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La propaganda di guerra in scena a Locarno: Amleto al servizio della NATO?

Molti assumono l’atteggiamento di uno che stia sotto il tiro dei cannoni, mentre sono semplicemente sotto il tiro dei binocoli da teatro. Vanno gridando le loro generiche rivendicazioni in un mondo amico della gente innocua. (…) Considerano verità solo ciò che ha un bel suono. Se la verità ha a che fare con cifre, con fatti, se è cosa arida, che per essere trovata richiede sforzo e studio, allora non è una verità che faccia per loro, non ha nulla che li possa inebriare. Solo esteriormente hanno l’atteggiamento di chi dice la verità.

Bertolt Brecht, “Cinque difficoltà per chi scrive la verità” (1935).

Abbiamo già riferito su questo portale della tendenza del festival del film di Locarno a rifugiarsi in un “mondo amico” attraverso l’esclusione di Paesi e registi non allineati agli interessi occidentali (leggi qui). Una pellicola selezionata dalla giuria della “Semaine de la critique” ci fornisce l’occasione per mettere maggiormente a fuoco questa dinamica, tesa a confortare il pubblico locarnese nelle sue certezze, anziché a suscitare dubbi, riflessioni, critiche. Selezionando solo racconti che hanno “un bel suono”, non si rende però servizio alla verità, come ci ricorda Brecht nelle sue “Cinque difficoltà per chi scrive la verità” (1935).

“The Hamlet Syndrome”, film tedesco-polacco diretto da Elwira Niewiera e Piotr Rosołowski, si inserisce proprio in questo filone. Volendo ritrarre “la giovane generazione ucraina segnata dalla guerra e dagli sconvolgimenti politici dal 2014”, una regista ucraina va alla ricerca degli “Amleti” del suo tempo, ossia dei giovani che gli avvenimenti degli ultimi anni hanno posto di fronte al celebre interrogativo shakespeariano: “Essere o non essere?”. Nelle vicende personali dei protagonisti del film, questa domanda si traduce in svariate declinazioni: “Fare o non fare?”, “Protestare o rinunciare?”, “Combattere o non combattere?”, “Uccidere o risparmiare?”, “Vivere o morire?”. I protagonisti della pellicola sono infatti degli ex soldati che hanno combattuto nelle fila dell’esercito ucraino durante la guerra civile in Donbass, affiancati da alcuni militanti dell’Euromaidan che pochi mesi prima avevano rovesciato il governo di Viktor Janukovyc. Patrioti e rivoluzionari, nazionalisti di destra e femministe: questo è il “melting pot” della gioventù ucraina descritto dal film, le cui divergenze vengono ammorbidite e soppresse dalla comune esperienza teatrale in preparazione, appunto, dell’Amleto. E così, il soldato arruolatosi in un fantomatico “battaglione di volontari”, proveniente dalla Galizia in cui “la destra radicale è molto forte”, rimette in discussione la sua omofobia e invita al battesimo della figlia nientemeno che lo stilista omosessuale fuggito da Donetsk.

In “The Hamlet Syndrome”, il teatro viene utilizzato per metabolizzare i traumi della guerra. Chi l’abbia scatenata non viene però menzionato.

Certo, questa è una verità che ha “un bel suono”: il teatro, la cultura capaci di abbattere i pregiudizi e di avvicinare le persone in una altrimenti impossibile armonia. Peccato che la realtà ucraina abbia ben poco a che vedere con l’edificante quadretto restituito dal film. Lo stesso attore-stilista ricorda il pestaggio subito dai “nazi” un anno prima, proprio nella “libera Ucraina” in cui era fuggito per cercare rifugio dall’omofobia dilagante nel Donbass. Questo è però l’unico riferimento ad una realtà accuratamente occultata dalla produzione tedesco-polacca. La realtà di un colpo di Stato, quello di Euromaidan, pilotato direttamente dall’ambasciata USA e che ha coinvolto, oltre alla colta borghesia occidentalizzata di Kiev, anche – e soprattutto – formazioni squadriste di estrema destra come Pravy Sektor e svariati battaglioni paramilitari di ispirazione nazista. La realtà di un conflitto avviato dal governo golpista di Oleksandr Turcynov contro il suo stesso popolo, affidando la repressione delle proteste anti-Maidan nel Donbass ad un vero e proprio nazista come Andrej Parubji (co-fondatore del partito “Svoboda”). La realtà di un governo profondamente intollerante, non solo omofobo ma soprattutto anti-russo e anti-comunista, che ha condannato sindacati, organizzazioni antifasciste e partiti politici (a partire da quello comunista) ad una durissima repressione squadrista proprio a partire dal 2014. Insomma, oltre al soldato inviato “sul fronte” a massacrare il suo stesso popolo e alla militante femminista che gridava alla “rivoluzione” su piazza Maidan, nel film avrebbe certamente dovuto trovare spazio la storia di giovani come Vadim Papura, militante della Gioventù comunista di Odessa, vittima della violenza fascista sguinzagliata da USA e UE. Peccato che Vadim fosse già morto, bruciato vivo nel rogo della Casa dei Sindacati della sua città avvenuto il 2 maggio 2014 ad opera dei battaglioni nazisti.

Nel tentativo di descrivere i pregi di una “società aperta” (Soros docet) come quella ucraina, in cui nazisti ed omosessuali possono convivere ed anzi addirittura collaborare senza problemi, uniti dall’odio per “l’orco russo”, “The Hamlet Syndrome” scade nel grottesco, occultando degli aspetti essenziali per comprendere la realtà ucraina e la natura stessa del conflitto in corso. Una verità dal “bel suono”, per riprendere Brecht, confezionata espressamente per “un mondo amico dalla gente innocua”: non stupisce dunque che il film sia stato finanziato dall’industria cinematografica europea (Arte, Canal+, ecc.), né che il cast si sia presentato sul “red carpet” locarnese esibendo cartelloni inneggianti all’invio di armi e alla “gloria dell’Ucraina”. Anche il festival di Locarno ha così fatto la sua parte nell’ampia operazione di propaganda di guerra lanciata dai media mainstream occidentali con l’obiettivo di sostenere lo sforzo bellico ucraino, strettamente funzionale agli interessi americani (forse un po’ meno a quelli europei). È qui mancato del tutto il coraggio di scrivere la verità di cui parlava Brecht (e ci permettiamo sommessamente di dire che è mancato anche a chi questo film lo ha premiato):

Sembra cosa ovvia che colui che scrive scriva la verità, vale a dire che non la soffochi o la taccia e non dica cose non vere. Che non si pieghi dinanzi ai potenti e non inganni i deboli. Certo, è assai difficile non piegarsi dinanzi ai potenti ed è assai vantaggioso ingannare i deboli. Dispiacere ai possidenti significa rinunciare al possesso. Rinunciare ad essere pagati per il lavoro prestato può voler dire rinunciare al lavoro e rifiutare la fama presso i potenti significa spesso rinunciare a ogni fama. Per farlo, ci vuole coraggio.

Bertolt Brecht, “Cinque difficoltà per chi scrive la verità” (1935).

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Zeno Casella

Zeno Casella, classe 1996, è consigliere comunale a Capriasca per il Partito Comunista. Tra il 2015 e il 2020, è stato coordinatore del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).