Elezioni siriane ostacolate …non solo dagli islamisti!

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A causa del Coronavirus le elezioni parlamentari nella Repubblica Araba di Siria sono state posticipate per ben due volte, ma infine lo scorso 19 luglio hanno potuto finalmente svolgersi sancendo presumibilmente la vittoria del Fronte Nazionale Progressista guidato dal Partito Socialista della Resurrezione Araba (Baath), a cui aderiscono anche i due Partiti Comunisti del Paese e che gode del sostegno esterno dei sindacati.

Diciamo che la vittoria è presumibile perché al momento mancano i risultati uffiicali di cinque uffici elettorali in cui si sono registrate scorrettezze e poiché alcuni ricorsi minori sono ancora pendenti davanti alla Commissione elettorale nazionale che li sta giudicando. Per occupare i 250 seggi del parlamento, si sono candidati a questa tornata 1656 cittadini, di cui duecento donne. L’ultima volta, nel 2016, la coalizione socialista leale al presidente Bashar Al-Assad aveva prevalso nonostante l’elezione di ben 73 deputati che si erano presentati come indipendenti. Maggiori informazioni sulla Siria potete leggerle anche in questo articolo.

Lo svolgimento di queste elezioni dimostrano – usando l’espressione del giornalista cubano Leonel Nadal – “la forza delle istituzioni dello Stato siriano nonostante le ingiuste misure economiche imposte alla Siria dagli Stati Uniti e i loro alleati”.

Un sistema elettorale che dà voce alla classe operaia

Benché nel 2012 sia entrata in vigore una nuova legge elettorale, e ciò a seguito delle proteste di cui avevamo riferito in questo articolo, il sistema parlamentare siriano mantiene una caratteristica tipica dei paesi socialisti, ossia la rappresentanza non solo su base partitica ma anche classista. I candidati al parlamento vengono infatti presentati dai diversi partiti politici (o dalle coalizioni) suddivisi in due categorie: la categoria A dispone di 127 seggi e la categoria B ne elegge 123.

La categoria A riunisce la classe operaia e i contadini, mentre la categoria B presenta le altre classi sociali unitamente alle liste di Partito. E’ un sistema che permette non solo una presenza costante ai sindacati nel legislativo del Paese, conferendo quindi loro un potere decisionale in ambito economico, ma pure una equa rappresentanza di classe ai lavoratori, chiarendo che la forza sociale trainante del Paese non è la borghesia, ma appunto operai e contadini: un elemento di democrazia socialista, questo, che differisce dal modello liberale in voga nei paesi capitalistici e che quindi viene definito …“dittatoriale” dai giornalisti mainstream occidentali.

Per chi volesse saperne di più sul sistema politico svizzero segnaliamo l’approfondito articolo dei ticinesi Simone Romeo e Massimiliano Ay apparso sulla rivista marxista svizzera #politicanuova (nr. 3) del febbraio 2014 che potete reperire a questo link.

Jihadisti, anarchici e marines impediscono il voto

In articolo apparso sul quotidiano cubano “Juventud Rebelde”, il già citato giornalista Leonel Nadal, ha sottolineato come lo Stato siriano abbia lavorato “per garantire il processo elettorale in tutti i suoi dettagli”. L’unico neo, e non è responsabilità di Damasco, si registra nelle zone occupate.

Le elezioni si sono svolte, in effetti, come le ultime due, in un periodo di guerra. Ovviamente a Idlib, nelle zone sotto controllo delle milizie islamiste, i cittadini sono stati impossibilitati a esercitare il loro diritto di voto poiché i terroristi impediscono di allestire locali elettorali.

La situazione si è rivelata invece più complessa nelle regioni ad est dell’Eufrate. Stando a Manfred Ziegler, un esperto del conflitto siriano che scrive sulle colonne del settimanale “Unsere Zeit”, il giornale del Partito Comunista Tedesco (DKP), là dove l’esercito regolare siriano ha potuto riprendere almeno parzialmente il controllo della situazione sono stati aperti alcuni locali elettorali: stiamo parlando di 149 seggi presso Hasaka e di 67 presso Raqqa. Si tratta però di numeri bassi (proporzionalmente al numero di cittadini) rispetto agli uffici elettorali presenti nelle zone libere del Paese: il contesto di insicurezza militare, insomma, non ha certamente aiutato.

Drammatica è invece la situazione nelle zone ancora sotto il dominio delle Forze Democratiche Siriane (SDF), le milizie separatiste curde definite “libertarie” e “anti-capitaliste” dalla sinistra alternativa europea. I separatisti curdi hanno infatti rifiutato le elezioni e hanno impedito di allestire seggi elettorali allo Stato e vietato conseguentemente ai cittadini di recarsi alle urne. Insomma: come gli jihadisti da un lato anche gli altri alleati degli invasori americani impediscono alla Siria di tornare alla normalità. A dimostrazione che il progetto di balcanizzare il Paese, separando il Rojava dalla Siria, resta in vigore: nella zona attualmente sotto occupazione congiunta curdo-americana l’intenzione è infatti quella di creare un “puppet state” etnicamente puro per gestire le riserve petrolifere siriane ponendole al servizio principalmente agli Stati Uniti e a Israele.

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