La svolta epocale degli Stati Uniti

in Internazionale/Nord America di

C’è il razzismo, tragicamente mai vinto, come ha confermato Noam Chomsky, nonostante gli sforzi titanici e plurisecolari di Martin Luther King e di tante e tanti insieme a lui, c’è la rabbia per la morte di George Floyd, più che comprensibile, c’è la ribellione di disoccupati, disperati, marginalizzati, ferite aperte e laceranti, piaghe di una società che è tra le più ingiuste, violente, diseguali e povere del mondo.

Il Turkmenistan è più sicuro degli USA ma nessuno ci crede…

Povera, perché le masse sterminate di miserabili con “villetta-catapecchia che cade a pezzi” rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione rispetto a pochi privilegiati ricchi e cinici. Perché il Turkmenistan è molto più sicuro, zero sparatorie nell’ultimo anno e zero disoccupati, ma nell’immaginario collettivo degli occidentali, grazie al gioco combinato tra la propaganda mediatica e la fomentazione del sogno hollywoodiano praticata dell’intrattenimento filmico e televisivo, la società statunitense è il paradiso della libertà e del successo, poi, quando si toglie il velo e si scopre l’inferno della quotidianità, emergono le contraddizioni.

Ancora, ci sono i bianchi poveri che votano Donald Trump, alcuni perché sono razzisti, moltissimi – e sono la stragrande maggioranza – perché non arrivano alla fine del mese con il loro magro salario. Di più, come ampiamente spiegato da tanti, dietro i distruttori di negozi e di automobili, a mio giudizio sempre condannabili, si muove un’orchestrata regia che esula di molto dalla rabbia e non c’entra nulla con l’antifascismo, basti vedere come è stata distrutta a Minneapolis la storica libreria di fantascienza, la più antica tra quelle indipendenti degli Stati Uniti. Per altro agli episodi di violenza si associano manifestazioni pacifiche di dimensioni oceaniche, che vedono scendere in piazza anche molti appartenenti alla classe media e alla classe medio bassa, neri, bianchi, ispanici, asiatici, senza distinzioni e uniti dalla stessa crisi economica che ha trasformato la mobilità sociale in una univoca spinta verso il basso.

Repubblicani e Democratici: un mostro bicefalo

Tuttavia vi è molto di più di tutto questo. Intanto bisogna ricordare che Franklin D. Roosevelt con l’invenzione dello stato sociale è stato una fortunata parentesi, del tutto anomala, dentro le politiche economiche, sociali e culturali di quel paese. La società statunitense nell’ultimo mezzo secolo, dopo la trasformazione dei democratici da conservatori (e largamente razzisti) degli stati meridionali in “sinistra” liberal, contrapposta ai repubblicani che hanno fatto del liberismo estremo il loro orizzonte culturale, più della capacità di innovazione che li aveva distinti dai democratici nel mezzo secolo precedente, ha avuto una rappresentanza politica in cui i neocon Donald Rumsfeld e Dick Cheney hanno dettato l’agenda di tutte le amministrazioni repubblicane da Gerald Ford (1974 – 1976) a George Bush figlio (2000 – 2008), passando per Ronald Reagan e George Bush padre, mentre la logica di una economica trainata da Wall Street e della speculazione finanziaria e digitale ha contrassegnato gli anni di Bill Clinton (1992 – 2000) e di Barack Obama (2008 – 2016), dopo aver preso avvio con la deregulation reaganiana.

Immutato in entrambe gli schieramenti l’approccio imperialistico al mondo, da depredare per fornire al presunto faro della libertà planetaria le materie prime necessarie per il suo consumismo. Tuttavia repubblicani e democratici sempre nel corso di questo mezzo secolo hanno iniziato ad assomigliarsi sempre più, sono diventati un mostro bicefalo, in cui le pratiche, i gruppi economici di riferimento, gli interessi, le lobby, sono diventate le stesse. Nel frattempo la società statunitense finiva disintegrata, certi lavoratori precari, dalle pulizie alla consegna dei pacchi, si sono ritrovati ai tempi di Obama con una paga oraria inferiore a quella di mezzo secolo prima.

Il mostro bicefalo, incurante della vita quotidiana del suo popolo, ha continuato imperterrito per la sua strada, convinto che i poveri, i morti di fame, gli esclusi, gli emarginati, fossero una variabile accessoria e insignificante del sistema, ovviamente capitalistico, che è – a loro giudizio – il migliore e più riuscito, straordinario e perfetto, neppure perfettibile, sistema di vita che l’uomo si sia mai dato.

I media occidentali riducono tutto a razzismo e anti-razzismo, buoni e cattivi, l’opaco Joe Biden che dice che vorrà tanto bene ai neri e Trump che dice alla polizia di sparare. Peggiore lettura non si potrebbe dare, soprattutto sbagliata e fuorviante. Perché Trump e Bernie Sanders non hanno rappresentato il sopravvento delle ali estreme in due partiti – repubblicani e democratici – che sono tanto bravi e liberal, ma l’esile tentativo di un popolo, quello statunitense, di ribellarsi al vortice disumano di miseria e di povertà in cui i liberal di quei due partiti li hanno affogati in questo mezzo secolo.

La contraddizione non è tanto fra razzisti e anti-razzisti: è anzitutto sociale!

Che cosa possa succedere e come possa concludersi questa rivolta di popolo contro gli apparati di conservazione del liberal-liberismo è difficile dirlo, ma dalla primavera del 2015, ovvero dalle primarie che hanno incoronato Trump e quasi Sanders, è evidente, a quegli osservatori che non vogliano farsi travolgere dai luoghi comuni, che è in corso, a volte pacificamente con il voto e la partecipazione, a volte con esplosioni violente di rabbia, un conflitto sociale in cui lo scontro non è tra razzisti e anti-razzisti, ma tra poveri (sia razzisti, sia antirazzisti) ed establishment.

Occorrerebbe riflettere a lungo sul perché larghe masse di poveri si riconoscano nel nazionalismo e in tutti i suoi corollari, culturali, sociali, religiosi, tuttavia, come dimostra il quadriennio di presidenza trumpiana, schiacciata per molti versi sui soliti interessi dell’establishment, appare abbastanza evidente che l’illusione di un cambiamento attraverso il nazionalismo a stelle e strisce sia abbastanza difficile da perseguire.

L’alternativa socialista c’è anche negli USA

Molto più chiara ed efficace la proposta del Partito del Socialismo e della Liberazione (PSL) che resta, con la candidatura di Gloria La Riva, la sola proposta socialista delle prossime elezioni presidenziali di novembre, le quali tuttavia rappresentano, a tutti gli effetti, una variabile insignificante, di fronte alla svolta epocale che stanno vivendo gli Stati Uniti.

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.