Giorgiomaria Cornelio, coautore di “Ogni roveto un dio che arde”

in Eventi ricreativi, culturali e artistici/Speciale Pardo 2016 di
Luca Rossi e Giorgio Maria Cornelio.
Luca Rossi e Giorgio Maria Cornelio.

Vi è stato attribuito il premio speciale ISPEC CINEMA Locarno 2016. Per cominciare, di cosa parla e come è fatto questo film?
L’argomento decisivo del film è l’edificare, come una forma di lealtà verso il mondo, cioè prendere parola, offrire una lettura diversa della creazione cinematografica per quanto ne è stato lasciato assolutamente fuori. Abbiamo tentato una topografia immaginaria, così da far convergere in una stessa orditura materie e persone, ma anche eccedenze, scarti, rotture, diserzioni. Ad esempio vi è una registrazione di una performance teatrale chiamata “Concerto per Vincent Van Gogh”, di Vincenzo Consalvi, che si muove parallelamente e insieme incide la fiaba del pellegrino, fiaba che dura il tempo di un giorno, dal risveglio sino al sonno e che abbiamo inventato, partendo dall’esperienza del Cammino di Santiago, che Luca Rossi, coautore del film e attore, ha fatto laicamente nel novembre di quest’anno e dai “Racconti del pellegrino russo”, grande trattato spirituale ma anche “romanzo picaresco”, come ebbe a dire Cristina Campo. Altre tracce fondanti nella struttura del film sono James Hillman, il cui libro “L’anima del mondo e il pensiero del cuore” ha dettato la misura stessa del titolo, e poi ancora alcune lettere e fotografie di una corrispondenza quasi interamente perduta con dei miei parenti emigrati in Argentina, le poesie di Emilio Villa e di Rilke, il metodo teatrale del Minimo Teatro. Ci pare importante, infine, citare qui una frase di Toni Negri: “il passaggio all’etico, cioè alla potenza di costruire: questo è la fuoriuscita dal postmoderno”.

 

“Ogni roveto un dio che arde” è già stato presentato nella sua forma in itinere al festival Internazionale del cinema di Pesaro nella sezione “Satellite – visioni per il cinema futuro”. Raccontateci questa esperienza.

La sezione Satellite, come il nostro film, è stato il luogo di un incontro continuo, e questa insorgenza di sguardi ha contribuito in maniera decisiva a costruire la forma definitiva del film. La peculiarità del festival è proprio quella di non aver rinunciato a mostrare questa moltitudine di sguardi: per noi un’esperienza fondamentale, anche umanamente.

 

Quali strumenti avevate a disposizione per girare il film?

Una telecamera, un vecchio cavalletto e un microfono. Si è trattato di combinare queste risorse piuttosto limitate con materiali di altra origine: vecchie registrazioni, come abbiamo già detto, ma anche tracce audio, residui di lavori precedenti girati con strumentazione analogica. In particolare, c’interessava non rinunciare a misurarci con modi diversi di girare, filmare in maniera armoniosa tra il dispositivo e l’occhio che guarda, vertovianamente. Oltre le “chiare ripartizioni”, come le intende Celati: questo è stato il fondamento.

 

Chi sono gli attori?

Soltanto due delle persone che compaiono nel film recitano: il pellegrino (Luca) e Valentina. Vincenzo ed Elisabetta costituiscono la parte documentaria: volevamo mostrare non un’accezione biografica delle loro vite, ma piuttosto una testimonianza poetica, di roveti che ardono, per l’appunto.

 

Progetti per il futuro?

Come da film: i versi finali valgono sopratutto per noi stessi. “Sicché i figli devono andarsene nel mondo, lontano, verso quella stessa chiesa, che il padre ha dimenticato.”

 

Il film verrà proiettato il 13 agosto 2016 alle ore 17.00 presso l’ISPEC al Rivellino di Locarno, via al Castello 1 alla presenza degli autori, dopo le premiazioni e il dibattito, con inizio alle ore 15.00, dedicato a Cuba e a Fidel Castro.