Nicolò Mazza de’ Piccioli, prossimo autore di un film dedicato a Trieste

in Eventi ricreativi, culturali e artistici/Speciale Pardo 2016 di

Al soggetto del film “Trieste” è stato attribuito il PREMIO SPECIALE ISPEC CULTURA LOCARNO 2016.

Nicolò Mazza De’ Piccioli, regista del film "Trieste".
Nicolò Mazza de’ Piccioli, autore del film “Trieste”.

Per cominciare, di cosa parla questo film?

“Trieste” è innanzitutto la storia di Anna, una ragazzina che deve affrontare quel percorso di crescita che la porterà dall’essere una bambina sognatrice a essere una giovane donna in grado di inseguire il proprio sogno di musicista, che coincide poi anche con il suo forte desiderio di emancipazione. Quella dell’adolescenza è una fase complicata per tutti, tanto più per lei, orfana di padre, costretta ad aiutare la madre cestaia a non rimanere schiacciata dai debiti, in un contesto, quello triestino del 1920, ricco di contraddizioni e in piena crisi economica.

È un film storico, dunque, con un’ambientazione ben definita. Quando inizia la prima Guerra Mondiale Trieste è un porto dell’impero asburgico e quando finisce si ritrova a essere l’ultima provincia orientale del regno d’Italia. Perché hai scelto proprio il 1920 per far cominciare questa storia?

Trieste è una dei protagonisti di tutta la vicenda, non è solo un luogo che fa da sfondo alle vicende dei personaggi. Anzi, è la Grande Storia che ingloba e inghiotte le “piccole storie” di Anna e delle altre figure. È una fase storica poco raccontata, di cui si è scritto relativamente poco, forse perché schiacciata da eventi molto cruenti e crudeli, come la guerra prima e il ventennio fascista dopo, ma credo che non sia solo importante ricordarla come vicenda del nostro passato, ma anche come specchio e monito per il presente. I temi che occupano le pagine dei giornali di questi anni sono gli stessi di allora.

In cosa consiste questa attualità di cui parli?

Ti rispondo con un esempio che considero molto efficace. Uno dei più antichi bagni della città, chiamato il Pedocin, ha ancora oggi un muro che separa gli uomini dalle donne. Di recente hanno anche realizzato un bel documentario su questo muro. La cosa che più mi ha colpito è stata una dichiarazione di uno dei due co-registi del documentario, Thanos Anastopoulos, che diceva più o meno così: “Quando ho cominciato ho avuto l’impressione di trovarmi davanti all’ultimo muro d’Europa.” Era il 2013. Oggi, solo 3 anni più tardi, di muri e barriere in Europa siamo circondati. Il valore del crollo del muro di Berlino sembra appartenere ormai a un’epoca lontana.

Trieste allora poteva sembrare un po’ così: una città mitteleuropea, dove convivevano persone di qualunque ceto, provenienza, religione, cultura, tradizione. I cittadini si consideravano prima di tutto triestini. A un certo punto l’insofferenza verso gli slavi cresce a dismisura fino a provocarne la repressione e in parte la cacciata. Gli slavi svolgevano generalmente i lavori più umili ed erano diventati i capri espiatori di un sistema economico in crisi. I parallelismi con gli immigrati di oggi sono tantissimi ed evidenti. Oltretutto gli abitanti slavi erano triestini veri e propri, quindi non sono nemmeno stati rimandati nel loro paese, ma cacciati da casa loro. Credo sia una pagina emblematica e che andrebbe ricordata, sopratutto per come è finita.

E com’è finita?

È finita nel più tragico dei modi. Infatti sarà proprio a Trieste che nascerà il fascismo vero e proprio, iniziando con azioni efferate e violente in chiave anti-slavi. Quello che succederà dopo è noto a tutti. L’intolleranza e il cieco nazionalismo avranno la meglio in tutta Italia e non è un caso che proprio a Trieste vengano promulgate le leggi razziali del ’38. Fino ad allora gli ebrei erano parte integrante del tessuto sociale e culturale cittadino e infatti anche loro si sentivano prevalentemente prima triestini e poi ebrei. Sarebbe drammatico ripercorrere la stessa escalation di errori di allora.

Di ebraismo si parla anche nel tuo film, giusto?

Anche l’ebraismo è un elemento centrale. La storia inizia proprio nel capodanno del 1920, quando Anna incontra per la prima volta Davide, un suo coetaneo ebreo appassionato anche lui di musica. È il figlio di un anziano rabbino. Diventano subito amici, ma non avranno molte occasioni di frequentarsi finché a Davide non viene l’idea di farla assumere a casa sua come shabbes goy.

Ossia?

La shabbes goy è la gentile del sabato, colei che, detto in parole semplici, svolge le attività proibite agli ebrei durante lo shabbat. In questo modo non solo Anna e Davide si possono frequentare di più, ma lei guadagna anche i soldi per poter prendere le lezioni di pianoforte, sua grandissima passione. Deve però farlo di nascosto da sua madre che è contraria a qualunque spreco di denaro. Anna rimarrà molto affascinata da questo mondo per lei completamente nuovo e misterioso.

Insieme ai personaggi inventati ci sono anche figure realmente esistite, ad esempio il poeta Umberto Saba. Come si intreccia la finzione con la realtà storica?

Nel 1919 Saba apre una libreria nel centro della città, in via san. Nicolò, che c’è ancora oggi ed è mantenuta ancora come allora. E questo è un dato reale, ma nel film Saba è anche il mentore di Anna e l’aiuta ad aprirsi al mondo.

La libreria, insieme al Pedocin, è uno dei luoghi cardine della vicenda. Qui si ritrovano alcuni dei più importanti personaggi della cultura del tempo, tra cui James Joyce, assiduo frequentatore di Trieste. Io poi ho immaginato il personaggio di Darko, un giovane triestino sloveno, ragazzo di bottega di Saba. La sua storia mi permette di raccontare in modo diretto e personale l’evoluzione violenta e razzista dei proto-fascisti.

Come ti è venuta l’idea di questo film?

L’idea è nata circa 10 anni fa, leggendo il libro “La versione di Barney” di Mordecai Richler. In quelle pagine ho letto per la prima volta della figura dello shabbes goy e l’ho trovata perfetta per raccontare un confronto culturale e generazionale che fosse al tempo stesso carico di conflitti e di contraddizioni. Poi qualche anno fa sono andato a parlare con la comunità ebraica di Roma, che ringrazio tantissimo per avermi consigliato luogo e periodo per l’ambientazione. Quando mi hanno suggerito Trieste, infatti, il resto della storia si è composto in modo naturale, quasi spontaneo. Le “piccole storie” di cui ho parlato prima aderivano perfettamente al contesto generale.

A quel punto ho trascorso circa 3 anni di studi, ricerche, incontri e consulenze. Alla fine avevo accumulato una quantità di informazioni sufficiente per tre film, ma questo mi creava più confusione che altro nella stesura di una trama convincente. Infine, un anno fa, la svolta: ho seguito un corso di un anno dello sceneggiatore Francesco Trento e quella che era una massa disomogenea di informazioni e spunti ha acquisito mese dopo mese una struttura solida ed efficace.

Lo shabbes goy, dicevi, è il non-ebreo che svolge i lavori proibiti agli ebrei durante lo shabbat. In che modo questo ruolo ti ha stimolato l’idea di un racconto?

Si dice, giustamente, che il motore di una storia sia il conflitto ed è verissimo. A me però affascina l’idea che il conflitto possa essere interno. Non necessariamente interno alle persone, come il conflitto interiore di chi deve fare una scelta difficile, ma interno ai concetti stessi. Una figura apparentemente paradossale come quella dello shabbes goy, che in un certo modo è per sua natura contraddittoria, mi affascina molto.

Le vicende narrate in “Trieste” sono necessariamente drammatiche. Alcuni tuoi lavori precedenti come il cortometraggio “Notizie da Godot” o il pilota della serie “Radio Limbo”, virano invece su toni da commedia. Hai adottato un approccio differente per questo lavoro oppure no?

Io credo che una vicenda drammatica non debba essere per forza raccontata in modo triste, lento, riflessivo. La tragedia è già lì, non occorre spingere sull’acceleratore del dramma. C’è una risposta che diede il grande Carver a una domanda sul tono grave che condivido: Immagino che il tono sia grave, ma del resto la vita è un affare serio, no? È grave, ma temperato da un senso dell’umorismo.

È un po’ il concetto espresso nel tuo secondo libro “Humor Vacui”?

“Humor Vacui” è una raccolta di racconti pubblicata recentemente da Tralerighe e a dispetto apparente del titolo, non sono racconti umoristici. Il concetto è più o meno lo stesso, ma ribaltato: anche lo humor può essere drammatico. Penso alla formula “ironia del destino”, ad esempio. O a tutti quei piccoli attimi apparentemente insignificanti delle nostre vite, qui momenti di stallo o di attesa forzata.

Il soggetto del film verrà brevemente presentato dall’autore il 13 agosto 2016 alle ore 17.00 presso l’ISPEC al Rivellino di Locarno, via al Castello 1 dopo le premiazioni e il dibattito, con inizio alle ore 15.00, dedicato a Cuba e a Fidel Castro.