I ribelli siriani si accordano con la Francia: petrolio gratis!

in Internazionale/Medio Oriente di
Manifestazione popolare a favore di Assad

Mentre in Egitto o in Tunisia si è assistito a una rivolta popolare delle classi sociali diseredate, stanche di un regime nel contempo oppressivo e responsabile della subalternità del proprio paese alle potenze neo-coloniali, quelli che vediamo in Siria (o che abbiamo visti in Libia) sono movimenti di ben altra natura. Composte perlopiù dal ceto medio e medio-alto urbano arricchitosi grazie alle magre libertà economiche che il sistema guidato dal presidente Assad concedeva, tali rivolte sono situazioni eterodirette dall’esterno, nell’ottica di destabilizzare un governo che non si è piegato al volere delle multinazionali e dei poteri forti euro-americani. Basti pensare al fatto che il cosiddetto “Consiglio Nazionale di Transizione” siriano – il quale, stando a certi media “liberi”, sarebbe una sorta di organizzazione patriottica composta di partigiani in lotta per “democrazia”, i “diritti umani” e la “liberà” – ha promesso a Nicolas Sarkozy con tanta generosità (e senza certamente chiederlo al popolo) che la Francia potrà usufruire del 35% delle risorse petrolifere siriane, qualora decidesse di invadere militarmente il paese (alla faccia del patriottismo!), bombardando il popolo che ritengono voler difendere e ponendo fine al progetto politico del partito “Baath” al potere. La lettura possibile a questo punto è una sola: il neo-colonialismo europeo ed americano ha deciso di iniziare una nuova offensiva in Medio Oriente per conquistarsi nuovi mercati e si sta alleando per questo con la borghesia “compradora” siriana occidentalizzata nell’ottica di umiliare la sovranità nazionale della Siria e subordinarla alle leggi della globalizzazione capitalista.

Le cause della rivolta

Il Venezuela di Chavez è alleata con la Siria di Assad

Se la manovra sullo scacchiere geopolitico appare ormai chiara, non si può negare una maggiore complessità nel leggere l’origine dell’attuale situazione di instabilità. Gli eventi siriani hanno insomma cause interne ed esterne come ha bene indicato il Partito Comunista Siriano in un suo recente convegno. I comunisti, che – è bene ricordarlo – collaborano organicamente al governo di Assad, hanno criticato quest’ultimo per il degrado delle condizioni di vita delle fasce popolari dovute alle riforme di mercato adottate e ai tagli ai sussidi statali ai prodotti di prima necessità. Le timide liberalizzazioni economiche e la modernizzazione dell’industria hanno infatti creato dei disagi, fra cui un aumento della disoccupazione soprattuto fra i giovani, che sono poi stati facilmente strumentalizzati dalle forze reazionarie. Va detto che tali riforme sono state in gran parte frutto dei dictat del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e che il governo di Assad ha risposto positivamente a buona parte delle rivendicazioni dei lavoratori siriani che chiedevano miglioramenti sociali. Lo stesso presidente non ha esitato ad usare, però, il pugno di ferro non appena resosi conto che le rivolte stavano mutando la loro composizione fino a passare velocemente sotto la guida delle forze anti-governative di stampo filo-imperialista. Le ribellioni sono state infatti sostenute apertamente dal governo di Israele e alcune manifestazioni di protesta hanno visto in piazza nientemeno che l’ambasciatore di Francia e quello degli Stati Uniti assieme ai rivoltosi. Creare instabilità nel Paese fino allo scoppio di una guerra civile permetterebbe alla NATO di intervenire con una facile scusa, consentendo l’instaurazione di un regime favorevole all’Occidente.

Una sovranità che infastidiva gli USA

Siria e Libia: due forme di “socialismo arabo” odiate dagli USA

In Siria, a partire dal 1966 sotto la direzione del partito Baath e con la partecipazione del Partito Comunista, è stata portata al potere una rivoluzione nazional-democratica che ha assicurato l’indipenenza del Paese, una politica estera anti-imperialista, nonché delle riforme progressiste sia in ambito economico che sociale. Non mancarono – grazie al sostegno dell’allora Unione Sovietica – anche progetti infrastrutturali, quale la diga Thawra sul fiume Eufrate, che garantiva al paese l’autosufficienza energetica e un sistema efficiente di irrigazione agricola. La rivoluzione “baathista” favorì inoltre la democratizzazione dell’istruzione pubblica, prima appannaggio di pochi figli dell’élite. La scelta, poi, di subordinare l’economia agli interessi dello Stato fu determinante per l’innalzamento del tenore di vita dei lavoratori e dei contadini. Oltre a ciò la Siria divenne un paese laico e multi-religioso dalla politica estera molto coraggiosa e totalmente in contrasto con l’espansionismo dei sionisti. Una rivoluzione nazional-democratica è però di per sé fragile e transitoria: può portare, in determinate condizioni, ad una vittoria di tipo socialista, oppure anche a una regressione verso il capitalismo, soprattutto se si aprono brecce nell’apparato burocratico dello Stato. In questa situazione instabile l’imperialismo ha deciso di giocare la sua carta per abolire ogni ipotesi realmente rivoluzionaria: l’esito del conflitto è oggi ancora incerto, su una cosa però possiamo essere sicuri: l’eventuale sconfitta dell’attuale governo significherebbe però tutt’altro che libertà, pace e democrazia!

La sinistra e i sindacati operai sostengono il governo

Una delle sedi del Partito Comunista Siriano a Damasco

I comunisti siriani hanno conseguentemente riaffermato la loro posizione e si sono schierati, nonostante le legittime critiche che abbiamo visto sopra, con il governo di Assad. E ciò vale sia per il Partito Comunista Siriano, sia per il più “riformista” Partito Comunista Siriano Unificato, entrambi membri del Fronte Nazionale Progressista. Assad, peraltro, continua a godere dell’appoggio indiscusso del “Baath”, ossia il “suo” Partito Arabo Socialista che, per diritto costituzionale, è considerato “partito guida” della nazione. Al fianco del governo e quindi contro la rivolta si è schierata anche la Federazione Generale dei Sindacati (GFTU) che riunisce tutti i sindacati siriani, guidata da Shaaban Azzouz. La GFTU ha, come prevedibile, ottenuto la solidarietà del segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale (FSM) Geroge Mawrikos, il quale ha diramato una nota con le seguenti parole: “gli attacchi pianificati degli imperialisti contro la Siria, contro la classe operaia e contro il popolo della Siria non sono un fenomeno nuovo. La vera ragione sta nel sostegno dei governi USA e dei loro alleati a Israele e all’occupazione dell’esercito israeliano dei territori arabi. Il loro obiettivo sono il petrolio e le risorse acquifere (…). Oggi tutti capiscono che questi attacchi organizzati contro la Siria mirano a imporre a quest’ultima un cambiamento nella sua politica estera, per renderla subalterna agli USA”. Intanto nel paese si iniziano a registrare numerosi cortei lealisti con il governo, a dimostrazione dell’ampia fiducia di cui il presidente può ancora contare.

Solidarietà ad Assad dalla vicina Turchia

Solidarietà internazionalista dalla Turchia

La Turchia è uno degli stati confinanti più colpiti dalla crisi siriana, a seguito degli ingenti flussi migratori di rifugiati. E proprio da qui che si registrano le iniziative di solidarietà internazionalista più interessanti. L’Unione Giovani di Turchia (TGB), una sorta di fronte unito anti-imperialista nonché una delle organizzazioni giovanili di massa più consistenti del Paese, si è infatti incontrata nei giorni scorsi con l’Unione Nazionale degli Studenti Siriani legati al pensiero “baatista” (vedi i servizi sulla stampa turca). Il seminario tenutosi a Damasco ha affrontato il tema dell’importanza dell’unità nazionale contro l’imperialismo e il separatismo etnico. La parte turca ha presentato agli omologhi siriani la raccolta omnia delle opere di Mustafa Kemal Atatürk, leader della rivoluzione turca del 1923 e autore del cosiddetto “Devlet Soysalizm” (“Socialismo di Stato”), una variante moderata rispetto al bolscevismo. Oltre ai giovani anti-imperialisti della TGB si è mosso anche il piccolo Partito dei Lavoratori di Turchia (IP), organizzazione della sinistra post-maoista guidata dal carcere (in cui si trova rinchiuso da circa tre anni senza essere stato ancora processato) dal presidente Dogu Perinçek che ha organizzato manifestazioni di piazza a favore del governo di Assad (vedi) e un convegno internazionale di solidarietà (vedi) a cui hanno preso parti diplomatici e militari dei due paesi, nonché militanti dei vari partiti politici. L’analisi di IP sulla situazione non lascia dubbi: gli USA stanno dirigendo la rivolte delle classi medio-alte contro il governo popolare siriano che non intende aprirsi al capitalismo globalizzato ad egemonia occidentale. Il tentativo inoltre di spaccare la Siria tramite il ruolo sempre più reazionario delle etnie assira e curda armate da Washintgon e da Tel Aviv è simile a quanto si vive in Turchia, dove non a caso IP è attivo a favore dell’unità nazionale sostenendo la fratellanza inter-etnica e contrastando la linea separatista dei gruppi armati come “PKK” e “MLKP” che hanno alcune delle loro basi economiche in Svizzera e che – guarda caso – non solo utilizzano armi in dotazione ai marines americani di stanza in Irak, ma sostengono la rivolta anti-Assad auspicando scenari di secessione.

E la Sinistra Europea?

Il segretario dei Comunisti Italiani a colloquio con Assad

Nei partiti della cosiddetta Sinistra Europea (SE), manca ancora una volta un’unità di vedute. Il presidente della SE, Pierre Laurent, a capo del Partito Comunista Francese (PCF) parla dei dimostranti come di “progressisti e democratici” e definisce quello di Assad un regime del “terrore”. Posizioni che non si discostano da quelle di un qualsiasi partito di destra felice di poter presto esportare in Siria nuove multinazionali e infatti hanno creato malumori nelle correnti marxiste-leniniste interne. La LINKE tedesca – anch’essa membro influente della SE – ha una posizione un po’ più equilibrata, riconoscendo che la caduta di Assad darebbe un vantaggio alle potenze neo-colonialiste, ma nel contempo chiede al governo siriano di cedere alle riforme volute dai manifestanti. La corrente comunista interna al taciturno Partito Svizzero del Lavoro, ancorata principalmente nel canton Ticino, non ha mai rinunciato al ruolo preponderante dell’anti-imperialismo nella sua analisi e riconosce nel Partito Comunista Siriano il proprio referente in loco. Non è poi un mistero che il direttore de “L’inchiostro rosso”, il giornale edito dai comunisti ticinesi, Davide Rossi, che in passato si era recato nel paese mediorientale, abbia scritto relazioni positive sulla situazione del particolare “socialismo arabo” attuato in Siria. Sulla stessa linea anche il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) che non ha rinnegato la visita cordiale fra il proprio segretario Oliviero Diliberto e il presidente Assad a Damasco nel 2007.

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