dopo 6 settimane di scuola reclute

Quando l’esercito svizzero sparò contro il proprio stesso popolo… una triste ricorrenza a Ginevra

L’esercito svizzero non ha mai sparato – scriveva beffardo lo scrittore elvetico Max Frisch – ma quando ha sparato, lo ha fatto contro degli operai svizzeri, non certo contro degli invasori. Ed è proprio così: le armi, la milizia del nostro paese non le ha mai usate contro le minacce nazifasciste (anche perché il consigliere federale Giuseppe Motta ammirava il Duce e il generale Henri Guisan non mancava di recarsi a Berlino), ma furono impiegate per mantenere l’ordine costituito, ossia assicurare il potere ai partiti borghesi e reprimere ogni resistenza operaia e sindacale un po’ fuori dalla righe. Già durante lo sciopero generale del 1918 la milizia fu impiegata per imporre la “pace del lavoro” ai sindacalisti troppo esuberanti ed era il 9 novembre 1932, 80 anni fa, quando 13 civili, lavoratori, padri di famiglia, furono assassinati dall’esercito svizzero: la loro colpa? Essere antifascisti e di sinistra!

Tutto iniziò così…

Tutto iniziò il 5 novembre 1932 con un manifesto dell’Unione Nazionale, organizzazione dell’estrema destra ginevrina, che invitava i suoi accoliti a riunirsi per celebrare un finto processo (come i nazisti facevano inizialmente in Germania) contro Léon Nicole e Jacques Dickers. Il primo è caporedattore del quotidiano “Le Travail” ed è il bersaglio privilegiato dei fascisti, il secondo è un avvocato socialista molto vicino a Nicole.

La risposta della sinistra ginevrina

Il Partito Socialista e l’insieme delle forze progressiste del Cantone chiedono a gran voce al governo ginevrino di vietare l’assemblea pubblica fascista. La richiesta non è accolta dalle autorità con il pretesto della libertà di riunione. Non è difficile capire questa decisione, in quanto l’Unione Nazionale garantiva al governo la maggioranza dei deputati al Granconsiglio ed era rappresentata nell’esecutivo da Edmond Turrettini. Di fronte a tale risposta dalle colonne de “Le Travail” Léon Nicole chiama tutti gli antifascisti a presentarsi alla riunione pubblica e controbattere alle accuse dell’Unione Nazionale, e qualora ciò fosse impossibile di impedire l’evento. Il fascismo non è un’opinione: è un crimine, e come tale non va tollerato dal falso buonismo “democratico”! Questo, a differenza di oggi, è ben scolpito nella testa di tutti i militanti della sinistra svizzera di quegli anni, persino quella più moderata. Il 9 novembre cinquemila persone si raduano a Plainpalais, ma dei cordoni impediscono ai militanti della sinistra di raggiungere il luogo dell’assemblea. La maggior parte della folla si dirige allora verso il viale del Pont d’Arve, davanti al palaexpo, dove l’anarchico Lucien Tronchet, leader del sindacato metallurgico locale, il comunista Francis Lebet e Léon Nicole tengono dei comizi. Eppure una parte dei manifestanti riesce a infilarsi nella sala in cui i fascisti stanno “processando” la sinistra. Il militante del Partito Comunista, Gilbert Francioli, tenta di prendere la parola nel processo-farsa, ma il servizio d’ordine della destra lo aggredisce. Francioli perde conoscenza sotto le botte degli squadristi che lo espellono dalla sala. La Polizia osserva la scena e non interviene. Intanto i simpatizzanti della sinistra aumentano e tentano di superare i blocchi delle forze dell’ordine per entrare nella sala occupata dai fascisti.

La destra ginevrina chiede rinforzi a Berna

Già al mattino del 9 novembre, il liberale Frédéric Martin, capo del Dipartimento di polizia, cioè il ministro della giustizia di Ginevra, prende la decisione di domandare preventivamente al Consiglio federale l’invio di rinforzi alla polizia cantonale. Il governo federale accoglie con celerità la richiesta e ha la nefasta idea di spedire sul posto una compagnia di una scuola reclute appena alla sesta settimana di addestramento. La manifestazione dei lavoratori socialisti, comunisti e anarchici intanto prosegue: certamente la tensione è forte, ma non vi è certamente un movimento insurrezionale, semmai vi è una richiesta di rispettare la Costituzione calpestata dai fascisti. Eppure Frédéric Martin alle ore 21.00 ordina all’esercito di intervenire: 120 reclute di leva della compagnia ai comandi del primo tenente Raymond Burnat giungono sul posto. La folla è inferocita e preme sui cordoni, alcune reclute vengono disarmate dai lavoratori antifascisti che rompono i fucili e gettano a terra gli elmetti. Raymond Burnat, i cui orientamenti anti-socialisti e anti-comunisti sono chiari, dà disposizione ai suoi uomini di inserire il colpo in canna. E’ una decisione già di per sé irresponsabile, nessun soldato si pone però il problema e nessuno osa contestarlo.

Figli che uccidono i padri

Dopodichè l’ordine: “Un coup, tirez bas, feu!”. I ventenni in uniforme, addestrati a ubbidire ai superiori, eseguono e fanno fuoco sui manifestanti. Tredici operai sono uccisi sul posto e 65 vengono feriti dalla sparatoria. Fra i caduti vi è anche il 38enne presidente dei comunisti di Ginevra Henri Furst, alle cui esequie partecipano migliaia di persone, ma vi è pure Francis Clerc, il cui figlio è proprio una delle reclute che ha aperto il fuoco. Il servizio militare è uno strumento attraverso il quale la classe dirigente riesce a “irretire tutti” – per dirla con lo storico Luciano Canfora – e queste reclute perlopiù di estrazione operaia a contadina e sicuramente prive di simpatie fasciste, non hanno avuto tentennamenti e hanno ucciso non solo i propri stessi connazionali (quando in teoria la milizia serve a difendere le frontiere dall’invasore), ma i loro stessi genitori e compagni. Una riflessione ancora attuale, soprattutto oggi che si dovrà presto votare sull’abolizione della leva obbligatoria!

Parola d’ordine: sciopero generale!

Dopo la carneficina la folla rifluisce verso la rue de Carouge, dove un corteo si riorganizza, questa volta guidato dai quadri del Partito Comunista. La manifestazione attraversa la città e si dirige verso Cornavin e chiama i sindacati allo sciopero generale come protesta politica per la repressione mortale subita. Il giorno successivo l’indicazione dei comunisti viene fatta propria anche da altri settori della sinistra ginevrina ed è fissata la data del 12 novembre come giorno dello sciopero generale. La mobilitazione però viene in parte frenata dai dirigenti sindacali che stanno intorno al sindacalista socialista Charles Rosselet che cerca subito di calmare le acque nonostante i morti e lo spirito combattivo dei lavoratori ginevrini.

La repressione dei partiti borghesi contro la sinistra

Nei giorni seguenti moltissimi militanti progressisti sono arrestati dalla Polizia agli ordini del Partito liberal-radicale. Il primo ad essere fermato è naturalmente Léon Nicole, ormai leader carismatico per tutto il movimento operaio, che assieme ad altri 17 compagni viene incriminato. Il Consiglio di Stato ginevrino decreta, poi, nel mese di dicembre tutta una serie di leggi sull’ordine pubblico: delle pene fino a 10 anni di reclusione sono comminate contro chiunque partecipa o scrive a favore di atti collettivi che tendano non solo a modificare con la violenza l’ordine costituzionale ma anche a “disorganizzare” i servizi pubblici e “penetrare in un cantiere”. E’ chiara la volontà qui di impedire qualsiasi tipo di protesta di piazza e di azione sindacale volta allo sciopero. Un sindacalista solo compiendo il proprio mestiere poteva così rischiare fino a 10 anni di carcere, naturalmente …democraticamente. Tali leggi furono però contestate da un referendum lanciato dall’Unione Sindacale di Ginevra che al momento del voto sconfessò l’esecutivo borghese del cantone. I funzionari statali iscritti al Partito Comunista e tutti i dipendenti pubblici partecipanti alla manifestazione del 9 novembre sono licenziati a inizio 1933 ed esclusi dai pubblici uffici. E’ il “Berufverbot”, che in Svizzera durerà per decenni ai danni dei lavoratori comunisti. Il Partito liberal-radicale scriverà sul suo giornale: “la pulizia basilare è finalmente iniziata!”. I dissidenti più coerenti e combattivi del sistema capitalista svizzero vengono così repressi, nel nome della democrazia.

Léon Nicole, una figura emblematica

Léon Nicole viene condannato a sei mesi di prigione dal giudice ticinese Agostino Soldati e altri sette accusati sono riconosciuti colpevoli di sommossa. La popolazione però solidarizza con loro e infatti eleggerà un governo a maggioranza socialista. Nicole, appena uscito dal carcere, diverrà infatti presidente del Consiglio di Stato, mentre i veri responsabili delle provocazioni, dai fascisti e ministri agli ufficiali dell’esercito, non saranno mai imputati di alcun reato. Quando si parla di Nicole ci si riferisce a un personaggio storico della sinistra politica del nostro Paese: fu infatti deputato al Consiglio nazionale dal 1919 al 1941 e poi dal 1947 al 1953. Le peripezie però, per lui, non finirono certo con la vicenda della sparatoria del 9 novembre 1932. Quando nel 1937 il Canton Ginevra dissolve d’ufficio il Partito Comunista, Nicole organizza l’entrata dei comunisti nel PS, creando una lunga crisi con i vertici nazionali del Partito. Nel 1939, poi, Nicole viaggerà in Unione Sovietica, tornandone entusiasta e lodando il patto Molotov-Ribbentropp voluto tatticamente da Josif Stalin per prendere tempo, preparare al meglio le truppe e sconfiggere il nazismo. Il PS lo ritiene a questo punto fuori controllo e troppo di sinistra e lo espelle dal Partito nel settembre 1939. Ciò provocò però una scissione nel PS, perché in Romandia molti compagni lo sostengono: nacque la Federazione Socialista Svizzera di cui Nicole fu il leader, un partito su posizioni vicine a quelle dei comunisti. Nel 1940 il Consiglio federale applica la censura nei confronti del quotidiano “Le Travail” di Nicole e impone – con il vergognoso sostegno del Partito Socialista Svizzero che si macchiò di una delle peggiori macchie della sua storia – le leggi liberticide, con le quali venivano vietati quei partiti che non rispettavano l’ordinamento borghese del paese: la Federazione Socialista Svizzera e il Partito Comunista Svizzero furono dichiarati illegali su tutto il territorio nazionale, furono chiusi d’ufficio e i loro deputati persero il seggio. Nel 1944 Léon Nicole si unì così ai comunisti ormai in clandestinità e con loro fondò, nella legalità ma sotto il controllo vigile della Polizia federale (che in Svizzera equivale alla Polizia politica), il Partito Svizzero del Lavoro (PSdL) di cui divenne Presidente. Il nuovo partito conquista ben 36 seggi al parlamento di Ginevra, ma Nicole inizierà ben presto a distanziarsene: da fervente ammiratore dell’Unione Sovietica egli critica la politica a favore della neutralità svizzera condotta dal PSdL che lui giudicherà non solo “filo-titina” ma anche “nazionalista”. Il PSdL lo eslcuderà formalmente solo nel 1952. Dopo aver tentato di creare un altro partito di sinistra, il Partito Progressista che a Ginevra conquisterà 6 seggi in Granconsiglio, Léon Nicole lasciò la politica attiva, morendo poco dopo.

Una manifestazione per ricordare

In occasione dell’80° del massacro di Ginevra, varie associazioni e partiti di sinistra si sono mosse per dare vita a una manifestazione in commemorazione alle vittime e per ribadire che quanto accaduto nel 1932 non dovrà mai più accadere. La manifestazione ha assunto quest’anno un carattere non solo anti-militarista, ma anche orientato al rifiuto delle politiche “securitarie” che limitano i diritti di manifestare. Sono intervenuti con vari comizi Rémy Pagani, sindaco di Ginevra; un dirigente del PSdL, Tobia Schnebli del Gruppo per una Svizzera senza Esercito e Rita Schiavi, dirigente sindacale.

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2 Comments

  1. […] Probabilmente nessuno è interessato a tornare a una situazione analoga a quella che si presentava prima degli importanti sviluppi del Dopoguerra, ovvero un’economia prevalentemente basata sull’agricoltura e una Svizzera che concedeva poco più di fame e fatica, spingendo molte persone ad emigrare. Un simile quadro rischierebbe inoltre di scadere abbastanza facilmente nella costruzione di una società tendenzialmente autarchica, per la quale in Svizzera non ci sono basi concrete, con derive repressive. Considerando ciò preoccupa la mobilitazione generale dimostrativa dell’esercito del 5 dicembre (con tanto di fittizia reintroduzione della legge marziale, comprendente – tra le altre nefandezze – la pena di morte), la quale è ufficialmente fatta per mostrare le presunte grandi forze del nostro esercito, da sfoderare nel caso cui l’immigrazione e i sommovimenti sociali dei paesi europei, derivanti dalla crisi, richiedessero l’intervento dei nostri militi. È però ipotizzabile che i nostri uomini in grigioverde si preparino a mobilitarsi contro il loro stesso popolo, qualora questo dovesse cominciare importanti proteste causate dalla nostra declinante situazione. Questo è del resto quello che sempre l’esercito svizzero ha fatto quando è stato chiamato in causa: lo insegnano  la repressione nel sangue dello sciopero generale a Zurigo e Ginevra nel 1918 (a cui fece tra l’altro seguito la pace del lavoro, che – visto il contesto d’attuazione – ricorda molto le modalità della pax romana) e, sempre a Ginevra, sulla grande manifestazione antifascista del 1932, guidata da Léon Nicole (leggi articolo su Sinistra.ch). […]

  2. […] Probabilmente nessuno è interessato a tornare a una situazione analoga a quella che si presentava prima degli importanti sviluppi del Dopoguerra, ovvero un’economia prevalentemente basata sull’agricoltura e una Svizzera che concedeva poco più di fame e fatica, spingendo molte persone ad emigrare. Un simile quadro rischierebbe inoltre di scadere abbastanza facilmente nella costruzione di una società tendenzialmente autarchica, per la quale in Svizzera non ci sono basi concrete, con derive repressive. Considerando ciò preoccupa la mobilitazione generale dimostrativa dell’esercito del 5 dicembre (con tanto di fittizia reintroduzione della legge marziale, comprendente – tra le altre nefandezze – la pena di morte), la quale è ufficialmente fatta per mostrare le presunte grandi forze del nostro esercito, da sfoderare nel caso cui l’immigrazione e i sommovimenti sociali dei paesi europei, derivanti dalla crisi, richiedessero l’intervento dei nostri militi. È però ipotizzabile che i nostri uomini in grigioverde si preparino a mobilitarsi contro il loro stesso popolo, qualora questo dovesse cominciare importanti proteste causate dalla nostra declinante situazione. Questo è del resto quello che sempre l’esercito svizzero ha fatto quando è stato chiamato in causa: lo insegnano  la repressione nel sangue dello sciopero generale a Zurigo e Ginevra nel 1918 (a cui fece tra l’altro seguito la pace del lavoro, che – visto il contesto d’attuazione – ricorda molto le modalità della pax romana) e, sempre a Ginevra, sulla grande manifestazione antifascista del 1932, guidata da Léon Nicole (leggi articolo su Sinistra.ch). […]

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