Capitalismo e libertà. O dittatura del capitale?

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Milton Friedman negli anni Novanta scrisse che “Una società che mette l’eguaglianza davanti alla libertà non avrà né l’una né l’altra. Una società che mette la libertà davanti all’uguaglianza avrà un buon livello di entrambe.” È veramente così? Se questa citazione dicesse la verità, le acclamate libertà di cui si fa vanto il nostro Paese ci garantirebbero concretamente il diritto allo studio e alla sanità, eppure non è così.
Cominciamo da un settore fra i più problematici: il lavoro. Siamo davvero liberi di scegliere che professione fare nella vita? La risposta è no. Il ventaglio di scelta lavorativa che si presenta di fronte ad ognuno di noi si limita alle professioni in cui è possibile trovare un impiego. Detto in altre parole, la scelta lavorativa così come l’impronta di studi che caratterizzeranno l’esistenza di una persona sono dettate dalle esigenze del mercato e non dal gusto del singolo. Non sono infatti molti a poter vantare di aver fatto delle proprie passioni un lavoro che permetta come unico impiego di autosostentarsi in maniera dignitosa. Questa limitazione si interseca poi con un’ulteriore problematica di base: la possibilità economica di una famiglia di investire nella formazione dei propri figli. Qui urge considerare come i cambiamenti recenti relativi alla politica delle borse di studio abbiano aggravato la situazione: l’anno scorso il Gran Consiglio ticinese ha difatti approvato l’aumento del tetto massimo delle borse, ma controbilanciando il cambiamento con l’aumento del frazionamento a livello Master delle borse di studio in prestiti. Non stupisce quindi che chi proviene dalle classi sociali meno abbienti, secondo le statistiche cantonali, avrà meno possibilità di successo scolastico e per conseguenza anche meno chances nel mondo del lavoro. Basti semplicemente pensare al fatto che una famiglia in difficoltà economiche non potrà permettersi delle lezioni supplementari di recupero per il figlio e, in quest’ottica, non è necessario volgere il pensiero sino alla questione della formazione post-obbligatoria per comprendere la selezione sociale di cui i ragazzi meno agiati sono vittime: i livelli cosiddetti “b” delle scuole medie sono spesso il destino di coloro che non dispongono di opportunità economiche sufficienti per ricorrere ad un insegnamento supplementare privato, oppure che non godono di un supporto da parte dei genitori ormai costretti a sacrificare la vita famigliare per il lavoro. Con questo marchio discriminante, sin dal principio i giovani in questione si affacceranno al futuro con tutta una serie di possibilità precluse; ed è bene ribadire che qui il discrimine non sono le loro effettive capacità, ma la situazione economica da cui provengono. Il quadro che ne risulta è pertanto il seguente: scarse risorse proprie e sussidi gradualmente ridotti che impediscono alle famiglie meno agiate di riuscire a far fronte ai costi di formazione dei figli che, a loro volta, subiranno le conseguenze di queste difficoltà economiche poiché dotati di mezzi limitati se confrontati a giovani provenienti da famiglie maggiormente benestanti. Da ciò ne consegue un circolo vizioso di povertà, poiché coloro che dispongono di un diploma universitario o di una scuola universitaria professionale avranno statisticamente un grado di povertà più basso rispetto a chi non ha conseguito una formazione scolastica post-obbligatoria, che avrà invece una frequenza doppia di indebitamento.
Seppure solo un esempio, il quadro precedentemente illustrato è l’emblema di come l’articolo 14 della Costituzione del Canton Ticino, che sancisce la possibilità a tutti di studiare, non trovi piena corrispondenza nella realtà dei fatti. Questo ci conduce pertanto a una conclusione essenziale: tutte le nostre azioni, ogni possibilità di soddisfare le nostre esigenze, dipendono dal nostro potere d’acquisto. Non scordiamoci infatti che la stessa libertà di stampa di cui ci facciamo vanto non sarebbe esaudibile se qualcuno non mettesse i soldi nelle pubblicazioni, elemento che di fatto mina le basi esistenziali stesse di questa suddetta libertà: i contenuti pubblicati dovranno seguire gli interessi dei loro finanziatori o, per lo meno, non disturbarli. Si veda ad esempio il recente caso della censura applicata da Instagram nei confronti di qualsiasi post in difesa del Generale iraniano Soleimani, in linea con le sanzioni volute dagli Stati Uniti. Detto in altre parole, la libertà è schiava di questo meccanismo ed è concessa pertanto solo ad una piccola fascia di popolazione. Non disponendo quindi tutti di mezzi uguali, possiamo possedere tutte le libertà che desideriamo su carta, ma se non abbiamo modo di sfruttarle non rappresenteranno null’altro se non un privilegio di pochi. Nel nostro sistema non è pertanto l’ottenimento delle libertà come dato formale a decretare l’uguaglianza tra i singoli, ma lo è piuttosto un’equa redistribuzione del capitale e quindi delle possibilità economiche.
Assunto questo concetto, è necessario chinarsi su alcune battaglie, giuste, che si stanno portando avanti. Si discute ad esempio del diritto per gli omosessuali di poter adottare dei figli. Ammettendo che questo diritto si raggiunga in tutto il mondo, allo stato attuale ne usufruirebbero solo gli omosessuali che possiedono la capacità monetaria per permetterselo. Sebbene vi sia qualche variabile fra i due casi, un esempio concreto sono coloro che già godono del diritto di avere un figlio: in Ticino il 90% delle persone tra i 20 e i 29 anni desiderano avere un figlio, ma la realizzazione di questo sentimento viene progressivamente posticipata se non del tutto accantonata. Di fatti, più della metà delle donne vede nell’eventualità di avere un figlio un legame diretto con il peggioramento della loro situazione lavorativa. Seppur brutto a dirsi, è vero che avere figli implica tempo e denaro. Tuttavia, non tutti possono permettersi di rinunciare al tempo lavorativo per occuparsi dei figli, come non tutti possono permettersi di pagare qualcuno che assista i propri figli o ha dei famigliari di riferimento. Nel concreto, il 25% delle famiglie ticinesi ammette di non poter far fronte ad una spesa improvvisa di 2’000 chf e, a livello di indebitamento, le economie domestiche con figli risultano più propense a indebitarsi rispetto a quelle senza figli (quasi la metà delle famiglie con figli ha un debito). Avere un figlio è quindi, se non si hanno buone capacità economiche di base, un peso di cui molti non possono farsi carico. È utile poi qui riallacciarsi al precedente discorso sul diritto allo studio, ricordando i limiti economici derivanti dall’assenza di una formazione scolastica post-obbligatoria. Ciò che ne risulta è pertanto un cane che si morde la coda: chi non gode di una situazione economica agiata avrà delle difficoltà nel rendere sostanziali i diritti e le libertà che gli sono attribuiti.
Sebbene il ragionamento esposto abbia radici meramente economiche, non ci si deve scordare di considerare come questo incida profondamente anche sul benessere stesso della popolazione. Si deve immaginare quale possa essere la qualità di vita di una famiglia con situazione economica precaria, in cui i genitori sono costretti a lavorare oltre misura trascurando per esigenza di sussistenza la vita famigliare. Se la mera logica necessita poi di ulteriori conferme, diversi studi hanno dimostrato come una situazione economica precaria ponga l’individuo in una situazione di sofferente insicurezza e rischio, nonché l’impossibilità o la difficoltà nel poter pianificare la propria vita sotto più aspetti. Questo, per conseguenza, incide profondamente sulla salute degli individui in queste condizioni che risultano predisposti a situazioni di malessere mentale quali ad esempio la depressione.

Questa situazione deve rendere attento chi si impegna in lotte come quella sopracitata, che sono sacrosante e devono essere perseguite, ma senza mai dimenticarsi di realizzarne anche le basi concrete che permettono a queste ricercate libertà di realizzarsi. È necessario ricordarsi che viviamo in un sistema in cui il denaro regna sovrano e regola ogni nostra possibilità nella vita: non basta ottenere il diritto di avere o adottare un figlio per possederlo concretamente, ma serve anche la base materiale per sostenerlo. Queste parole non si devono inoltre esaurire nel pensiero rivolto alle lotte future, ma risuonano più che mai attuali anche fra quelle battaglie che appaiono (almeno su carta) come delle vittorie. Un caso emblematico è la parità salariale uomo-donna che sebbene si iscriva nella Costituzione federale dal 1981, vede le donne percepire tutt’ora una media 1’455 franchi in meno rispetto agli uomini.
È importante quindi chiarire che pari opportunità e libero mercato non sono sinonimi e che condurre battaglie per il raggiungimento delle libertà sarà strategicamente performante solo se la politica si impegnerà a garantire l’uguaglianza sostanziale, quindi ad attribuire pari opportunità effettive a tutti. Per farlo sarà necessario impegnarsi per sottrarre i settori fondamentali dall’interesse privato; altrimenti i risultati ottenuti non saranno altro che il successo di pochi, o meglio, di chi sarà in grado di “acquistarli”!

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Daniela Falconi (1995) studentessa in Scienze storiche e "Islam e società" con Bachelor in Scienze storiche e Letteratura italiana, è attiva nel Partito Comunista e nella Gioventù Comunista.