Gianni Rodari, sempre comunista!

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Pungente corsivista per “Paese Sera”, quotidiano comunista, con lo pseudonimo di “Benelux”, sempre aderente al materialismo storico e al marxismo sovietico, ancorché attento alla Cina di Mao Zedong, come racconta il suo libro di resoconto del viaggio da lui realizzato alla metà degli anni ‘70, lieto che i suoi libri nei primi anni ’50, mentre erano vietati nelle scuole italiane, perché lui era direttore della rivista per i ragazzi “Il Pioniere” voluta da Palmiro Togliatti, venivano stampati e diffusi in oltre cento milioni di copie in tutti i paesi socialisti, dalla Berlino capitale della DDR a Pyongyang, passando per Pechino e Tirana, non essendo la rottura tra sovietici e cinesi ancora avvenuta.

In Unione Sovietica Gianni Rodari è stato l’autore italiano del Novecento più letto, più amato, potremmo dire più venerato: ogni suo viaggio nel paese dei Soviet – e amava spesso tornarci – è stato trionfale, bambini, giovani e adulti hanno affollato le sale degli incontri nei quali spiegava che, come lo Sputnik, anche la fantasia a tutti gli effetti doveva e deve essere parte del coraggio di immaginare un mondo migliore, tanto umanamente quanto scientificamente, divertendosi a ricordare un episodio dell’infanzia leniniana, citato nella sua “Grammatica della fantasia”: “La casa di campagna del nonno di Lenin sorge, non lontano da Kazan – capitale della Repubblica autonoma dei Tartari – un po’ in cima ad una collinetta ai piedi della quale scorre, portando a spasso le sue anatre, un fiumiciattolo colcosiano. Un bel posto, dove ho bevuto del buon vino con i miei amici tartari. Una parete del soggiorno dà sul giardino con tre grandi finestre. I ragazzi, tra i quali Volodja Ulianov, il futuro Lenin, entravano uscivano di casa per le finestre anziché per la porta. Il saggio dottor Blank, il nonno, padre della mamma di Lenin, ben guardandosi dall’impedire quell’innocente spasso, fece mettere sotto le finestre delle robuste panchette, perché i ragazzi se ne potessero servire nei loro andirivieni senza rischiare di rompersi l’osso del collo. A me sembra un modo esemplare per mettersi al servizio dell’immaginazione infantile.”

Tutto questo in Italia oggi, a quarant’anni dalla sua prematura scomparsa, a un secolo dalla sua nascita e a poco più di 75 anni dalla sua scelta di militanza comunista e partigiana viene assolutamente dimenticato. L’operazione, davvero triste, è quella di ridurlo a un semplice autore di storielle divertenti per bambini, invece i lunghi articoli che ogni tanto scriveva per “Paese Sera”, pensiamo al resoconto della campagna di alfabetizzazione cubana del 1961 e al suo entusiasmo per le campagne di alfabetizzazione promosse da Mao in Cina e da Ho Chi Min in Vietnam, quello indimenticabile in cui stabilisce un commovente parallelo tra sua madre, operaia tessile bambina, sfruttata nel Piemonte di inizio Novecento, e la prima donna nel cosmo, Valentina Tereskova, anch’essa operaia tessile prima di prendere la via del cielo, erano in egual misura apprezzati dal mondo politico e non di rado tradotti e pubblicati sulla “Pravda” e su altre riviste e quotidiani sovietici, come appunto quello dedicato all’eroina di Jaroslav che così, in modo toccante, si concludeva: “Non sono i sognatori che sbagliano, gli utopisti, gli idealisti, quelli che credono nella vita, nel futuro, nelle straordinarie possibilità dell’uomo: sono gli altri, quelli che non credono abbastanza, che non sognano abbastanza, che non hanno il coraggio di volare. Gagarin e la Tereskova sono i nostri ambasciatori nel cosmo, ma sono anche la donna e l’uomo che hanno portato più in alto di tutti le speranze degli altri uomini. Siamo tutti uomini dello spazio, ecco la verità: capaci, cioè, di diventare liberi, sicuri e forti, di abbracciare con lo sguardo visioni immense. A patto di saper aprire gli occhi abbastanza.”

Gianni Rodari resta uno dei giganti della letteratura italiana e mondiale del Novecento, leggerlo aiuta a sorridere con intelligenza del futuro, leggere i suoi scritti politici ci insegna ancora oggi come una vita di militanza sia più ricca di soddisfazioni di una ripiegata individualisticamente nel proprio universo privato, tutte scelte che lo hanno affiancato al più grande pedagogista italiano del Novecento, don Lorenzo Milani, da lui ricordato il 1° ottobre 1967 a qualche mese dalla scomparsa del priore di Barbiana sulle pagine di “Paese sera”: “Una violenta denuncia della nostra scuola è contenuta in “Lettera ad una professoressa” in cui gli allievi di don Milani hanno narrato la loro esperienza scolastica e illustrato i frutti delle loro ricerche. Il libro è un po’ un testamento del prete toscano, ma non spirituale, meglio dire di lotta. Un libro urtante, ‘cinese’, addirittura, in certe affermazioni da ‘rivoluzione culturale’. Non risparmia nessuno. Di una sincerità a volte brutale. Con tutto ciò, il più bel libro che sia mai stato scritto sulla scuola italiana, il più appassionante, il più vero. Vi si respira e misura la rivolta, l’aspirazione inarrestabile alla cultura, la volontà di cultura a tutti costi in cui si muta una profonda presa di coscienza dei propri diritti. Vorremmo consigliarlo a tutti gli insegnanti italiani, perché, nella sua durezza, è un appello alla grandezza della loro missione: anche nella critica ingiusta è un canto d’amore verso la scuola.”

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.