La guerra mondiale del petrolio

in Editoriali/Opinione di

Si potrebbe ritenere una semplice variabile commerciale dentro il mercato capitalista mondiale. In realtà è la guerra mondiale del petrolio. Può sembrare un’affermazione un po’ forte, eccessiva. Occorre addentrarsi con pazienza dentro dinamiche politico-economiche trascurate da televisioni e giornali, relegate in spazi marginali dall’informazione. La spiegazione semplificata potrebbe essere che, poiché gli Stati Uniti, primo consumatore planetario di gas e petrolio, hanno iniziato ad estrarli sul loro territorio, è evidente che l’offerta mondiale cresca e il prezzo del barile di petrolio scenda. In realtà la crisi economica a stelle e strisce è di proporzioni colossali, mascherata da una politica estera aggressiva che, quando non riesce ad accaparrarsi a prezzo di furto le materie prime energetiche e alimentari, usa le armi e il controllo diretto delle nazioni, con dittatori amici che sfruttano le popolazioni e le depredano delle ricchezze naturali e agricole. L’atteggiamento statunitense verso l’Europa è quello bonario dell’amico indulgente coi propri subalterni. Obama pretende la firma del TTIP, Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti, che avrebbe come risultato la duplice possibilità di imporre nel campo industriale europeo regole di puro sfruttamento per i lavoratori e di portare negli Stati Uniti parte della produzione di merci, per poi commercializzarle nel vecchio continente. Tale accordo capestro a danno dell’Europa è accettato dai politici europei in cambio della riduzione del prezzo del petrolio. Ecco il primo tassello della guerra mondiale, l’Unione Europea firma il TTIP, ma Washington garantisce che l’OPEC tenga a prezzi bassissimi il petrolio. Il barile è ora a 70 dollari, una cifra che copre a malapena i prezzi di estrazione, l’obiettivo è farlo scendere a 60 dollari, obbligando a estrarlo ed esportarlo in perdita. I sauditi e i loro alleati del Golfo accettano, sia per ragioni politiche di alleanza con Washington, sia perché hanno a livello planetario i prezzi più bassi di estrazione e perché estrarre in perdita intacca solo marginalmente la loro economia, i loro investimenti sociali sono da anni inferiori a confronto con le entrate, per loro è prevalente l’accumulo di contante rispetto alla costruzione di scuole, case, ospedali. Tali priorità sociali sono invece da sempre lo sbocco naturale delle entrate per Venezuela e Iran, che volevano una riduzione della produzione mondiale e un aumento del prezzo del barile e sono stati costretti ad accettare la volontà dei sauditi, altrimenti avrebbero perso quote di mercato, trovandosi costretti a vendere meno e comunque non al prezzo che avrebbero voluto. L’economie iraniana e venezuelana in ogni caso ne usciranno stremate, il 75% delle entrate di Caracas e il 60% di Teheran vengono dal petrolio. 60 dollari al barile sono ugualmente un modo per strozzare la Russia che dal petrolio ricava il 40% degli utili del suo export. Gli Stati Uniti riescono così a tutelare i loro interessi e contemporaneamente a danneggiare in modo considerevole le economie di Venezuela, Russia e Iran, con quella che all’apparenza è una “semplice variabile di mercato”, tragicamente più efficace di molte sanzioni. A tutto ciò si aggiunge il commercio illegale, ovvero con vendita a 30 dollari al barile, del petrolio irakeno dei territori controllati dallo stato islamico, così come allo stesso prezzo è sul mercato mondiale quello libico, controllato dallo sceiccato di Bengasi, di cui nei media si parla poco, nascondendolo sotto la perifrasi “confusione libica”, nella sostanza un altro feudo del peggiore e più criminale integralismo mascherato da islamico, ma profondamente anti-islamico. Poco importa se poi coloro che acquistano da Libia e Irak il petrolio lo rivendono più o meno al prezzo ufficiale. Gli scenari che emergono da questa guerra mondiale del petrolio sono carichi di pesanti e preoccupanti incognite, ma tendono tutti ad aumentare l’instabilità planetaria, impedire il multipolarismo, destabilizzare nazioni non subalterne a Washington.

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