“Wagenknecht” primeggia tra i documentari della Berlinale 2020

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Il documentario “Wagenknecht” della regista tedesca Sandra Kaudelka, nata a Lipsia in DDR, dimostra come si possa ancora oggi realizzare un documentario che parli di politica raccontando una stagione di una nazione importante come la Germania, un film che è un ottimo e riuscito esempio di lavoro documentaristico, capace di mostrare fotogramma dopo fotogramma una donna – Sahra Wagenknecht – dai profondi convincimenti marxisti, mossa dai valori di solidarietà ed eguaglianza, che cerca di vincere le mille difficoltà del tempo presente, spesso confrontandosi con un partito, il suo, la Linke, che sempre più pare abbia smarrito le ragioni dei giovani, dei lavoratori, dei pensionati, per accettare la logica della sinistra liberale che privilegia i diritti civili, dimenticandosi quelli sociali. Proprio la Linke emerge in tutte le sue contraddizioni, non riuscendo a rispondere alle richieste dei cittadini, massimamente quelli un tempo parte della DDR, che chiedono politiche di tutela sociale, elettori che un po’ per disperazione e un po’ per rabbia stanno scivolando verso il partito della destra nazionalista, una scelta che preoccupa Sahra Wagenknecht, la quale ha deciso di fondare il movimento Aufstehen, per unire le ragioni dell’orgoglio per le radici e le origini marxiste e socialiste di tanti cittadini con una grande capacità di leggere e guardare al futuro, partendo appunto dai diritti alla casa, alla scuola, alla cultura, al lavoro, alla tutela nella vecchiaia. “Wagenknecht” è un’opera emozionante, capace di trasmettere, attraverso il pensiero e lo sguardo ugualmente profondi della protagonista, l’attualità di un agire politico che troppe volte appare smarrito o disatteso da tanti politicanti odierni.

Altri documentari sono invece segnati da una banalità e da una superficialità emozionale, piegati alla moda del tutto impropria di scegliere una persona e svelarne con tutta l’artificiosità del mezzo visivo i sentimenti presuntamente privati, in realtà dichiaratamente pubblici in quanto filmati. Due opere in questo senso brillano per la loro totale incapacità di farci capire qualcosa delle realtà che raccontano, uno dedicato all’Arabia Saudita, l’altro all’Algeria.

“Fuga saudita” della tedesca Susanne Regina Meures e purtroppo prodotto dalla Svizzera è tutto intimistico e individualistico, Muna, la protagonista, filma col suo telefonino il suo matrimonio e la sua fuga dall’oppressione, certo tragicamente vera, del wahabismo saudita, tuttavia il documentario è un’occasione mancata per riflettere sul ruolo delle donne nel mondo musulmano, basterebbe attraversare il golfo Persico per scoprire un femminismo islamico di matrice sciita, che porta le donne a primeggiare nella società, in Iran sono più di metà degli universitari, la metà dei medici e un terzo dei dirigenti d’azienda. Invece si fomenta con virulenza un duplice stereotipato pregiudizio, che vede nel femminismo occidentale il solo possibile e nella cultura islamica un nemico delle donne. Gli spettatori saranno certamente affascinati dalla strepitosa bellezza della protagonista che si mostra in reggiseno, tuttavia non occorrono studi socio-antropologici per capire come tali immagini per qualsiasi musulmano siano totalmente lontane dai riferimenti sociali ed emotivi di quei popoli e di quella cultura. Il risultato è un film che in nessun modo ci aiuta a capire l’Arabia Saudita, anzi destinato a produrre nefaste idee stereotipate e fuorvianti interpretazioni della realtà, che resta ben diversa e più articolata di quella mostrata.

In “Nardjes A.” di Karim Aïnouz, la protagonista di nome Nardjes manifesta ad Algeri contro il Fronte di Liberazione Nazionale, ma poi a sera ne canta le canzoni, è contro chi le ha rubato il futuro, perché vuole un’Algeria più bella, ma quale sia la situazione del paese, quali le contraddizioni che hanno animato le proteste, quali le scelte attuali del governo, quale il ruolo dell’Algeria nello scenario internazionale, quali le iniziative sociali che in questi anni hanno contenuto le difficoltà che la popolazione ha attraversato, nel documentario non ci sono, non si vedono e non si capiscono. Nardjes è in piazza l’8 marzo 2019 tra donne e uomini che hanno certamente idee sul futuro dell’Algeria molto diverse dalle sue, lei infatti si veste e si atteggia in modo totalmente occidentale, ma la pellicola cerca, non riuscendoci, di offrirci un quadro di unità nazionale che non solo è impossibile, ma estraneo alla realtà, anche se assunto come dimensione astratta. Un documentario quindi fondato sulla più banale superficialità e che riduce tutto alla storiella di una ragazza, in una forse non voluta ma concreta decontestualizzazione dei fatti.

Altro documentario e altro disastro è “Maiuscole tipografiche” del rumeno Radu Jude. La fine della Romania socialista, avvenuta con i tragici avvenimenti del 1989 offre oggi documenti chiari sui fatti accaduti, a prescindere dal giudizio che si possa avere su Nicolae Ceausescu. Il concorso dei servizi segreti occidentali e sovietici, con la partecipazione di gruppi eversivi come l’italiana Gladio e manovalanza legata al Movimento Sociale Italiano, hanno abbattuto quanto costruito in Romania nella lotta contro il nazifascismo, fomentando e inscenando disordini di piazza privi di qualsiasi fondamento reale, perché la popolazione non sarebbe mai scesa in piazza contro il socialismo sia per il largo consenso che esprimeva al sistema, sia per il radicato sistema di sicurezza messo in atto dallo Stato. Se questi sono i fatti, il film è un’opera inutile e anche in questo caso fuorviante, perché se da un lato ci mostra immagini stupende del repertorio della televisione rumena, molto migliore dei balletti per il presidente che vengono utilizzati normalmente per raccontare quella realtà, dall’altro inframmezza il tutto con la vicenda storicamente insignificante di un paio di studenti che, inneggiando all’esperienza polacca di Solidarność, chiedevano nel 1981 con scritte e volantini un cambiamento di sistema sociale ed economico. Il risultato paradossale di questo documentario è del tutto evidente, si mostra una vicenda di nessuna rilevanza, trasmettendo allo spettatore occidentale l’idea del tutto impropria e non aderente alla realtà che in Romania esistesse un radicato, capillare e diffuso movimento d’opposizione.

Tra i documentari si può annoverare anche “DAU. Natasha” dei russi Ilija Khrzhanovskij e Jekaterina Oertel. Il film è il risultato di un progetto realizzato costringendo diverse persone a vivere insieme in un passato socialista ricreato oggi in ambienti impermeabili alla realtà attuale, tuttavia sebbene sia evidentemente e volutamente diffamatorio e denigratorio, è del tutto fallimentare, perché vorrebbe restituire la presunta claustrofobia, acclarata solo tra gli storici dichiaratamente anticomunisti, del sovietismo staliniano, ma poi è del tutto ripiegato su esasperazioni psico-indivdualistiche prive di qualsiasi connessione con l’epoca che vorrebbe raccontare, un film in conclusione totalmente incapace anche di adempiere al compito che si era prefissato.

Demenziale infine l’intenzione, ancorché pregevole la fotografia in bianco e nero, del film animalista che cerca di promuovere la scelta vegetariana, per altro compiuta dal regista russo Victor Kossakovskij in modo stravagante in epoca sovietica, in “Gunda” si vedono degli animali allevati con rispetto in una fattoria norvegese, un principio imprescindibile per avere carni buone e saporite e non alterate dalle costrizioni degli allevamenti intensivi e dalle cure con antibiotici, il documentario in questione quindi, più che indurre a una scelta vegetariana, ci insegna e ricorda che gli animali vanno cresciuti in modo appropriato prima di finire gustosamente sulle nostre tavole.

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