Romeo e Giulietta: un film oltre gli steccati sociali

in Editoriali/Opinione/Speciale Pardo 2015 di
Coppola (regista) con Mary (Giulietta)
Coppola (regista) con Mary (Giulietta)

Nino e Mary hanno sedici anni e vivono a Roma, nel campo nomadi di Tor de’ Cenci. Sono loro i ragazzi protagonisti del tentativo di mettere in scena Romeo e Giulietta di Shakespeare, coadiuvati dal regista Massimo Coppola, con il supporto dalla troupe e la collaborazione di Valerio Mastandrea. Il documentario, che vede l’intervento in prima persona del regista nello sviluppo della rappresentazione assieme ai ragazzi, è affascinante e coinvolgente nel raccontare questa storia nata spontaneamente attraverso l’incontro con Leonardo, un ragazzo che vive nel campo che ha visto la trasposizione dell’opera teatrale sul grande schermo interpretata da Di Caprio e vorrebbe recitare nella parte di Romeo. La realizzazione sarà complessa, anche vista la difficoltà di lettura dovute alla scarsa alfabetizzazione dei giovani incontrati, certamente un ottimo modo da parte del governo italiano di non favorire l’integrazione mantenendo una distanza irreale tra popolazione italiana e nomade, ma favorita dalla grande accoglienza verso la troupe da parte degli abitanti del campo.

Il grande pregio del lavoro di Coppola è voler raccontare una storia reale senza fronzoli e inutile retorica, portando lo spettatore in un mondo a noi estraneo – nonostante si sia nella periferia di Roma – che in realtà è molto più vicino a noi di quanto si possa pensare. Le dinamiche del campo, dalla rivalità familiare all’organizzazione fortemente patriarcale, non differiscono in realtà molto da quanto accade in varie regioni della vicina penisola, anche nelle famiglie più facoltose. L’ospitalità con cui viene accolto il progetto del regista è qualcosa, francamente, di straordinario: basti pensare che il soggiorno nel campo dura soltanto sette giorni, di cui cinque impegnati nella realizzazione di Romeo e Giulietta. Una realtà in cui non è necessario inserirsi gradualmente – proprio perché la vicinanza è più prossima di quanto comunemente diffuso nell’opinione pubblica – anche grazie alla postura estremamente rispettosa e non giudicante assunta dal regista. Parafrasando quanto Coppola raccontava al termine della proiezione, avvicinandosi in questo modo alla realtà nomade, quando capiscono che non si vuole sapere qualcosa da loro, ma semplicemente conoscerli e portare se stessi, la relazione può funzionare.

Interessanti sono pure le dinamiche interne alle famiglie del campo, tra cui sorge una rivalità che impedisce ai due giovani – proprio come nella pièce shakespeariana – di avere contatti prossimi e minimamente intimi (una scena con un bacio sulla guancia dato da Nino a Mary) durante le riprese. In ciò i ragazzi si mostrano, come spesso accade, più aperti e pronti a scavalcare gli steccati sociali imposti loro dagli adulti. Emblematica in tal senso la figura di Gianni, ragazzino che segue da vicino lo svolgimento dei lavori e che grazie a una telecamera mobile fornitagli dal regista conduce lo spettatore all’interno del campo. Se in un primo momento riporta gli stereotipi socialmente acquisiti, per esempio sul ruolo sociale della donna, nel confrontarsi con il regista mostra grande apertura e comprensione delle dinamiche sociali.

Il film si conclude con il racconto della fuga dalla Bosnia del nonno di Gianni prima della guerra dei Balcani. Racconto di parte, come era logico aspettarsi, con vittime e carnefici che – da parte di altre comunità – sarebbero stati molto probabilmente identificati a parti invertite. Quello che emerge, è come prima delle tensioni fomentate dall’Occidente al fine di smembrare la Jugoslavia e ottenere il controllo geopolitico sulla regione, questi popoli vivessero assieme e si frequentassero, come emerge anche nel racconto del nonno, con condizioni di vita decisamente migliori rispetto al campo ripreso nel documentario. Campi che vengono costantemente smantellati dalle autorità, come raccontava Coppola al termine della proiezione, visto che non è più riuscito a rintracciare le persone incontrate per mostrare loro il documentario.

Simone Romeo

 1,028 visite totali,  1 visite odierne

Simone Romeo, classe 1993, è pedagogista e dottorando di ricerca in "Educazione nella società contemporanea" presso l'Università di Milano-Bicocca. Già consigliere comunale a Locarno per il Partito Comunista, collabora da diversi anni con sinistra.ch.