Italia 1982

Qualcuno quel giorno aveva dieci anni, qualcuno molti di più, qualcuno ancora non era neppure nato, eppure tutti sanno che cosa sia successo la notte dell’11 luglio del 1982. I calciatori all’epoca non cantano l’inno e lo straordinario telecronista Nando Martellini sulle note di Mameli può scandire i nomi dei calciatori, per quei milioni di italiani arrivati al calcio solo quella notte e che non passano le domeniche tra le radioline di “Tutto il calcio minuto per minuto”, con la sua inconfondibile sigla jazz, “pa-pa-pa, para – pa para papa paparapa!” e “90° minuto” di Paolo Valenti, con un’altra celebre sigla che in novanta secondi riassume la passione degli italiani, con uno stadio che si riempie e si svuota. Oggi, che abbiamo negli stadi decine e decine di telecamere, fa tenerezza ricordare quelle immagini sgranate, quei servizi di due o tre minuti, eppure in molti casi è stato per anni il solo modo per vedere gli eroi della pedata senza andare allo stadio.

Torniamo a quella notte di trionfo, i catenacciari Cesare Maldini, vero allenatore di quella nazionale, e il Commissario Tecnico Enzo Bearzot, padre premuroso e capogruppo, tolgono il numero 10 azzurro, l’infortunato fiorentino Antognoni per un terzino marcatore, il diciottenne interista Beppe Bergomi e dopo qualche minuto l’opaco Graziani lascia il posto ad un altro scoppiettante nerazzurro: Alessandro Altobelli.

Questi quindi i giocatori di quella partita contro i tedeschi, conclusa 0 a 0 dopo il primo tempo con un rigore sbagliato da Cabrini. Zoff in porta, davanti a lui Scirea libero, Collovati, Bergomi, Oriali e Gentile in marcatura, Cabrini terzino di fatto libero da obblighi di controllo sugli avversari a sinistra, Conti a destra, Tardelli in mezzo, Altobelli e Paolo Rossi davanti. Il classico 5 – 3 – 2 del catenaccio di Nereo Rocco, fatto proprio da Maldini e tanto esaltato da Giuanin Brera.

Secondo tempo, il partigiano presidente si esalta in tribuna, Sandro Pertini esulta, Rossi, Tardelli e Altobelli siglano un 3 a 1 che fa l’Italia Campione del mondo per la terza volta e lui comincia a gridare: “Non ci prendono più, non ci prendono più!”, come quell’altra volta, molto tempo prima, quando su una rocambolesca barca, insieme a Ferruccio Parri, ha fatto espatriare verso la Francia il padre del socialismo riformista italiano, Filippo Turati.  

La canzone di Toto Cotugno sull’italiano vero arriverà solo l’anno successivo a Sanremo, ma intanto Pertini si arrabbia con Zoff perché di ritorno sull’aereo presidenziale perde, in realtà per un suo errore, a scopone contro Bearzot e Causio, di cui il presidente diverrà grande amico.

In Italia l’inflazione aiuta l’economia, la nuova banconota da mille lire con Marco Polo e le 500 lire bimetalliche si trovano in quantità nelle tasche degli italiani, l’estate tutti vanno al mare, sotto gli ombrelloni, mentre i bambini si dividono tra bigliardini e primi rudimentalissimi videogiochi, Space Invaders e pochi altri, i ragazzi un po’ più grandi si destreggiano con i flipper e i jukebox che ancora pescano i dischi e li mettono in ascolto, quell’estate furoreggia Franco Battiato che vende un milione tra dischi e le prime audiocassette de “La voce del padrone”, restando al primo posto in classifica per diciotto settimane tra maggio e ottobre, “Bandiera bianca”, “Cuccurucucù” e “Centro di gravità permanente” invadono gli spazi tra sabbia e salsedine molto più di “Sarà la nostalgia” di Sandro Giacobbe, “Un’estate al mare” di Giuni Russo e la “Domenica bestiale” di Fabio Concato, che inseguono il siciliano nelle vendite e nelle classifiche.

Beniamino Andreatta e Rino Formica al giuramento del nuovo governo Spadolini.

Al governo intanto si litiga, Beniamino Andreatta, che sarà con Draghi e Ciampi anni dopo l’autore delle privatizzazioni e della svendita del paese, in quell’estate intavola una furibonda lite con il socialista Rino Formica, perché come riuscirà, vuole sganciare la Banca d’Italia dal governo e per farlo accusa Formica, che si oppone, di socialismo nazionalista, arrivando a parlare di nazional-socialismo, fatto che manda su tutte le furie non solo Formica notorio antifascista, ma anche Pertini suo amico e compagno di partito. A farne le spese sarà il primo presidente del consiglio non democristiano, il repubblicano Giovanni Spadolini, chiamato di gran corsa un anno prima a capo del governo per mettere una pezza al coinvolgimento della Democrazia Cristiana nella loggia massonica P2 di Licio Gelli. Resta il fatto che il colpo di Andreatta contro la Banca d’Italia è stata la prima picconata contro la sovranità economica italiana, ma allora nessuno, o troppo pochi, se ne sono accorti.

Il mondo intanto prosegue il suo cammino, Breznev mancherà a novembre, Reagan e la Thatcher liberalizzano e licenziano, Wojtyla finanza l’opposizione anticomunista non solo in Polonia con i soldi del Banco Ambrosiano e la copertura dello IOR, Roberto Calvi è stato impiccato sul ponte dei frati neri di Londra il giorno prima dell’opaca partita dell’Italia con il Perù nel primo turno dei mondiali. Intanto i sandinisti nicaraguensi resistono ai mercenari pagati dall’amministrazione statunitense, il vescovo salvadoregno Oscar Romero è stato ucciso da un paio di anni dagli squadroni della morte, il sanguinario dittatore Augusto Pinochet insanguina il Cile mentre la nazionale torna dopo otto anni al mondiale, in cui per fortuna argentini e inglesi non si incontrano, visto che proprio nelle ore d’apertura del campionato mondiale hanno smesso di risuonare i cannoni della guerra delle Malvinas/Falkland.

La notte di Madrid Nando Martellini ripete, gridare non è mai stato nel suo stile, tre volte “Campioni del mondo!” e per tutta l’estate le reti della finale e soprattutto quelle contro l’Argentina di Maradona realizzate da Tardelli e Cabrini, poi le tre di Rossi contro il Brasile galattico di Zico, Junior, Falcao, Cerezo, Socrates, Eder e compagni e le due ai polacchi di Boniek in semifinale vengono ripetute all’infinito su tutti i canali televisivi, anche quelli di Berlusconi, Canale 5 e Italia 1, proprio quell’anno comperata.

“L’italiano vero” di Cotugno e “Vamos alla playa” dei Righeira saranno i tormentoni dell’estate 1983, quella dello scudetto della Roma di Pruzzo e Falcao, il secondo della storia giallorossa, capace di colorare di quei colori i muri della capitale, dopo che gli juventini si erano rubati i due campionati precedenti, nell’81 proprio a danno dei romanisti e nell’82 della Fiorentina. Il 1983 è anche l’anno in cui Zoff si ritira, dopo aver perso la Coppa Campioni ad Atene contro l’Amburgo e in cui gli azzurri campioni del mondo dovranno attendere l’allora modesta Grecia il 5 ottobre per tornare alla vittoria con Giordano in attacco, Bagni, Ancelotti, Dossena a centrocampo, Vierchowod e Franco Baresi in difesa davanti a Brodon nel primo tempo e Giovanni Galli nel secondo. Il 1983 è l’anno del primo governo di Bettino Craxi, l’amico di Berlusconi e l’inventore del patto oscuro con Andreotti e Forlani, ma appunto, sarà un altro anno, quello dopo, forse, solo in parte, la stessa epoca, certamente un’altra storia.

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Davide Rossi

Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.