Il PKK curdo perde credibilità fra la sinistra internazionalista ed anti-imperialista

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In un documento recente intitolato “Per la pace e la stabilità nel Medio Oriente“, il Partito Comunista della Svizzera Italiana (PC) aveva richiamato l’attenzione su uno strano fenomeno a cui si assiste in vari paesi occidentali: il fatto che si stia organizzando una gigantesca campagna per riabilitare un organizzazione che, fino ad oggi, figurava nelle liste delle ‘organizzazioni terroristiche’: il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Avvisati dalla risoluzione del PC, i comunisti della Svizzera tedesca sono stati attenti e si sono occupati della questione, pubblicando sul portale “kommunisten.ch” un articolo che contiene informazioni di primaria importanza: si tratta di un intervista che il numero due del PKK ha concesso al giornale austriaco “Der Standard” (2 novembre 2014). Il portavoce del PKK ammette candidamente che il suo “partito” si basa sulla collaborazione con gli USA e conferma che proprio da loro viene rifornito di armi. Si pronuncia poi a favore di una soluzione dei problemi regionali sotto l’egida statunitense. L’articolo si riferisce espressamente alla risoluzione del PC. Non è infatti un mistero che i comunisti svizzeroitaliani godono di buone relazioni internazionali che si estendono anche al Medio Oriente, da cui una delegazione del PC guidata dal segretario politico Massimiliano Ay, è da poco tornata, dopo aver partecipato al Congresso Internazionale della Gioventù Anti-imperialista, ospitato dall’Università del Bosforo (Istanbul). L’articolo constata come l’avviso del Partito Comunista della Svizzera Italiana relativo al PKK si stava verificando nei fatti e pure nei paesi di lingua tedesca, dove persino ampia parte dei media di sinistra e gli organi editi da Partiti progressisti rinomati ci era cascata. Le campagne a favore del PKK cercano di disegnare un’immagine trasfigurata e romantica di questa organizzazione armata, includendo anche una sorta di “femminismo”, esaltando le donne in armi. Si ignora però le realtà, e cioè che il finanziamento del PKK non si realizza con metodi alla Robin Hood, ma col traffico di droghe e con altri crimini. Dello stesso modo si ignora completamente che il PKK è ormai diventato una pedina nelle mani di Washington. Proponiamo per questo ai nostri lettori una traduzione essenziale dell’articolo apparso in Svizzera tedesca:

«Per gli americani e l’Europa la Turchia è diventata un peso addosso …»

 In un intervista con il giornale austriaco di tendenza liberale (Der Standard, 2 novembre), Cemil Bayik, co-fondatore del PKK e uno dei capi di questa organizzazione terroristica ammette francamente che il suo partito ha puntato il suo destino sul patrocinio di Washington. Alla domanda del giornalista Michael Völker relativa alla collaborazione degli USA con il PKK/YPG, il vice di Abdullah Öcalan risponde: “Si, gli americani ci hanno fornito anche delle armi”. Basandosi a quanto pare sui suoi eccellenti rapporti coll’Occidente, arriva alla conclusione: “Per gli americani e l’Europa la Turchia è diventata un peso.” Bayik utilizza l’intervista per celebrare un’immagine ormai conosciuta: “Attorno a Kobanê si sta formando un nuovo movimento di libertà, i curdi si riuniscono dietro di questa città. La loro resistenza ha un influsso anche sull’opinione pubblica e la comunità internazionale”, per poi arrivare all’effetto finale: “Siamo arrivati al punto in cui è un’esigenza che le cose si muovano. Perciò proponiamo che una terza forza sorvegli questo processo. […] Potrebbero essere gli USA, ma anche una delegazione internazionale. Abbiamo bisogno di un mediatore, di osservatori. Noi accetteremmo gli americani e, al nostro modo di vedere, le cose si stanno sviluppando in questa direzione.”

Scopo finale: Non si tratta dei curdi, ma del “New Middle East” imperialista

Una vera perla è la frase seguente: “Per arrivare ad una nuova configurazione del Medio Oriente bisogna risolvere il problema curdo.” Con questo il dirigente del PKK ammette ovviamente che la “soluzione” del problema curdo non è fine a se stessa, ma consacrata da uno scopo maggiore: il disegno del New Middle East. Con tali argomenti, l’intervistato abbandona definitivamente gli interessi curdi per finire nel campo dell’imperialismo. Di un imperialismo che già 100 anni fa ha versato mari di sangue di turchi, greci, armeni, curdi, italiani, francesi, inglesi, russi e soldati arruolati nei paesi coloniali nei campi di battaglia, per dividere la Turchia.

Un imperialismo che nel 1920 si credeva arrivato al trionfo, ma invece si è visto di seguito confrontato con la più dura resistenza della Turchia, repubblica consolidata, anti-imperialista e laica, e alleata alla Russia sovietica. Nel 1923, l’imperialismo si è visto costretto ad accettare la realtà della Turchia kemalista che, dopo la Rivoluzione d’ottobre, appariva comunque come il male menore, giacchè, dato i rapporti di forza del tempo, il prosseguimento della guerra avrebbe comportato il rischio di spingere la Turchia definitivamente nel campo sovietico e di aprire al comunismo le strade a Siria e Anatolia. Quindi l’imperialismo ha modificato e concentrato la sua strategia per rinforzare l’ala destra dei kemalisti, e per impedire che la rivoluzione politica fosse seguita da una riforma agraria.

Oggi, l’imperialismo non è più disposto a rassegnarsi all’esistenza della Turchia e comincia a dimenticarsi sia del Trattato di Losanna del 1923, sia della fedeltà atlantica dello Stato turco durante la guerra fredda, allo stesso modo con cui l’imperialismo ha fatto con la Jugoslavia, inizialmente vezzeggiata e poi, a tempo debito, diffamata, messa fuorilegge e lasciata a sé stessa vittime della stessa propaganda imperialista.

Le dichiarazione del responsabile del PKK confermano l’impressione che Washington stia lavorando con misure mirate per scomporre la Turchia. La campagna per rifare una verginità al PKK ci devono mettere in vigilanza. Dobbiamo chiederci come mai è possibile che il movimento di solidarietà con la popolazione dell’Ucraina dell’Est non si muove di un centimetro nei paesi germanofoni mentre le manifestazioni di solidarietà attorno alla mitologia imperialista stanno lussureggiando. E poi: cosa ha la città die Ayn al Arab (il vero nome di Kobanê) che la distingue di Aleppo, Homs e tante altre città siriane che sono tutte state vittime di ISIS e si sono difese anche loro al più possibile? Allora l’opinione pubblica occidentale si asteneva dal commentare e scrollava le spalle!

Una volta maoista, poi socialdemocratico ed oggi “libertario-feminista”, il PKK ormai chiede la mediazione degli USA

Più allarmante ancora è il fatto che un partito sedicente comunista (una volta maoista, poi socialdemocratico ed oggi colorato in forma modaiola, fra il libertario e il feminista) auspica un ruolo di mediatore proprio per la principale potenza imperialista. Se il portavoce del PKK menziona, come “alternativa” una mediazione internazionale, si tratta evidentemente di chiacchiere e di parole vuote.

Già nel 1920 quando gli inglesi volevano appropriarsi degli stretti turchi, si parlava di un controllo “internazionale”, e lo stesso linguaggio bugiardo prevaleva tra le potenze dell’Entente per legittimare le loro conquiste di guerra in Siria, Palestina, Irak e Libano, chiamandoli “mandati” della Società delle Nazioni per sfruttare ed opprimere i popoli sotto il velo innocuo di “mandatari”.

Questo PKK non merita la minima credibilità fra la sinistra internazionalista ed anti-imperialista. Una volta di più, ci vediamo costretti ad avvertire i compagni della sinistra comunista dal rischio di essere strumentalizzati dall’imperialismo, il quale – come lo stanno dimostrando gli avvenimenti nell’Ucraina e nel Medio Oriente – continua pure sotto l’egida USA di sfruttare armi altrui per uccidere e di servirsi di bracci destri (o sinistri) per fare il lavoro sporco.

Fonte (originale tedesco): http://www.kommunisten.ch/index.php?article_id=1265 (07.11.2014)

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