSS è difficile per qualsiasi occidentale

Ci potremmo accontentare di affermare che “Cari compagni !”, ultima fatica del grande Andrej Končalovskij, sia una storia intensa recitata da un’attrice favolosa, Julia Vysotskaja nella parte di Ljudmila, con una fotografia in bianco e nero stupenda e con una ricostruzione minuziosa e straordinaria della quotidianità sovietica del 1962. Basterebbe, ma sarebbe troppo poco. La critica liberal-progressista ha facilmente archiviato il film come un’opera che in qualche modo condanna la società sovietica, in realtà è vero l’esatto contrario: il film riafferma con bellezza di immagini, di parole e soprattutto con potenza di sentimenti che il socialismo non è una strada sbagliata, anzi è stato un mondo eroico, avvincente, ancorché a tratti duro e aspro, che ha provato a costruire la giustizia sociale. Certo è un film di difficilissima comprensione per chi non abbia piena consapevolezza dei valori e dei riferimenti culturali che hanno sostanziato la società sovietica, un realtà antropologica, sociale e ideale sconosciuta agli spettatori occidentali, ogni inquadratura e ogni parola infatti rimandano a un vorticoso complesso comunicativo in cui nulla è lasciato al caso o improvvisato. Il film ci ricorda che i sovietici hanno provato per primi a costruire una nuova società e una buona parte dell’umanità ha ritenuto utile e importante percorrere creativamente quella strada dopo di loro, il popolo cinese e molte altre nazioni, da Cuba al Vietnam, ci dimostrano oggi che il socialismo è capace di futuro e che quindi quella prima esperienza in cui donne e uomini hanno impegnato tutta la loro vita con slancio e abnegazione non è stata né una scelta vana, né una strada sbagliata.

Un regista che contesta non il socialismo sovietico, ma il revisionismo di Chruščëv

“Cari compagni !” piuttosto critica in modo feroce e durissimo i revisionisti kruscioviani che hanno portato al declino e al tracollo politico ed economico l’esperienza sovietica. La protagonista ha in casa, sapientemente inquadrate, due fotografie del compagno Iosif Stalin, fatto non certo normale per una donna che è parte in quel tempo del Comitato Centrale del Soviet locale di Novočerkassk e che riafferma tutta la sua distanza dal XX e XXII Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Ljudmila infatti rifiuta la destalinizzazione e vive come una profonda ferita nel tessuto sociale la rimozione della salma dello statista georgiano dal mausoleo moscovita della Piazza Rossa. In questo, lei, veterana della Grande Guerra Patriottica – la Seconda Guerra mondiale – che ha portato con grandi sacrifici alla vittoria sul nazifascismo, si trova a disagio con la figlia, giovane operaia diciassettenne, convita, per evidente ingenuità, della svolta revisionista. Tutti ricordano che con Stalin i prezzi dei generi alimentari calavano, ora con Chruščëv aumentano. Le legittime proteste vengono così strumentalizzate da facinorosi, operai svogliati, spesso ex criminali comuni rilasciati nel quadro della destalinizzazione dai campi di lavoro e di rieducazione e rifugiatisi nella regione dei cosacchi e dei circassi, in cui non mancano persone storicamente ostili al potere sovietico.

Proprio questi fatti saranno con coraggio ricordati da Ljudmila di fronte a Frol Kozlov, espressione del gruppo kruscioviano, e Anastas Mikojan, comunque legato alla creazione dell’industria agro-alimentare agli albori dell’esperienza sovietica e molto popolare e amato, il primo orientato alla repressione, il secondo al dialogo, giunti direttamente da Mosca per capire la situazione. La giusta protesta si trasforma così in scomposta ribellione e i politici kruscioviani dimostrano la loro inettitudine prima nel non separare coloro che hanno intenti sovversivi dalla massa della popolazione, giustamente risentita per la situazione economica, poi nel non sapere instaurare un dialogo con i lavoratori, infine nel far precipitare gli eventi fino all’inevitabile repressione, messa in atto dalle forze di sicurezza.

Tutti questi errori portano Ljudmila a sospirare un agognato ritorno di Stalin: “non possiamo farcela senza di lui, senza di lui non ce la faremo.” Questo convincimento – tragicamente vero per quella nazione – è la massima sintesi di quest’opera. Fotogramma dopo fotogramma si capisce che più dello scorrere degli eventi, questo è il messaggio profondo che il registra vuole trasmettere. Certo, nel film c’è molto altro ancora, la parziale condanna delle violenze perpetrate in quella regione da Trotskij durante la Guerra Civile russa negli anni ’20, quando era a capo dell’Armata Rossa, sebbene proprio Ljudmila ricordi che in quell’epoca non si potesse agire diversamente, il richiamo all’icona della madonna di Kazan e le lacrime della protagonista, che si fondono con un disperato appello celeste nel momento in cui cerca la figlia dispersa.

La patria, Stalin e il socialismo, l’antica fede ortodossa del popolo russo, se qualcuno affermasse che questo film storico, nel suo non dichiarato ma esplicito intento pedagogico, segnerà, con la sua formidabile ricostruzione di un universo affettivo e ideologico, umano e valoriale, i prossimi anni del cinema russo, squarciando nuovi orizzonti in una prospettiva neo-staliniana, non potremo che sostenere questa interpretazione e rallegrarcene.

“Cari compagni !” è bello, vero, forte, scardina pregiudizi. Questo film è a suo modo un avvenimento epocale, per la prima volta da trent’anni a questa parte in un festival dell’Europa occidentale essere marxisti nel secolo passato – e quindi anche in quello presente – smette di essere oggetto di irrisione o condanna, se non per malevoli prevenuti che vogliano stravolgere il senso della pellicola. Un grande festival come la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che nella sua prima edizione del 1932 ha premiato per la miglior regia il sovietico Nikolaj Ekk per il film “Il cammino verso la vita”, ha avuto il coraggio meritorio di presentare alla sua 77° edizione un’opera di cui rimarrà certamente memoria.

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