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Un Festival milionario che non aiuta più a capire il mondo che cambia

Dal 2008 seguo il Festival del film di Locarno. Inizialmente per motivi più “comunitari” che non cinematografici, ma poi sempre più alla ricerca – invero difficilissima – di pellicole cosiddette “impegnate” che lascino qualcosa al pubblico: una riflessione di fondo o una narrazione su un fatto concreto, ma sempre in una prospettiva socialmente realista, ed edificante. Ma anche, se non è chiedere troppo, un prodotto che insegni a comprendere il mondo che cambia.

Siamo entrati in una nuova epoca storica: il dominio eurocentrico e unipolare sta finendo e ora sorge il multipolarismo. Non si tratta di geopolitica, perché tutto cambierà: non solo il significato politico-culturale di destra e di sinistra assumeranno nuove connotazioni, ma anche le tendenze ideologiche nell’arte, nella musica, nel cinema subiranno mutazioni nei prossimi decenni. Ma di tutto ciò a Locarno si fatica a percepirne l’esistenza…

L’edizione del 75° del Pardo è stata infatti caratterizzata da una povertà incredibile in fatto di produzioni ad esempio dai paesi dell’Eurasia. I paesi emergenti sono il futuro, converrebbe conoscerli anche attraverso la cultura. Locarno però non aiuta… più! Che in un festival internazionale – lo stesso che durante la guerra fredda ospitava con coraggio produzioni sovietiche – si abbia in programma un solo film cinese, uno di numero, è semplicemente ridicolo. Che di film russi ve ne sia pure solo uno (ovviamente di opposizione) lascia trasparire non il necessario e giusto pluralismo ma un conformismo al pensiero unico liberal-atlantista che non permette di capire la complessità di questi paesi.

Ci si ritrova così immersi in pellicole a sfondo liberal e post-moderno dal marcato tratto psicologico con un po’ di “politically correct” all’americana sui temi, a cui si aggiunge una spruzzatina di eccentrico élitismo per sembrare alternativi purché lontani dalla cultura popolare, ed il Festival è completo. Per carità a sforzarsi un po’ di “materialismo” lo si trova perché la lotta sociale non si può del tutto nascondere, e così almeno possiamo conoscere una lotta studentesca in Thailandia (tralasciamo il fatto che, stando ad alcune fonti, era sussidiata dagli Stati Uniti) e – almeno quello – la repressione contro la sinistra argentina costretta alla clandestinità nel ‘74 (anche se dal punto di vista sia storico sia narrativo lascia a desiderare). Un po’ poco però visto i milioni che lo Stato mette a disposizione del Pardo.

E se accanto a una migliore selezione dei film si facesse maggiormente attenzione alle condizioni di lavoro di ragazze e ragazzi nelle sale sarebbe tutto di guadagnato anche per la credibilità dell’evento che comunque ha un ruolo politico ed economico di primo piano per la nostra Repubblica e Cantone.

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Massimiliano Ay

Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista (Svizzera). Dal 2008 al 2017 e ancora dal 2021 è consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.