Il treno va a Mosca, importante film sul VI Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti

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“Il treno va a Mosca” è un docu-film di Ferrone e Manzolini di grande bellezza e di assoluta ambivalenza. Da una lato vi è una parte emozionante, toccante, dall’altra una tristemente deprimente, ma potentissima nella sua lucidità, capace di svelarci il più grande limite del comunismo italiano del secondo Novecento e la sua intrinseca predisposizione alle trasformazioni di un ventennio fa. Un film quindi che merita di essere visto con attenzione e con uguale attenzione meditato.

Da un lato vi è il fascino, straordinariamente documentato, della vitale solarità della gioventù progressista del mondo che si ritrova a Mosca nel 1957, quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre e pochi mesi prima del lancio del primo satellite creato dagli uomini, lo Sputnik, a cui Salvatore Quasimodo dedicherà una insuperata poesia, in occasione del VI Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti. È emozionante vedere le ragazze moscovite che salutano festose l’arrivo dei delegati e le tante immagini di Mosca in quell’anno, sempre contrappuntate dalle note di “Padmaskovnie viecera”, ovvero, nella versione italiana “Mezzanotte a Mosca”, la canzone scritta appositamente per quel Festival. Sono immagini rare, un documento storico imprescindibile.

L’inaugurazione del Festival allo stadio Lenin è uno dei momenti più straordinari del film, quel Festival con 34mila delegati resta a tutt’oggi il più partecipato, neppure il XVIII del dicembre 2013 a Quito raggiungerà quel numero di partecipanti. Il film racconta dei 90 treni, delle 3500 navi e dei 1300 autobus che portano i delegati da ogni parte della terra.

pixartprinting-template-grande-formato-manifesti(1)Allo stadio il vecchio amico e compagno di Stalin, di cui si vedono campeggiare ancora un paio di statue nella Mosca del ’57, il generale Voroscilov, presidente allora del Soviet Supremo, apre il Festival. Sfilano le delegazioni, c’è l’Algeria, con la sua bandiera, sebbene ancora non indipendente e in guerra contro De Gaulle, ci sono i cinesi con un dragone colorato, gli albanesi, i qatarioti ancora in lotta per l’indipendenza, gli ungheresi con la bandiera che riporta il nuovo simbolo nazionale dopo l’avvento del compagno Kadar alla guida del partito, gli egiziani con un grande ritratto di Nasser e i giovani e le giovani di tutte le altre nazioni presenti, ben 131 quell’anno.

Tra i delegati romagnoli Sauro Ravaglia, il quale tuttavia rimane perplesso di come in alcuni casi, dietro i grandi viali monumentali moscoviti, sopravvivano le vecchie case di legno, dove si dorme in tanti con un materasso per terra. Nessuno aiuta Ravaglia a riflettere sulle differenze tra Occidente e campo socialista e Ravaglia rimane deluso dal fatto che i consumi materiali dei sovietici siano inferiori a quelli degli italiani.

Certo, non è colpa del giovane militante e barbiere della ravennate di Alfonsine, se nessuno in sezione gli ha spiegato che i sistemi politici ed economici del socialismo e del capitalismo sono imparagonabili, per di più è quella l’epoca dell’idiota proclama di Crusciov al XXII congresso del PCUS del 1961, in cui indicava la realizzazione del comunismo attraverso il superamento degli stati occidentali nel livello di consumi materiali, stabilendo nel 1980 la data di tale risultato.

Il capitalismo occidentale, oggi come allora, si fondava e si fonda sull’esclusione di larga parte dei suoi cittadini dai benefici della sua ricchezza, scientemente distribuita in modo diseguale, una ricchezza per altro fondata sula rapina delle materie prime energetiche e alimentari del Sud del pianeta, praticata con migliaia di morti sotto ogni latitudine in miniere, fabbriche e campi.

Il socialismo è tutt’altro, è universalità dei diritti umani, piena occupazione, casa e scuola per tutti, sanità e pensioni garantite, ritmi di lavoro non stressanti, come lo stesso Ravaglia aveva osservato a Mosca nelle officine, è costruzione di un sistema fondato sull’uguaglianza, non sullo sviluppo illimitato nella produzione di oggetti, spesso desiderati per interessata induzione pubblicitaria promossa dal mercato capitalistico, orientato per altro alla produzione di merci quasi sempre socialmente inutili.

Tuttavia nelle sezioni del PCI di allora si propagandava con una certa facilità che coi comunisti al governo al posto dei democristiani si sarebbe vissuto in una maggiore ricchezza, con una superficialità che non ha nulla di marxista-leninista.

I militanti e gli iscritti comunisti che auspicavano più sviluppo e più ricchezza, in una lettura esclusivamente produttivistica ed ecologicamente insostenibile di un progresso e di un aumento dei consumi in marcia verso una crescita esponenziale e illimitata, dentro una lettura assente, imprecisa o peggio distorta dei rapporti di classe, con una idea molto simile a quella socialdemocratica dell’azione politica, entreranno totalmente in conflitto con le masse giovanili della stagione della contestazione, negli anni ’70 e finiranno nel Partito Democratico (e le sue precedenti trasformazioni) dopo il 1989.

Ravaglia, persona onesta e semplice, militante sincero, prova ad andare nel ’64 in Algeria, ma si trova fuori luogo tra i giovani europei che teorizzano un radicale impegno antimperialista, raggiunto dalla notizia della morte di Togliatti rientra a Roma.

Il film non lo dice, ma certo Ravaglia non avrà capito i giovani maoisti e marxisti-leninisti che negli anni ’70 chiederanno più uguaglianza, rimanendo egli costretto dentro le logiche di un PCI che, anche nelle stagioni del largo consenso berlingueriano, mostrava tutte le contraddizioni che hanno portato alla attuale sparizione dal panorama politico italiano di un movimento unitario, forte e organizzato dei comunisti.

Davide Rossi

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.