Il folklore della sinistra europea di fronte all’America latina

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Tra le file della sinistra radicale europea rimasta orfana, dopo la caduta del Muro di Berlino, del mito sovietico, l’esperienze di governo progressiste dell’America Latina hanno rappresentato negli ultimi decenni un punto di riferimento sul quale ricostruire un’identità politica e ideologica.

Come molto spesso avviene in questi casi, le contraddizioni e i ripiegamenti effettuati dai gruppi dirigenti latino-americani non sono stati recepiti adeguatamente, immaginando una strada lineare e priva di ostacoli nello scontro per la trasformazione socialista.

Oggi la situazione nel Sud America appare più intricata a seguito di pesanti sconfitte elettorali, tentativi di colpo di stato e riapertura delle relazioni diplomatiche tra vecchi nemici. Per quanto riguarda il primo punto, i riferimenti sono evidentemente la disfatta alle elezioni parlamentari in Venezuela, nelle quali l’eterogenea coalizione di opposizione “Unità Nazionale”(MUD) ha conquistato il 56% dei suffragi, e in Argentina, dove finisce l’era del peronismo di sinistra, incarnato dai coniugi Kirchner, sconfitto dal liberal-liberista Mauricio Macri.

Ovviamente tra gli esponenti “progressisti” occidentali, che a più riprese avevano elogiato pubblicamente queste esperienze per finalità elettorali, si sono susseguite una serie infinite di ritrattazioni e abiure dei vecchi apprezzamenti. Si ripropone il vecchio vizio del trasformismo politico, caratteristica a cui non sono immuni neanche molti “comunisti” occidentali, sostenuto e amplificato dall’incapacità di proporre un’analisi teorica della realtà, che non incorpori concetti e forme mentali proprie dell’ideologia della classe dominante. Rappresentative di questa immonda strategia di promozione elettorale potrebbero essere le dichiarazioni di Francesco Martone, responsabile della Politica Estera del partito italianoSinistra-Ecologia-Libertà (SEL), il quale non molto tempo fa sosteneva: Mi interrogo sulle basi fragili degli esperimenti di Socialismo del XXI Secolo. Su un presidente Evo Morales, che annuncia la costruzione della prima centrale nucleare boliviana (come la chiamerà Pachamama?) e che chiude d’autorità un’organizzazione per i diritti umani. Su un altro presidente della mia seconda patria l’Ecuador, che accusa attivisti ambientalisti e dirigenti indigeni (parte integrante dei movimenti della sinistra sociale) di turbare l’ordine pubblico. E insiste nella strada dell’estrattivismo e dello sfruttamento indiscriminato di risorse naturali. Di una presidente Dilma Rousseff, che non è in grado di governare il disagio sociale e la marginalizzazione crescente dei brasiliani dai processi decisionali e non solo”. .Non stupisce assolutamente che queste posizioni vengano sostenute da esponenti di un’organizzazione politica che fece dell’appoggio al Partito Democratico il suo unico orizzonte strategico, poi successivamente convertitisi al culto del greco Tsipras.

Un caso da trattare a parte è quello del Brasile, a causa del peso strategico che tale nazione ha assunto anche a livello internazionale favorendo forme di cooperazione con gli altri stati emergenti. Approfittando del periodo di dura recessione economica, dovuto al crollo del prezzo delle molte materie prime di cui il paese abbonda, gli Stati Uniti, che non hanno mai nascosto mire egemoniche nel loro ex cortile di casa, cercano di ostacolare e arrestare il processo di rinascita democratica, che negli ultimi anni prima Inácio Lula e poi Dilma Rousseff stanno proseguendo. Un ruolo non marginale in tutto il continente viene svolto dai partiti comunisti che, al contrario di chiudersi in un orgoglioso isolamento, stanno dimostrando una brillante flessibilità tattica, partecipando ai reali progetti di emancipazione sociale e conquistando un sempre maggiore consenso tra i lavoratori. Un esempio che forse dovrebbe essere studiato in modo più approfondito soprattutto alle nostre latitudini, dove una visione troppo spesso idilliaca dello scontro politico causa l’incapacità di agire nelle contraddizioni reali, rifugiandosi in una presunta superiorità morale ed etica.

I punti deboli e i limiti di quello che è stato definito “Socialismo del XXI secolo”, in realtà sotto questa etichetta sono state accumunate diverse esperienze nazionali dal Venezuela, alla Bolivia passando per l’Ecuador, oggi si mostrano nella loro limpidezza. Ancora una volta si presenta la necessità, per rendere irreversibili le trasformazioni politiche ed economiche, di superare un regime liberarl-democratico. Da un lato allargando costantemente la partecipazione popolare al processo rivoluzionario e dall’altro rafforzando la collaborazione, magari fino ad una unificazione completa, delle forze che condividono l’obiettivo della trasformazione socialista.

L’ultimo avvenimento degno di nota è il viaggio compiuto dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama nell’isola ribelle di Cuba. Molti osservatori occidentali hanno cercato di proporre la solita visione apologetica secondo la quale: l’altruista potenza americana, forte della sua netta superiorità, avrebbe accettato la pace con i vecchi avversari cubani, i quali come contropartita avrebbero rinunciato al sistema socialista per beneficiare del benessere capitalistico. Nulla di più falso potrebbe essere sostenuto per due motivi: il primo già Cina, Vietnam e Laos hanno dimostrato come sia possibile, anzi auspicabile, inserire almeno per un periodo medio-lungo forme di mercato, seppur controllato e diretto da un piano predisposto dallo Stato, il quale ed è bene non dimenticare ha nel Partito Comunista il cardine essenziale. Tutti tra i maggiori dirigenti cubani hanno presente l’esito finale dell’Unione Sovietica, che rinunciando tra le altre cose a forme di incentivi materiali e a spazi di mercato attraverso una stringente pianificazione centralizzata, non riuscì a sviluppare nel modo più completo le forze produttive, per poi scomparire dalle cartine geografiche. Certamente non sarà un processo semplice aggiornare “il socialismo cubano”, ma a differenza di qualche decennio fa esistono già esperienze alle quali guardare come fonte concreta di inspirazione. Come cerca di mostrare questo articolo,il concetto marxiano di “lotta di classe” non si riferisce solo allo scontro tra sfruttati e sfruttatori, ma comprende anche lo scontro a livello internazionale contro l’imperialismo.

Come comunisti dobbiamo saper distinguere in modo inequivocabile le forze del progresso da quelle della reazione. Solo abbandonando forme folkloristiche di internazionalismo, sapremo portare un contributo fattivo alle nazioni che cercano, seppur in mezzo a innumerevoli contraddizioni, di lasciarsi alle spalle il sistema capitalistico.

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Fabio Scolari, classe 1995, dopo aver conseguito la maturità liceale, studia attualmente sociologia a Milano. Oltre a Sinistra.ch, collabora anche alla redazione del mensile “Voci del Naviglio”. E’ membro del direttivo dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) di Trezzano.