Locarno, il sindaco Rusca, una pace impossibile

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“Lo scrittore di romanzi storici
dà con i suoi libri l’immagine del tempo in cui vive”
Kurt Tucholsky

La Società delle Nazioni, nata nel 1919 con la firma del trattato di Versailles, trova sede a Ginevra in Svizzera. Salute, disarmo, lavoro, diritti delle donne. Le preoccupazioni meritorie di questa prima e prodromica organizzazione internazionale sono molte, ma verranno travolte dagli eventi e dallo spirito del tempo.

La Società delle Nazioni è animata da corposi interessi, anche quelli espressi e difesi dal suo promotore, il presidente a stelle e strisce Wilson, la cui nazione mai aderirà all’organizzazione per la resistenza dei parlamentari di Washington ad accettare un confronto con gli altri stati su un piano di parità, un vizio intrinseco alla democrazia capitalistica statunitense, ma è percorsa anche da sinceri slanci, non solo Wilson vincerà il Nobel per la pace, ma anche lo scienziato e professore norvegese Fridtjof Nansen, incaricato dalla Società delle Nazioni del diritto a un passaporto per i tanti rifugiati e apolidi nati dalla distruzione dei vecchi imperi europei e così come quello ottomano.

Certo andrebbe ricordato che il tragico ventennio tra le due guerre mondiali è la certificazione della fine degli stati plurinazionali, la distruzione dell’impero austroungarico, sicuramente non un esempio di avanzata democrazia, ma pur sempre uno stato plurilingue e plurireligioso, né è il più evidente esempio. Solo lo stato sovietico, quello dei comunisti, resterà nella feroce temperie di quegli anni il baluardo di una pluralità altrove inimmaginabile. In Unione Sovietica le lingue, le fedi, moschee e chiese comprese, nonostante l’ateismo dichiarato, i caratteri fisici, da quelli europei a quelli asiatici, sono un patrimonio vissuto come straordinaria ricchezza di popoli fratelli nell’ideale marxista. Il razzismo tra i comunisti viene bandito e combattuto, mentre non solo i fascismi europei, ma anche le democrazie liberali francese e inglese, in ragione dei loro possedimenti coloniali, indulgeranno sempre nei confronti di una razzistica idea di inferiorità degli altri popoli.

La Società delle Nazioni, stretta tra interessi e defezioni, nazionalismi che troveranno nel secondo conflitto mondiale il pieno esplicitarsi, ma già carburano risentimenti e velleità, desideri di veder sventolare la propria bandiera in spregio a tutte le altre, proverà, non riuscendoci, o riuscendoci molto malamente, a contenere l’esplodere di rivendicazioni territoriali e di sanguinosi sommovimenti, spesso di matrice autoritaria e fascista, come era quell’Europa, dalla Polonia all’Ungheria, non solo in Italia. La Società delle Nazioni è anche inerte di fronte al colonialismo, allo schiavismo, preferisce sempre i governi nazionali ai lavoratori che si ribellano, in Germania e non solo. Parla di lavoro, ma saluta con amicizia i socialdemocratici tedeschi che fanno sparare su operai, minatori, portuali e contadini.

Tuttavia in ragione di questo afflato di pace e cooperazione, ancorché esile e precario, il grande sindaco liberal – radicale della Locarno di allora – Giovanni Battista Rusca – decide di convocare, in collaborazione con la Società delle Nazioni, i grandi del mondo nella sua ridente città per una Conferenza mondiale per la Pace. È certo l’occasione per porre al centro della scena e della cronaca planetaria la sola cittadina elvetica con le palme, adagiata in prossimità del lago Maggiore. Rusca è un sincero democratico, un uomo dagli orizzonti larghi, sarà il solo membro del parlamento rossocrociato a votare, nel secondo dopoguerra, contro la messa fuori legge dei comunisti, dopo aver aiutato partigiani e resistenti italiani a partire dai suoi amici del Partito d’Azione di Ferruccio Parri.

La conferenza di pace di Locarno si svolge dal 5 al 16 ottobre 1925, alcuni dei suoi partecipanti vinceranno il Nobel per la pace, in ragione del Patto Renano che qui viene siglato. Non Rusca, che più dei premiati lo avrebbe meritato. L’idea del sindaco, giustissima, travalica la semplice non belligeranza imposta dal trattato di Versailles, un trattato non condiviso, ma brutalmente imposto dai vincitori ai vinti. Rusca ritiene necessario arrivare ad un accordo in cui tutti gli europei siano consapevoli della necessità della pace e della inviolabilità delle frontiere. È questo il Patto Renano, a Locarno i tedeschi Hans Luther, Gustav Stresemann, il belga Emile Vandervelde, il francese Aristide Briand, l’inglese Austen Chamberlain, l’italiano Benito Mussolini, il polacco Aleksander Skrzyński, il cecoslovacco Edvard Beneš firmano un accordo in cui sanciscono l’inviolabilità delle frontiere tra i loro paesi e in particolare quelle belgo – tedesco – francesi. Una firma esile, che sarà travolta molto presto dai rumori di guerra della storia.

Dentro questa temperie culturale e politica, locale e internazionale, il grande scrittore locarnese Arnaldo Alberti ha dedicato pagine gustose e appassionate di un romanzo storico che racconta delle donne e degli uomini della sua terra in quei giorni che hanno trasformato per poco più di una settimana la cittadina lacustre nel centro del mondo.

Nelle pagine di Alberti si incontra così la famiglia Marinelli, che ospita il duce italianissimo, la loro figlia Lea, considerata pazza, giovane, procace e desiderosa d’amplesso, che troverà nel capo del governo fascista non solo braccia capaci di reggere il suo assalto, ma che da quell’amplesso verrà universalmente, taumaturgicamente, guarita. C’è il popolo, ci sono i poveri, gli umili, gli ultimi, quelli della valle Maggia, in cui i Marinelli sono padroni dei mulini, che trovano voce dentro il romanzo soprattutto attraverso Trecciaiola, che osserva, commenta, parafrasa e contrappunta la vita dei grandi, dei ricchi e dei potenti, anche con il sarcasmo irriverente e amante della libertà, che è lo stesso di Arnaldo Alberti.

I fascisti ticinesi, reazionari da burletta, salutano romanamente Mussolini, srotolano nella meravigliosa piazza grande un enorme striscione con la scritta “Evviva il Duce”, che fa sobbalzare il sindaco Rusca, il quale si affretta a farlo rimuovere, sono gli stessi che come si può ascoltare in un grotto o in una vineria ancora oggi dalla viva voce degli anziani, scattavano nel saluto romano davanti alla cornetta del telefono negli anni ’30 e ancora agli albori degli anni ‘40, per poi sprofondarsi in servilissimi e melliflui ossequi, quando gli amici li prendevano in giro con finte telefonate teoricamente provenienti da quella Roma sui cui colli mai sarebbe dovuto tramontare il nero sole del fascismo.

Alberti ci tiene a sottolineare che la sua è pura fantasia, fatti immaginari, tuttavia è stata la famiglia Farinelli ad ospitare in quei giorni Mussolini e in seguito un bambino è nato. Forse anche per questo il suo bel romanzo, che dallo striscione prende nome, con sincera volontà antifascista di irridere l’imbecillità in orbace, ha avuto nella sua patria così limitata eco. Rileggerlo all’approssimarsi del novantesimo anniversario della Conferenza di Locarno, può essere una buona occasione per immergersi nella storia di una terra, quella locarnese, oggi giustamente famosa per l’importante Festival del Cinema, ma che quasi un secolo fa ha visto il mondo volgersi, carico di speranze, al suo agglomerato di case e ville strette in quell’ottobre tra il profumo dell’incipiente autunno e lo sciabordio del lago, teatro di un incontro tra i grandi della terra degno di un moderno G7. Un luogo magico al punto da aver incantato qualche tempo prima anche un irrefrenabile rivoluzionario come Michail Bakunin.

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.