Ecuador: un tentativo di golpe per impedire le riforme socialiste

in America latina/Internazionale di

Ufficialmente il motivo della rivolta che ha travolto l’Ecuador, sarebbe la legge approvata dal parlamento che interrompe certi privilegi concessi ai membri delle forze di polizia. I poliziotti sono insorti occupando le caserme della capitale Quito e, quando il presidente Rafael Correa si è recato sul posto per tentare il dialogo, è stato accolto con il lancio di lacrimogeni e di bottiglie, ferendolo. Ricoverato in ospedale il Presidente è stato di fatto rapito dai rivoltosi. L’esercito, che ancora non si era schierato chiaramente, occupava l’aeroporto internazionale e di fatto ne chiudeva le frontiere. Nel frattempo gruppi fascisti legati all’ex-presidente della Repubblica Lucio Guitierrez (un neo-liberista che era riuscito a farsi eleggere come esponente di “sinistra”) assaltavano l’edificio della televisione nazionale. Il giornalista militante italiano Gennaro Carotenuto (che gestiva su Twitter la diretta degli eventi) si chiedeva “dov’è l’esercito?”. Effettivamente, se era vero che l’esercito fosse rimasto fedele al Presidente e se è comprensibile, per evitare un bagno di sangue, che esso non irrompesse subito nell’ospedale dove era tenuto ostaggio, per quale ragione non interveniva invece a tutela della rete mediatica, strategica per mobilitare le masse?

La risposta popolare e il ruolo dell’esercito

La risposta popolare e operaia è stata comunque forte fin da subito, con manifestazioni di piazza molto partecipate che chiedevano la liberazione del Presidente e la difesa della sua “rivoluzione cittadina”, il programma di governo di orientamento socialista e organico all’ALBA. La repressione contro i lavoratori da parte della polizia è stata violenta con morti e feriti. Anche qui, peraltro, l’esercito non ha brillato per la sua presenza a difesa della Costituzione. L’atteggiamento ambiguo delle forze armate era sintomo di una profonda spaccatura in seno ad esse: i militari di grado inferiore, in ultima analisi, però sono rimasti fedeli alle masse. La loro presenza e la spinta popolare hanno impedito allo Stato Maggiore di tradire la Costituzione, dando così il via alle azioni di ripresa del controllo sul Paese e alla liberazione di Correa.

Il governo Correa contro l’oligarchia

Eletto nel 2006 su una base di sinistra ampia, comprendente settori patriottici fino ai comunisti, l’economista Rafael Correa ha portato l’Ecuador sulla linea tracciata dal Venezuela di Chavez. Riforme, le sue, che di per sé non costituivano direttamente un pericolo per il capitalismo, ma che andavano comunque troppo in là per la borghesia oligarchica e parassitaria del Paese, che godeva dell’appoggio degli USA, infastiditi dal fatto che Correa non volesse più tollerare la loro presenza militare. Quello che è successo in Ecuador sembra ricalcare quanto avvenuto un anno prima in Honduras ai danni del presidente liberale (!) Zelaya. Questo ci porta a vedere quanto avviene in America Latina come qualcosa di globale: dopo il tentativo golpista contro Chavez, si è riusciti a “normalizzare” l’Honduras e si è tentato di eliminare Correa. Domani potrebbe essere la volta del “prete rosso” Lugo in Paraguay, dove l’esercito ha già minacciato di “fare a modo suo”. Quando si mette a repentaglio anche solo in modo moderato gli interessi di classe della borghesia, essa si rivolta con la violenza: una lezione, questa, ai buonisti della sinistra occidentale!

Il ruolo dei maoisti

Purtroppo nel movimento comunista non mancano elementi che non hanno capito molto la critica di Lenin all’estremismo di sinistra e vedono opzioni rivoluzionarie anche quando non ve ne sono le condizioni. Come negli anni ‘80 il movimento trosksita vedeva in ogni moto di protesta nell’Europa dell’Est uno slancio rivoluzionario per contrastare da sinistra la “burocrazia” polacca o tedesco-orientale; in tempi più recenti il movimento maoista “Bandiera Rossa” del Venezuela si schierava con la destra nella speranza di creare le condizioni per un’insurrezione popolare che abbattesse l’ordine capitalista che la “borghesia bolivariana” (?) di Chavez non avrebbe ancora distrutto; oggi in Ecuador abbiamo visto drammaticamente questa medesima situazione: ad aizzare la rivolta vi era pure il Movimento Popolare Democratico (MPD) – braccio legale del clandestino (clandestino per loro scelta!) Partito Comunista Marxista Leninista dell’Ecuador (PCMLE) – che conta una manciata di deputati fino a poco prima sostenitori del governo Correa. Sul loro sito si accusava già da qualche settimana il governo di essere “autoritario” e di aver tradito il suo carattere ant-imperialista delle origini. L’MPD ha così preso le difese di interessi corporativi di categorie professionali privilegiate come i professori e i poliziotti e qualche settimana prima del tentativo di golpe in una conferenza stampa aveva minacciato Correa di voler passare alle azioni di piazza esemplari per abbattere il suo governo, una spallata da sinistra, insomma, che prontamente è invece avvenuta da destra! Il Partito Comunista dell’Ecuador e la Confederazione sindacale dei Lavoratori (CTE) hanno reagito distanziandosi sia dai maoisti (accusati di essere “avventuristi” e di “giocare ai rivoluzionari”) sia dai sindacati corporativi, e anzi ribadendo l’organica alleanza con il progetto di “Rivoluzinone cittadina” del governo socialista di Correa. Non contenti di ciò il PCMLE ha chiesto la solidarietà della CIPOML, un’organizzazione internazionale retaggio delle esperienze socialiste filo-albanesi che ha contribuito a creare ancora un po’ di confusione nel movimento progressista estero; una confusione subito però messa a tacere dalle informazioni che giungevano da TeleSur e da autorevoli mass-media vicini al Partito Socialista Unito del Venezuela e al Partito Comunista Cubano, i quali chiarivano come quello in corso a Quito fosse un sicuro tentativo dell’imperialismo USA di eliminare uno stretto alleato del processo rivoluzionario di emancipazione latinoamericana, dopo la “normalizzazione” manu militari dell’Honduras lo scorso anno.

Solidarietà dalla Svizzera

Non appena la notizia del rapimento di Rafael Correa è giunta alle nostre latitudini il Partito Comunista ticinese ha contattato l’Ambasciata della Repubblica dell’Ecuador a Berna per esprimere la propria totale solidarietà, mettendosi a disposizione per un’opera di controinformazione qualora il colpo di stato si fosse consolidato. L’ambasciatore ha risposto con una lettera qualche giorno dopo, a pericolo scampato, ringraziando sentitamente il partito ticinese, l’unico che in Svizzera si è mobilitato con celerità senza tentannamenti e chiedendo la notte stessa dei fatti di Quito con una nota stampa che il Consiglio federale si schierasse subito nell’eventualità di un duopolio, dalla parte del legittimo governo democraticamente eletto.

Che fare?

Appare evidente a questo punto che non è sufficiente fare il lavoro “a metà”: assumere il potere per poi amministrare socialmente il capitalismo serve a poco e anzi risulta addirittura estremamente pericoloso, in quanto viene mantenuto un quadro strutturale in cui si possono riprodurre facilmente le dinamiche che permettono alla borghesia compradora di riprendere il controllo della situazione. O i vari presidenti di sinistra (e oltre a quelli sudamericani va citata anche l’esponente dell’AKEL che governa Cipro Sud), decidono di procedere con risolutezza nell’abbattere il sistema capitalista e il potere della borghesia, oppure il rischio diventa estremamente ampio che, in uno stadio intermedio di transizione come l’attuale, le forze della destra peggiore si organizzino per salvare i loro privilegi pericolanti.

Massimiliano Ay

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