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I partiti comunisti sul conflitto in Ucraina: “uno scontro evitabile senza l’espansionismo NATO”

Le operazioni militari russe in Ucraina, iniziate lo scorso giovedì (leggi qui) e volte secondo Mosca alla “smilitarizzazione e denazificazione” del paese, hanno riportato l’attenzione del mondo intero sull’ex-repubblica sovietica, del cui conflitto in molti (specialmente fra i giornalisti) si erano ormai ampiamente “dimenticati”. Non così il nostro portale, che ha regolarmente seguito lo sviluppo dei combattimenti in Donbass, in cui la tensione è andata crescendo da ormai un anno a questo parte (come annotavamo già la scorsa primavera: leggi qui). L’intervento russo segna ora una svolta nel conflitto ucraino, destinato a mutare sensibilmente gli equilibri nella regione: di fronte a questi eventi, qual è la posizione dei comunisti?

Per i comunisti russi, la priorità è “contenere l’aggressività della NATO”

Fra i primi ad esprimersi vi è stato il Partito Comunista della Federazione russa (PCFR), seconda forza politica del paese dopo “Russia Unita” del presidente Vladimir Putin, forte di circa il 20% dei consensi alle ultime elezioni (leggi qui). In una dichiarazione del presidente del Comitato Centrale Gennadji Zjuganov, il PCFR ha ricordato il processo di militarizzazione dell’Europa orientale dopo lo scioglimento del Patto di Varsavia, qualificando la politica estera statunitense di “avventurismo”. Duro il giudizio sulla situazione in Ucraina dopo il golpe del 2014: “a dettare la reale politica sul suo territorio sono spesso frenetici nazionalisti. Essi terrorizzano il popolo ucraino e impongono al potere la propria linea politica aggressiva. Piegandosi a questa pressione, Zelensky ha tradito gli interessi dei suoi concittadini, che lo hanno eletto per le sue promesse di pace nel Donbass e di rapporti di buon vicinato con la Russia”. Facendo appello alla difesa dei cittadini delle repubbliche del Donbass, Zjuganov ha sottolineato quale sia la priorità: “urgente imperativo è costringere alla pace i provocatori kieviani, e contenere l’aggressività della NATO. Solo la demilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina garantirà una solida protezione ai popoli della Russia, dell’Ucraina, e di tutta l’Europa”.

Il segretario del PC di Donetsk Boris Litvinov ha salutato il riconoscimento delle repubbliche popolari del Donbass.

Di avviso simile anche il Partito Comunista della Repubblica popolare di Donetsk, il cui segretario Boris Litvinov ha salutato positivamente il riconoscimento delle due repubbliche da parte della Russia (leggi qui), ricordando che questa decisione era attesa fin dal 2014.

I comunisti europei invocano un cessate il fuoco e l’apertura di negoziati

In una sua dichiarazione, il Partito Comunista tedesco (Deutsche Kommunistiche Partei, DKP) ha identificato nei fatti di questi ultimi giorni “un’escalation promossa per anni dall’Occidente e dalla NATO”. Ricordando le cause dell’intervento militare russo (espansione ad Est dell’alleanza atlantica, golpe nazionalista del 2014, guerra contro le repubbliche del Donbass, ripetute violazioni degli accordi di Minsk), il partito guidato da Patrick Köbele richiede l’avvio di “negoziati immediati tra l’Ucraina, le Repubbliche popolari del Donbass e la Federazione Russa come condizione per la fine delle azioni belliche”. Indirizzandosi al proprio governo (che ha di recente approvato l’invio di armi in Ucraina), la DKP richiede il ritiro di tutte le truppe dai paesi ad Est della Germania, la fine della politica di sanzioni contro la Russia, nonché l’uscita dalla NATO e la riduzione del budget militare.

La DKP tedesca si batte da anni contro il riarmo e l’espansionismo della NATO in Est Europa.

Anche il Partito comunista portoghese (PCP) ha espresso la sua “profonda preoccupazione per i gravi sviluppi in Est Europa”, facendo appello ad “una urgente de-escalation del conflitto, l’instaurazione di un cessate il fuoco e l’apertura di una via negoziale”. In una nota stampa, il partito diretto da Jeronimo de Sousa considera che “l’aggravamento della situazione è indissociabile dalla pericolosa strategia di tensione e confronto promossa dagli USA, dalla NATO e dall’UE contro la Russia, che passa per il continuo allargamento della NATO e il rafforzamento del suo dispositivo militare offensivo”. Sottolineando il suo carattere capitalista, il PCP rileva però che “non è immaginabile che la Russia, il cui popolo ha conosciuto delle colossali aggressioni nella storia, consideri accettabile che sia incrementato un assedio militare alle sue frontiere attraverso un ulteriore allargamento della NATO”.

Per i comunisti USA, la parola d’ordine è “No alla guerra contro la Russia”

Anche al di là dell’Atlantico si registrano importanti prese di posizione in favore della pace: il Partito comunista degli USA (CPUSA) invita il presidente Joe Biden ad un immediato “cambio di rotta”: per i comunisti statunitensi, “non c’è dubbio che il tentativo dell’imperialismo statunitense e della NATO di portare l’Ucraina nell’alleanza militare ha aumentato le tensioni; una pace duratura è possibile solo se l’Ucraina rimane fuori dalla NATO” (leggi qui). Invitando sia i paesi occidentali che la Russia a ritirare le proprie truppe, il CPUSA insiste sugli antefatti dell’intervento russo e lancia le proprie parole d’ordine: “no all’espansione della NATO, no al dispiegamento di truppe, no alla guerra contro la Russia”.

Anche negli USA la parola d’ordine è “No alla guerra contro la Russia”.

Più netta la posizione del Partito per il socialismo e la liberazione (PSL), anch’esso attivo negli Stati Uniti. Esso riconosce nella situazione attuale una “tragedia evitabile”: “se non sosteniamo l’invasione russa, riserviamo la nostra più forte condanna per il governo degli Stati Uniti, che ha respinto le legittime preoccupazioni di sicurezza della Russia nella regione, con una totale intransigenza che sapevano potrebbe provocare una tale guerra”. Per il PSL guidato da Gloria La Riva “riconoscere che la Russia abbia delle legittime preoccupazioni per la propria sicurezza non implica un sostegno di tutte le sue azioni militari: il ruolo del movimento contro la guerra non è quello di seguire la linea dei paesi in conflitto con l’imperialismo USA, ma di presentare un programma indipendente di pace, solidarietà e anti-imperialismo”.

In Sud America, prevale la comprensione delle ragioni russe

I partiti comunisti latino-americani si spingono oltre nel giudizio sulla situazione in Ucraina, condividendo di fatto la posizione del PCFR russo. Il Partito comunista del Brasile (PCdoB) attribuisce ad esempio l’escalation alla “politica espansionista degli USA e della NATO in Est Europa”, il cui obiettivo “è istigare conflitti e contraddizioni nei paesi vicini” alla Russia, ciò che avviene “in forma più acuta nel momento in cui gli USA vivono un declino relativo della loro egemonia e si sentono minacciati dalla alleanza fra Russia e Cina”. Nella sua dichiarazione, il partito guidato da Luciana Santos difende l’inizio di una fase diplomatica e di dialogo, che “richiede che le legittime preoccupazioni della Russia per la sua sicurezza siano considerate e che sia ritirato l’assedio della NATO alle sue frontiere.

La presidente del PCdoB Luciana Santos è stata chiara: l’escalation è da attribuire alla politica degli USA.

Simile la posizione del PC argentino, che contesta le provocazioni inflitte alla Russia: “gli Stati Uniti, a capo di un sistema capitalista in crisi, cercano di sostenere la loro contestabile egemonia, il loro modello unipolare ammaccato, con provocazioni, destabilizzazioni e interventi militari”. L’America latina e i Caraibi possono fornire numerosi esempi delle ingerenze nord-americane, ciò che spinge i comunisti argentini a criticare il loro governo, giudicato eccessivamente accondiscendente con le pretese della NATO: “invitare la Russia a “cessare l’azione militare in Ucraina” non è altro che un pericoloso e crescente allineamento con le politiche degli Stati Uniti e degli organismi internazionali che controlla”.

Anche il Partito popolare socialista del Messico (PPSM), che in un comunicato intravvede un cambio di fase storica negli eventi in corso in Ucraina: “l’inizio dell’operazione militare russa sul territorio ucraino rappresenta l’inevitabile salto qualitativo che segue i precedenti cambiamenti quantitativi manifestati” negli ultimi anni (conflitto in Georgia del 2008, golpe in Ucraina, aggressione al Donbass). Per questa ragione, “il Partito Socialista Popolare del Messico rifiuta di equiparare la Russia e le sue azioni a quelle del blocco imperialista comandato dagli USA e affiancato dall’UE e dalla NATO, che costituiscono la forma più acuta e aggressiva di imperialismo dei nostri tempi”.

Il PC svizzero invita a rispettare la neutralità ma rifiuta l’equidistanza

In una risoluzione approvata domenica dal suo Comitato centrale, anche il Partito Comunista svizzero ha espresso “grande preoccupazione per la decisione del governo della Federazione Russa di procedere con un’operazione militare sul territorio dell’Ucraina”. Opponendosi alla guerra come strumento per risolvere contenziosi internazionali, il PC elvetico rifiuta però “la teoria della cosiddetta “equidistanza” che pone la Federazione Russa sullo stesso piano delle forze imperialiste guidate dagli USA e dai suoi partner europei, che questa guerra l’hanno voluta e preparata”. Da qui la posizione di fronte agli eventi in corso in Ucraina: il CC del PC “ritiene urgente proclamare ora un cessate il fuoco, riaprire immediatamente una negoziazione per trovare una soluzione politica al conflitto in corso e iniziare il disarmo del paese su base di reciprocità”. In questo senso si deplora l’ulteriore invio di armi da parte dei paesi occidentali e la scelta del governo ucraino di distribuirle ai civili, rendendoli in tal modo dei potenziali bersagli.

Il PC svizzero ha tenuto un presidio contro la guerra a Bellinzona il 19 febbraio.

Il partito diretto da Massimiliano Ay tiene però ad analizzare anche la posizione assunta dalla Svizzera di fronte agli eventi ucraini: “nell’interesse del nostro Paese e del popolo svizzero occorre attenersi al principio della neutralità senza farsi condizionare dagli interessi di UE e USA; consideriamo un grave errore l’allinearsi della Svizzera alle sanzioni decise unilateralmente dall’UE contro la Russia senza aver mai preso posizioni simili, nemmeno a seguito del golpe del 2014”. D’altronde, rilevano i comunisti svizzeri, risulta piuttosto complicato imporre sanzioni ed offrirsi al contempo quali mediatori per riaprire il dialogo: i “buoni uffici” tradizionalmente offerti dalla Svizzera per risolvere i conflitti per via diplomatica rischiano dunque di apparire irrimediabilmente compromessi.

Siamo di fronte ad un cambio di fase storica?

Dalle posizioni dei partiti comunisti e operai di tutto il mondo emerge dunque una critica all’azione russa e un invito alla soluzione diplomatica del conflitto, ma non una condanna tout court. Mettendo in luce le dinamiche di lungo periodo che hanno condotto a questa situazione, le dichiarazioni dei PC insistono su due elementi: la pericolosità fascista del regime ucraino da un lato, e il fatto che i paesi emergenti potrebbero non più subire in modo passivo le provocazioni occidentali che in questi anni non sono mancate (dal Kosovo alla Libia). Quest’ultimo aspetto lascia trasparire una svolta cruciale nella politica internazionale, al punto che potrebbe configurare un cambio di fase storica su cui i comunisti – in particolare quelli occidentali – dovranno interrogarsi a fondo: il tempo dell’egemonia unipolare e delle aggressioni unilaterali da parte dell’imperialismo potrebbe essere giunto al termine, di fronte alla fermezza crescente delle potenze regionali che premono per il raggiungimento di nuovi equilibri geopolitici e per la costituzione di un mondo multipolare in cui l’Occidente si troverebbe radicalmente ridimensionato.

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