Assasinate a Parigi tre dirigenti curde del PKK. Quali i retroscena possibili?

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Tre donne di etnia curda sono state assassinate a Parigi nei giorni scorsi. Tutte e tre erano funzionarie del Centro di Informazione del Kurdistan, una sorta di lobby politica ma anche finanziaria direttamente controllata dall’apparato clandestino del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), un’organizzazione armata considerata terroristica da numerosi paesi. Un’esecuzione: un colpo alla nuca con silenziatore che ha suscitato lo sdegno della comunità curda, la quale, nel giro di poche ore, si è riversata nelle piazze in segno di protesta. Questa esecuzione avviene in un momento molto delicato della storia della Turchia. Proprio nei medesimi giorni in cui le tre donne venivano freddate, emissari di alto rango del governo di Ankara stavano conducendo una difficile negoziazione con il leader del PKK in carcere, Abdullah Öcalan, per finire le ostilità armate ed accordare a quest’ultimo numerose concessioni. Come spiega il quotidiano francese “Le Monde” nella sua edizione on-line del 10 gennaio 2013: “questo assassinio politico ha tutta l’apparenza di un tentativo di sabotaggio del processo in corso. Resta da determinare chi approfitta di questo crimine. Un regolamento di conti interno al PKK? O opera delle reti di ultranazionalisti turchi da sempre attivi in Francia? Il movimento curdo già in passato aveva proceduto ad esecuzioni di dissidenti usciti dalla linea politica”.

Regolamento di conti?

Questa pista potrebbe sembrare fuori luogo, visto che una delle vittime, Sakine Cansiz, era addirittura co-fondatrice del PKK e considerata molto vicina al leader Öcalan. E tuttavia bisogna tenere presente qualche altro dato che finora molti mass-media occidentali hanno scordato (?) di indicare. Anzitutto andrebbero presi in considerazione i forti legami del PKK con i governi dell’UE: non solo il presidente francese François Hollande (PS) ha ammesso che Sakine Cansiz era regolarmente sua ospite, ma come noi di Sinistra.ch abbiamo documentato in questo articolo (leggi), il PKK aveva strette relazioni con il PASOK greco e i servizi segreti ellenici. E poi, per quale motivo nessun giornalista dice che il Centro di informazione del Kurdistan di Parigi (peraltro assieme a quello di Bruxelles) è di fatto la centrale finanziaria dell’ampia rete economica della diaspora curda in Europa? Da lì transitava l’ingente tesoro del PKK, delle innumerevoli aziende e banche ad esso indirettamente legate e dei vari movimenti-copertura con cui opera nella società civile europea. Facile immaginare quindi che si possa trattare di una resa dei conti per ragioni economiche. Peraltro l’eventuale sottoscrizione di un accordo con il governo turco comporterebbe l’esilio concordato in paesi europei di molti quadri del PKK, non solo quadri militari ma anche non pochi dirigenti del business curdo controllato da Öcalan. Ciò, secondo alcuni esponenti più radicali del PKK, indebolirebbe i finanziamenti dell’organizzazione che, non è un mistero, sono basati in larga parte sul contrabbando nelle zone di confine irachena e iraniana, sul narcotraffico e sulla tratta di esseri umani (che una volta stabilitisi in paesi come la Svizzera devono pagare la “tassa rivoluzionaria” al PKK, una sorta di “pizzo” estorto spesso con la forza, come anche la magistratura elvetica ha sentenziato). A ciò va aggiunto che fra Sakine Cansiz e Bahoz Erdal, un dei vertici dell’ala militare del PKK si era sviluppato un dissidio profondo noto ai dirigenti della comunità curda. Un tale dissidio, nel momento attuale, in cui Öcalan sta negoziando con il governo turco e in cui, nel contempo, sta nascendo una frangia dissidente nel Partito che invece vuole continuare l’azione guerrigliera che finora ha provocato 40mila morti, sarebbe stata estremamente pericolosa per permettersi di tollerarla in una struttura verticista e militarista come il PKK.

L’ammiccamento con RSF

La bandiera dei ribelli sirianiEsclude totalmente la tesi della resa dei conti interna, naturalmente, Erdelan Baran, presidente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia ed esponente del PKK, che replica: “questo è il tipico argomento utilizzato dai media turchi, corrotti dal proprio governo, per spostare l’attenzione dalla realtà” e subito dopo svia il discorso dicendo: “chi ha scritto la verità e racconta fatti concreti attualmente è nelle carceri turche. Secondo Reporters sens frontières la Turchia è la più grande prigione al mondo per i giornalisti”. Purtroppo le affermazioni di Baran non convincono molto: i media turchi che più di tutti danno adito all’ipotesi della lotta intestina al PKK non sono propriamente “corrotti dal governo”, anzi sono l’espressione principale del dissenso a Erdogan: pensiamo solamente al quotidiano turco di ispirazione marxista “Aydinlik” (che conta fra l’altro alcuni suoi giornalisti in carcere) e al quotidiano dalla sinistra kemalista “Cumhuriyet”. Il dato però sicuramente più interessante è che l’esponente curdo in Italia citi proprio “Reporters sans frontières”: essa infatti – come Sinistra.ch ha documentato in questo articolo (leggi) – è un’agenzia di giornalisti sostenitori dell’imperialismo e della strategia delle cosiddette “rivoluzioni colorate” per esportare la “democrazia”, finanziata dall’Agenzia per lo sviluppo internazionale (USAID) e dalla National Endowment for Democracy (NED), organizzazioni collegate direttamente ai servizi d’intelligence statunitense, e che è stata di recente sanzionata dall’UNESCO per aver inventato notizie nell’ottica di denigrare alcuni paesi scomodi al governo di Washington. Insomma: strano che il movimento di autodeterminazione curdo, preteso anti-imperialista e addirittura “comunista”, venga favorito da queste fonti.

Terrorismo di Stato?

Se invece prendiamo in considerazione la pista del sabotaggio del processo di pace, dobbiamo tenere presente alcuni dati. I servizi segreti turchi (MIT) sono fortemente collusi con la CIA, se quindi si tratta di un’azione di terrorismo di Stato, l’ordine deve essere arrivato da Washington, che però è uno dei principali sponsor della trattativa fra il premier Recep Tayyip Erdogan ed Öcalan. Inoltre l’accordo fra governo turco e PKK consiste nell’avviare una riforma federalista della Turchia, proprio come rivendicato da Öcalan e chiesto anche dagli Stati Uniti. Gli avversari a questa scelta sono da ricercare quindi altrove, ma non è evidente trovarli, infatti anche nei partiti repubblicani storici, come il CHP (membro dell’Internazionale socialista) e il MHP (nazionalista), c’è sostegno alla linea di Erdogan nel primo caso e una linea defilata nel secondo caso. L’unica forza che avrebbe potuto ostacolare il processo di pace sarebbe stato l’esercito turco, se non che negli ultimi mesi Erdogan ha fatto arrestare e destituire oltre cinquecento generali critici verso la NATO e in gran parte proprio in prima linea alla lotta al PKK, assicurandosi così il controllo sulle forze armate.

La sinistra in Turchia

I promotori del “federalismo”

Escludendo il Partito curdo BDP, membro osservatore dell’Internazionale socialista e braccio legale del PKK, e il partito laburista di ispirazione “enverista” EMEP (che di fatto ne è subalterno), che hanno accusato il governo turco di stare dietro all’omicidio, il resto della sinistra del Paese non si è schierata con i separatisti curdi. Il Partito Comunista TKP, partito di quadri di tendenza marxista-leninista, ha assunto una posizione tendenzialmente neutrale, facendo però pubblicare sul proprio sito di informazione “Sol” (http://haber.sol.org.tr/devlet-ve-siyaset/medya-sakine-cansizi-daha-once-2-kez-orgut-ici-hesaplasmada-odurmus-haberi-66041) un articolo in cui si documenta come Sakine Cansiz fosse stata data per morta già due volte: nel 1991 e nel 1999, quando in realtà occupava posti di rilievo nella diaspora. Nei documenti congressuali del TKP si ribadisce che i lavoratori curdi e turchi devono unirsi contro la borghesia turca e curda e non perora né la causa del separatismo etnico né quella del federalismo, così neanche gli altri due gruppi leninisti più noti, come il Partito Socialista Operaio (TSIP) e il Partito della Liberazione Popolare (HKP). Il Partito dei Lavoratori (IP), partito di massa della sinistra post-maoista, dal canto suo mantiene da anni una linea molto severa contro il separatismo curdo e il PKK. Una posizione dovuta certamente al fatto che le prime vittime delle scorribande armate degli agenti di Öcalan sono stati proprio alcuni dirigenti curdi di IP, giustiziati barbaramente sul finire degli anni ‘70. IP considera il PKK sodale dell’imperialismo americano che vuole balcanizzare tutti i paesi dell’area mediorientale per poterli meglio assoggettare, e avvalora per i fatti di Parigi la tesi della resa dei conti fra clan curdi.

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