In Brasile il PCdoB cresce e guida la lotta contro Bolsonaro. Ma aumenta anche l’estrema destra.

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Secondo i dati del Tribunale elettorale supremo del Brasile, che verifica il numero di membri che ciascun partito politico dispone, il primo partito del paese, con oltre 2 milioni di aderenti, è il Movimento Democratico Brasiliano che comunque perde in un anno il 10.9% dei membri. Al secondo posto si situa il Partito dei Lavoratori (PT) dell’ex-presidente Lula Da Silva, con quasi un milione e mezzo di iscritti ma un calo del 7,2% rispetto al 2018.

A emergere come una delle pochissime sigle nazionali di sinistra a crescere in termini quantitativi è il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), la nona forza per numero di membri dell’interno Paese, che aumenta il proprio organico di oltre il 4% passando da 397’239 a 413’855 tesserati: aumentare gli iscritti di oltre 16mila persone nel giro di un anno è un successo insperato soprattutto quando si agisce in un paese che ha avuto una pesante sterzata a destra con prima un colpo di stato e poi con l’elezione di Jair Bolsonaro e quando si subiscono critiche anche dalla tua sinistra.

Questo incremento della militanza può essere dovuto anche alla politica di apertura che il Partito presieduto da Luciana Santos ha iniziato e che ha spinto il piccolo Partito Patria Libera (PPL, una formazione patriottica che traeva origine dal maoismo) a fondersi nel PCdoB. Lo stesso PCdoB ha annunciato di voler continuare nel 2020 questa politica ed è sua intenzione di fondare un grande movimento democratico, popolare, patriottico e anti-imperialista che unisca tutti coloro che vogliono restituire la democrazia al Brasile contrastando così l’autoritarismo governativo. PCdoB e PPL in passato avevano già lavorato assieme nell’ambito della coalizione che supportava i governi di centro-sinistra guidati da Lula Da Silva e Dilma Roussef.

All’estrema sinistra – responsabile dei peggiori attacchi disfattisti ai governi progressisti del Paese poi rovesciati dal golpe – vi sono naturalmente i trotzkisti del Partito Socialismo e Libertà (PSOL) che registra poco più di 184’000 tesserati con un aumento di oltre il 20% rispetto al 2018 anche a causa del loro strumentale movimentismo fra le nuove generazioni soprattutto in ambito ecologista. Decisamente meno rilevante il Partito Socialista dei Lavoratori Unificato (PSTU) di stretta osservanza trotzkista-morenista che perde il 7,4% dei suoi affiliati si attesta a poco meno di 16’000 membri. L’altro partito che da sinistra attaccava i governi di Dilma, ma ispirandosi al marxismo-leninismo, invece, è il Partito Comunista Brasiliano (PCB) che risulta disporre di quasi 13mila membri, benché abbia registrato fra il 2018 e il 2019 le dimissioni di circa il 12% dei suoi membri.

L’estrema destra golpista e anti-comunista a sua volta registra un aumento. Il movimento Patriota (ex-Partito Ecologico Nazionale) alleato di Bolsonaro cresce esponenzialmente di ben il 288% passando dai soli 80mila membri del 2018 ai 310’961 iscritti odierni e il Partito Social-Liberale (PSL) che un tempo vedeva fra i suoi militanti lo stesso Bolsonaro e che a differenza del nome si colloca a destra, aumenta i membri del 44%.

In sintesi e in generale a livello nazionale i partiti perdono 1,1 milioni di membri. Oggi i cittadini brasiliani che risultano iscritti a un’organizzazione partitica sono 15’691’688.

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