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Escalation in Donbass: la crisi ucraina come specchio della nuova Guerra Fredda?

È da due settimane ormai che nella stampa mainstream si susseguono articoli dai titoli allarmistici, sulla falsariga di “Putin si prepara alla guerra con l’Ucraina” o “La Russia ammassa truppe al confine con l’Ucraina”. Lo spostamento di truppe russe verso il confine ucraino sta effettivamente avendo luogo. Ma l’informazione di massa evita opportunamente di riportare che l’attivazione dell’esercito russo è una reazione al repentino rafforzamento nella regione della sua controparte ucraina. È infatti da mesi, e più precisamente da gennaio, ossia dall’insediamento di Biden alla Casa Bianca, che Kiev sta ammassando truppe ai confini con le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. L’iniziatrice di questa escalation è dunque chiaramente l’Ucraina, e la concomitanza di questi atti ostili con il cambio di amministrazione negli Stati Uniti è quantomeno sospetta. Il giornalismo europeista e filo-atlantico, nel quale regna una condivisa russofobia, ha completamente ignorato le pericolose manovre militari ucraine degli scorsi mesi, e si è “improvvisamente” accorto della situazione solo quando la Russia ha iniziato a spostare le sue truppe in risposta. Questa “selettività” nella copertura degli eventi ha uno scopo fin troppo chiaro: dipingere la Russia come l’aggressore. Ci troviamo insomma a leggere il solito copione teatrale, in cui le parti dei buoni e dei cattivi sono assegnate in anticipo. E la Russia, si capisce, non avrà mai la parte del buono.

Ma la crisi di queste settimane travalica il Donbass, coinvolgendo i paesi limitrofi e avvelenando i rapporti diplomatici tra Russia e Europa.

Venti di guerra nell’Est ucraino

La questione ucraina è tornata a far parlare di sé, dopo diversi anni in cui era rimasta alla periferia dell’attenzione mediatica occidentale. Che cosa è cambiato? Principalmente, è cambiato il presidente degli Stati Uniti d’America. Donald Trump, nei suoi quattro anni di presidenza, si è dimostrato sostanzialmente disinteressato all’Ucraina, indirizzando i suoi caotici sforzi di politica estera verso altri scenari (Iran, Cina). Ma con l’elezione di Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, torna al governo la stessa banda che ha originariamente orchestrato questa crisi. Il colpo di stato di Maidan fu in buona misura frutto proprio dell’amministrazione Obama (il quale, ricordiamolo, ha un premio Nobel per la pace). Inoltre la famiglia Biden sembra avere degli interessi personali in Ucraina, come dimostra il coinvolgimento del figlio Hunter nello scandalo corruttivo della Burisma Holdings, agenzia produttrice di gas.

Il presidente ucraino Zelenskij al fronte.

Ai progetti del governo americano, si sovrappongono le necessità dell’attuale governo ucraino. Vladimir Zelenskij, che alle elezioni del 2019 ha sconfitto il presidente uscente Petro Porošenko, oggi sta affrontando una crisi di consenso. Zelenskij fino al 2014 era conosciuto come un comico televisivo. In quell’anno però si reinventa politico, appoggiando il colpo di stato nazista di Maidan. E come spesso accade ai politici con un curriculum come il suo, si dimostra molto abile in campagna elettorale, ma un completo incapace al governo. Per ribaltare i sondaggi, a Zelenskij non restano molte carte. Una di esse sarebbe una rapida guerra vittoriosa, e la situazione delle ultime settimane gli dava delle buone probabilità di successo. La concentrazione di forze militari ai confini con le repubbliche di Donetsk e Lugansk garantisce agli ucraini una preponderanza schiacciante sulle milizie indipendentiste. Si parla di 70 000 uomini contro 20 000. Inoltre l’esercito ucraino è equipaggiato molto meglio: negli ultimi 7 anni, gli Stati Uniti e i paesi della NATO hanno continuato ininterrottamente ad inviare armamenti al governo golpista di Kiev. Nel 2014, la lotta per l’indipendenza condotta dalla popolazione del Donbass ebbe successo anche grazie alla pietosa condizione in cui versavano le forze armate ucraine. Ma la situazione è drasticamente cambiata. Oggi, per prendere il controllo del territorio delle Repubbliche, a Zelenskij basterebbe una guerra lampo di pochi giorni.

Certamente, la comparsa dell’esercito russo al confine cambia le carte in tavola. Uno scontro diretto con i russi ovviamente non conviene all’Ucraina, ma gli interessi dell’Ucraina in quanto nazione sono qui assolutamente secondari. Sin dal 2014 il governo è una marionetta americana, dunque l’eventuale decisione di iniziare le ostilità sarà presa a Washington invece che a Kiev. Una guerra in cui entrambi gli schieramenti soffriranno pesanti perdite umane e materiali, alla Casa Bianca sarebbe vista come un ottimo risultato.

Gli accordi di Minsk: perché non funzionano

Gli accordi di Minsk sono stati firmati da Russia, Francia, Germania e Ucraina nel febbraio del 2015, dopo diversi mesi di trattative. Ma nella realtà dei fatti non sono mai entrati in vigore, principalmente per il rifiuto dell’Ucraina ad adempiere alle sue responsabilità. Il “cessate il fuoco” non è mai stato realmente rispettato dall’esercito ucraino, che in tutti questi sette anni ha continuato quasi ininterrottamente a bombardare i centri abitati del Donbass, le infrastrutture civili, nonché le posizioni delle milizie filorusse. Come risultato, dalla firma dell’accordo ad oggi i morti fra la popolazione civile delle Repubbliche popolari sono oltre 600. Solo due settimane fa, un bambino di quattro anni è stato ucciso da un drone ucraino che bombardava il paese di Aleksandrovskoe, nella Repubblica popolare di Donetsk. E questo è solo l’ultimo di una lunga serie di crimini di guerra, che le diplomazie e i media occidentali continuano a far finta di non vedere. Nel corso degli anni, l’esercito ucraino ha pure occupato diverse zone della “terra di nessuno” (stabilita dall’accordo per dividere i due schieramenti), guadagnando così il controllo di posizioni strategiche.

I leader dei paesi firmatari degli accordi di Minsk.

Ma il punto più importante che l’Ucraina non ha rispettato, e che non ha intenzione di rispettare, è l’attuazione di una riforma costituzionale, che dovrebbe decentralizzare la nazione garantendo autonomia alle regioni. Questa è la condizione per il ritorno sotto l’amministrazione di Kiev delle regioni di Donetsk e Lugansk, che rispetto al resto del paese devono anche ricevere uno “status speciale” di autonomia. L’Ucraina ha più volte annunciato di non avere intenzione di rispettare questi punti, e nei fatti ha continuato nella sua politica di segregazione della popolazione russa. La liquidazione della lingua russa dall’insegnamento nelle scuole, persino nelle molte regioni a maggioranza russofona, è stata decisa nel 2017, promulgando un’apposita legge. Il passaggio degli insegnamenti dal russo all’ucraino sta procedendo a tappe forzate. Inoltre, da gennaio di quest’anno è proibito utilizzare il russo nel settore dei servizi.

L’Ucraina non solo non vuole rispettare nessuno dei punti dell’accordo, ma ora non vuole nemmeno più condurre le trattative a Minsk. Kiev infatti, durante i disordini in Bielorussia seguiti alla vittoria di Aleksandr Lukashenko alle elezioni dello scorso agosto, ha appoggiato apertamente i manifestanti. Una decisione naturale per il governo ucraino, siccome l’opposizione bielorussa che abbiamo osservato negli scorsi mesi è la sorella gemella di quell’opposizione ucraina che nel 2014 conquistava il potere a Kiev: ne condivide il miope europeismo, fondato sulle false promesse dell’Unione Europea e della NATO; ne condivide il becero nazionalismo, russofobo e fondato sulla costruzione di un’identità etnica artificiale; e soprattutto ne condivide il modus operandi, tipico delle “rivoluzioni colorate”. Ma Lukashenko è rimasto in sella, e ora anche la Bielorussia, insieme alla Russia, è un nemico mortale di Kiev.

Bisogna anche dire però che gli accordi di Minsk non soddisfano più nemmeno i russi. Rispettare il “cessate il fuoco” in maniera completamente unilaterale è molto demoralizzante per i combattenti delle Repubbliche popolari. Ma soprattutto, gli accordi prevedono che alla fine del processo di pace Lugansk e Donetsk tornino a far parte dell’Ucraina, cosa che la popolazione delle Repubbliche non vuole a nessuna condizione. Sette anni di guerra hanno esasperato gli animi, e anche se l’Ucraina non continuasse ogni giorno a bombardare le città del Donbass, le sue politiche in odore di pulizia etnica rendono impossibile un pacifico “ritorno a casa”. Tuttavia, il fatto che la Russia e le Repubbliche popolari sostengano ancora la validità degli accordi, dovrebbe rendere evidente chi delle parti è davvero interessata a una soluzione pacifica del conflitto.

Il ruolo di Francia e Germania doveva essere quello di garanti del processo di pace, ma la loro impotenza non fa altro che dimostrare, per l’ennesima volta, quanto l’Unione Europea sia succube delle decisioni degli Stati Uniti, persino nella politica del proprio continente.

La diplomazia nella nuova Guerra Fredda

Il 13 aprile Joe Biden ha telefonato a Vladimir Putin per discutere la situazione in Ucraina. Ricordiamo che qualche settimana prima Biden aveva definito il suo omologo russo “un assassino” (“a killer”), qualcosa che i presidenti americani non si permettevano nemmeno negli anni peggiori della contrapposizione con l’URSS. Dopo una dichiarazione del genere, Biden può già ritenersi fortunato che Putin abbia alzato la cornetta. In ogni caso la discussione non deve essere andata troppo bene, visto che gli USA hanno annunciato nuove sanzioni, che prevedono l’espulsione di 10 diplomatici e il divieto per le strutture americane di finanziare il debito pubblico della Federazione Russa.

A ruota sono seguite le reazioni dei vassalli europei. Francia e Germania hanno esortato la Russia a ritirare le truppe dal confine. Il 17 aprile la Repubblica Ceca ha annunciato l’espulsione di 18 diplomatici russi. Il motivo? Con un tempismo perfetto, la polizia ceca ha finalmente trovato i responsabili dell’esplosione di un deposito di munizioni, avvenuta nel lontano ottobre 2014: i servizi segreti russi. Il Regno Unito ha annunciato l’invio di due navi da guerra nel Mar Nero. Queste tenere manifestazioni di fedeltà hanno come unico effetto il rafforzamento dell’asse Mosca-Pechino: l’impossibilità di avere un dialogo costruttivo con l’Europa spinge la Russia verso oriente.

Oltre alla pressione diplomatica, l’Occidente però non disdegna metodi meno puliti. Negli scorsi giorni l’FSB e il KGB, i servizi segreti rispettivamente russi e bielorussi, hanno annunciato la liquidazione di un tentativo di colpo di Stato in Bielorussia. Dopo una riunione a Mosca, che i partecipanti credevano segreta, sono stati arrestati il politologo Aleksandr Feduta (dotato di doppia cittadinanza bielorussa e statunitense), l’avvocato Jurij Zenkovich, e un gruppo di ufficiali dell’esercito bielorusso la cui identità non è stata ancora rivelata. Come risulta dalle registrazioni fornite dalle cimici, Fedut e Zenkovich pianificavano di organizzare il golpe durante le celebrazioni del 9 maggio (il Giorno della Vittoria), corrompendo alcuni alti esponenti dell’esercito bielorusso. Nelle conversazioni intercettate, i cospiratori esprimono la necessità di eliminare “fisicamente” il presidente Lukashenko. FSB e KGB sostengono che le azioni di Feduta e Zenkovich erano coordinate dai servizi segreti americani. Contemporaneamente, i media e le diplomazie occidentali stanno cercando di rigonfiare il caso Naval’nyj, sperando di provocare disordini di massa in Russia.

Aleksandr Feduta preso in consegna dal FSB.

Si tratta evidentemente di un attacco su più fronti. Non è un “clima da Guerra Fredda”, come usano dire i giornali: questa è una nuova Guerra Fredda. L’imperialismo atlantico ha lavorato per anni a quest’obbiettivo, demonizzando una figura tutto sommato moderata come Putin, organizzando focolai di instabilità tutto attorno alla Federazione Russa e sabotando ogni relazione costruttiva che potesse avere con l’Europa. Trent’anni dopo la tanto acclamata “fine della Storia”, ci si rende conto che la Storia ha semplicemente fatto un giro di ruota.

La guerra in Ucraina tuttavia minaccia di essere piuttosto “calda”. Sono possibili diversi scenari. L’esercito ucraino potrebbe, su ordine di Washington, rompere gli indugi, scatenando la reazione russa. In un simile scontro l’Ucraina non sarebbe certo la favorita, ma bisogna capire che negli schemi americani essa è un pezzo perfettamente sacrificabile. È anche possibile da parte russa un (giustificato) attacco preventivo contro le forze che minacciano il Donbass. E resta pur sempre possibile una de-escalation. L’oligarchia russa è in prevalenza filo-occidentale, ed è anche pesantemente colpita dalle sanzioni: cercherà quindi di far valere il proprio peso e spingere il governo a tornare sui propri passi, facendo concessioni all’Occidente.

In ogni caso, anche se lo scontro diretto verrà evitato, in prospettiva esso sembra inevitabile. Finché il governo di Kiev è pilotato dagli USA, l’Ucraina non accetterà alcuna trattativa che non contempli la resa delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e la restituzione della Crimea. Condizioni che la Russia non può accettare. Quindi pare sempre più probabile che gli attori in gioco tenteranno una soluzione violenta del conflitto. Comunque vadano le cose, sappiamo già chi verrà considerato l’aggressore.

Nil Malyguine

Nil Malyguine, classe 1997, è laureato in storia all'Università di Padova. Si occupa in particolare di storia della Russia e dell'Unione Sovietica. Dal 2020 milita nella Gioventù Comunista Svizzera.