Le sorti “progressive” dell’Unione Europea

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Anche Donald Trump sembra essersi accorto che uno dei problemi che mina alla base la struttura dell’Unione Europea è lo stratosferico surplus commerciale tedesco. In realtà sono decenni che economisti e studiosi marxisti mettono in luce questa grana, che di fatto impedisce un possibile riequilibrio dell’economie dell’area euro, ma se a rilevarlo sono esponenti politici borghesi non possiamo che rallegrarcene. Chiunque abbia anche qualche generica reminescenza dei suoi studi superiori, non potrà non accorgersi che la politica perseguita dalla classe dirigente tedesca pare proprio ispirarsi ai principi del vecchio mercantilismo: ossia che la potenza di una nazione dipende essenzialmente dalla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Questo meccanismo però non può essere applicato da tutti gli stati contemporaneamente, dal momento che qualcuno deve importare le merci prodotte. Se ci trovassimo in un sistema di cambi flessibili, osserveremmo con ogni probabilità una rivalutazione del Marco e dunque una perdita di competitività dei prodotti tedeschi, ma, ovviamente, in un’unione monetaria questo non è possibile. In realtà e per correttezza di informazione, gli avanzi commerciali accumulati dalla Germania in questi anni risultano superiori perfino alle soglie stabilite dai trattati europei, ma nessuno zelante burocrate di Bruxelles sembra minacciare di sanzionare la potenza teutonica. Privati degli strumenti per adottare politiche macroeconomiche di riequilibrio ed anzi obbligati ad attuare politiche di austerità, che secondo gli studiosi del paradigma economico mainstream dovevano essere “espansive”, i paesi dell’Europa mediterranea continuano a scivolare in una condizione di subalternità sempre più evidente, amplificando le asimmetrie e gli squilibri di sviluppo all’interno dell’Unione Europea. Dinnanzi a questa situazione sempre più instabile e insostenibile una possibile deflagrazione dell’assetto europeo, indipendentemente dalle volontà soggettive di ciascuno di noi, sembra balzare all’ordine del giorno. Se queste linee di tendenza non saranno invertite, e non lo saranno proprio per perseguire coscientemente un nuovo modello di sviluppo capitalistico che, come ha sintetizzato Bellofiore, ”ha il volto trino della finanziarizzazione del capitale, della frantumazione del lavoro dentro la nuova catena del lavoro transazionale, della sempre più intensa concentrazione della politica economica in quella monetaria1”, le forze politiche di classe in ogni paese devono iniziare a formulare un programma per una differente gestione dell’uscita, rispetto a quello delle organizzazioni reazionarie e nazionaliste. Risulta evidente a questo punto come la parola d’ordine “del più Europa”, evocata ancora da parti minoritarie della sinistra sedicente radicale, sia assolutamente sbagliata, proprio perché, come sostiene l’economista Giacchè, ci condurrebbe ad una “blindatura istituzionale di un assetto non soltanto ingiusto ed economicamente inefficiente, ma profondamente oligarchico e antidemocratico, e per di più caratterizzato da gerarchie inaccettabili tra i diversi Paesi membri2”. D’altra parte anche lo slogan che sostiene una “violazione dei trattati” non coglie il punto fondamentale, cioè che l’Unione Europea è strutturalmente irriformabile e che qualsiasi attendismo sulla strada della rottura significhi una perdita di tempo prezioso, nonché un peggioramento ulteriore delle condizioni di vita delle classi subalterne. L’attenzione riservata alle sorti dell’Unione Europea dal presidente statunitense dovrebbe inoltre farci riflettere anche su un altro punto fondamentale. Potrebbe essere proprio la borghesia europea a prendere atto del fallimento del progetto di integrazione monetaria e a quel punto promuoverne lo scioglimento. La classe dominante sarebbe quindi pronta a mettere in discussione tutto, anche la moneta unica, per non cambiare assolutamente nulla: ossia il sistema capitalistico come modo di produzione egemone. In conclusione, sarebbe forse più corretto sostenere che un’altra Europa è possibile, rispettosa delle varie costituzioni nazionali e che miri ad un miglioramento costante del tenore di vita generale dei lavoratori di tutti i paesi ad essa aderenti, ma non un’altra Unione Europea, istituzione contro la quale i comunisti devono combattere. Solo in questo senso si eviterà di scimmiottare le destre con un ripiego nazionalista e tenere fede ad un orizzonte internazionalista. Senza però un antecedente cambio di egemonia nella guida dei processi politici ed economici in ogni stato-nazionale, che passi dalle mani della borghesia e dei suoi rappresentanti a quelle dei lavoratori, non potremmo avanzare verso un futuro di cooperazione e amicizia tra i popoli. Proprio questo risulta essere in definitiva l’obiettivo intermedio: elevare il proletariato a classe dominante in ogni singolo paese del continente.


1 R.Bellofiore “La crisi globale,l’Europa,l’euro, la Sinistra” pag. 19

2 V.Giacché “Costituzione Italiana contro Trattati Europei il conflitto inevitabile” pag. 92

Fabio Scolari, classe 1995, dopo aver conseguito la maturità liceale, studia attualmente sociologia a Milano. Oltre a Sinistra.ch, collabora anche alla redazione del mensile “Voci del Naviglio”. E’ membro del direttivo dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Trezzano.