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Un capolavoro azero è finito per caso nel miserando guazzabuglio di una generale mediocrità

Corti o lunghi cambia poco, se arrivano da Cuba son degli sconclusionati sogni di un lavoratore senza troppa coscienza di classe, se arrivano dal Nicaragua devono parlare male del presidente Daniel Ortega, se sono russi devono essere antirussi e ci devono spiegare che Stalin e quindi Putin e tutte e tutti i russi di oggi son dei cattivoni, ugualmente se il film è ucraino deve mostrare la grande solidarietà tra nazisti, femministe e omosessuali, uniti contro ovviamente sempre i cattivoni russi, con il solito codazzo di piagnistei solidali a tutte le ore per l’Ucraina, in verità non il suo popolo, ma per il poco raccomandabile Zelenskij e la sua smania di armi e ancora armi, per poter non finire più questa tragica guerra. Se si parla di lotta di liberazione nel 1974 del popolo angolano spuntano gli zombi, se si finge di avere un approccio antropologico navigando in mezzo all’oceano Pacifico, si finisce in una farsetta sanguinolenta che fa un miscuglio miserevole di miti malesiani e indonesiani, se si vince il Pardo d’Oro ci deve essere del sesso estremo e non si capisce se si voglia denunciare o compiacersi della violenza. Gli orientamenti dunque del Festival sono sempre chiari e netti, ribaditi anche in apertura di manifestazione (leggi qui), il Festival deve suonare le trombe del sistema liberale, infischiarsene della storica neutralità elvetica e poco importa se alla fine il suono è quello stridulo della trombetta della pellicola “medievale” italiana, modestissima e imbarazzante per sceneggiatura e realizzazione.

Tanto come detto già anni fa (leggi qui) conta il pubblico, sempre generoso e sempre numeroso, in primis quello pagante ticinese, che nella serata libera dei primi giorni di agosto si riversa nella piazza Grande sapendo di essere più lui il protagonista dell’evento piuttosto che i fotogrammi che scorrono sullo schermo più grande del mondo.

Certo suona amara o come un inverecondo scherzo l’aggiunta alla sigla di testa che parla di “cinefilia illimitata”, l’amore per il bel cinema è travolto dalla modestia e dalla mediocrità delle proposte, tiranneggiate dai distributori e dai produttori, che promuovono autori e registi ignoranti fino all’imbarazzo, come quando il critico e inviato de “La Regione” pone loro qualche domanda in merito a quelli che dovrebbero essere i loro naturali riferimenti cinefili.

“Ultima proiezione” di Darezhan Omirbaev.

In questo miserando guazzabuglio scompare quasi affogato da tanta mediocrità il poco che si può salvare. “Ultima proiezione” dello straordinario regista kazako Darezhan Omirbaev, autore di capolavori come “Studente” e “Poeta”, ma infilato non si sa perché tra i “Pardi di domani”, racconta la fuggevole impalpabilità di un amore giovanile nel cuore di un ragazzo che alle superiori preferisce il sogno dell’arte alla noia della matematica, poi per caso o per sbaglio, data la coproduzione svizzera, un altro capolavoro, ovviamente snobbato dalla giuria, “Il sermone ai pesci” dell’azero Hilal Baydarov arriva in concorso. È la storia dolente di guerra e inquinamento, di petrolio e solitudine, di amore per la terra e le proprie radici, le immagini sono di una bellezza commovente, arricchite da una fotografia intensa che valorizza il campo lungo, ovvero il cinema, soffocato in questi anni da cineprese a spalla ballerine che stanno addosso ai protagonisti e ai dettagli del racconto con danno colossale per la narrazione cinematografica. “Il sermone ai pesci”, titolo ispirato al meraviglioso dipinto di Paolo Veronese che illustra la celebre predica agli abitanti dei mari del poverello di Lisbona, meglio noto come sant’Antonio da Padova, è la prima pellicola di una trilogia che abbraccerà anche gli uccelli e il vuoto. Nel film la sorella di Davud intanto abbraccia la natura che la circonda, confondendo i suoi neri e intensi occhi e altrettanto scuri capelli nel folto dei prati, lungo le strade, le sue mani si fanno rami tra gli alberi, che, piegati da secolari venti, colorano d’oro intenso le foglie nell’approssimarsi dell’autunno che è tramonto non solo della stagione feconda, ma anche metaforicamente della vita. Va ricordato che Bayadarov già si era fatto apprezzare a Venezia nel 2020 per il pregevolissimo “Tra le sparse morti”, in cui poesia e immagini si fondevano indicando un percorso in cui ha dimostrato di procedere progredendo.

Locarno chiude la sua 75° edizione con i consueti trionfalismi: bene, evviva, hip hip hurrà! Il coraggio di aprirsi a tutto il mondo non c’è più, rinserrati nel fortino occidentale Locarno, al pari di Berlino, Cannes, Venezia, ci racconta che dobbiamo diventare un coro a un sola voce, quella dei valori dell’individualismo e del liberalismo, con tutto il contorno di declinazioni civili che questi ultimi anni ci hanno regalato. La tiritera abbraccia come detto quasi ogni produzione presentata, dai corti e lunghi, alle realtà virtuali e alla video-arte. È cinema e sono festival che si trovavano già in guerra con il resto del pianeta, i suoi valori e si suoi sentimenti da prima del febbraio 2022. È tutto un battersi le mani guardandosi allo specchio, al pari delle Mostre d’Arte Cinematografica di Venezia del secondo conflitto mondiale, in cui, oltre alle pellicole italiane si proiettavano solo quelle dell’alleato tedesco e delle nazioni occupate, tra frenetiche acclamazioni di giubilo. Al pari di oggi.

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.