Tutti i fucili contro gli uteri

Quello che è successo negli Stati Uniti non dovrebbe lasciare sorpresi. Sono decenni ormai che la decadenza dei suoi diritti civili è palese, incompiuta in molti campi fondamentali come quello delle rivendicazioni sociali (per esempio la questione del razzismo sistemico) ed economiche, mai realmente conquistati in una forma paragonabile a quella europea. Basta insomma veramente un’oncia di disillusione per riuscire a guardare agli Stati Uniti come al Paese che sono: una terra che odia i poveri, i non bianchi e i non uomini. Eppure, confesso, la decisione della Corte Suprema mi ha lasciato comunque stupefatto e disarmato: è l’ineffabilità dell’ingiustizia. Si pensa sempre, sono convinto anche tra i più veterani, che certe cose non possano davvero accadere, che una certa linea non sarà mai del tutto varcata, “perché non possono”, “perché sarebbe davvero gettare la maschera”: il lusso ingenuo di chi le grandi lotte e sacrifici del passato li ha solo potuti intendere a posteriori. Eppure è accaduto: questo è l’ultimo chiodo (fino ad ora) sulla bara della terra dei liberi.

Ma cosa vogliono questi “pro-life”? Come dice il nome, vorrebbero “salvare delle vite” da coloro che se scegliessero di abortire si macchierebbero di un assassinio egoista, dopo aver compiuto scelte “irresponsabili”. Vi sono però una serie di problemi in questa narrazione provvidenzialista e vanagloriosa, di chi davvero si sente una sorta di eroe a puntare una pistola alla testa di chi vorrebbe terminare una gravidanza indesiderata. Innanzitutto, proibire l’aborto (o, come in questo caso, non tutelarlo a livello federale, gettando di fatto gli stati in pasto alla fiorente Reazione) non salva vite. Le persone che avrebbero scelto di usufruire di questa possibilità non spariranno magicamente dall’oggi al domani solo perché un drappello di uomini ha deciso per loro cosa possono e non possono fare. Per questa ragione si sarà costretti a viaggiare lontano (da uno Stato all’altro, magari varcare persino il confine) per poter interrompere la gravidanza; un’evenienza costosa, che peraltro la stessa politica che ha portato alla redazione di questo articolo si premurerà di criminalizzare. Un’altra opzione invece sarà quella di rischiare la vita in un aborto clandestino, che per la sua stessa natura mette pericolosamente a rischio la vita delle persone incinte, il cui tasso di mortalità aumenta vertiginosamente in queste circostanze. E non è che si tratti di qualche ultima scoperta rivoluzionaria della scienza; fa parte di quelle verità opportunamente accantonate: non suona più così sublime “pro-life” quando è la vita di chi partorisce (dunque non una possibile evenienza ventura, ma una concretezza attuale) ad essere lasciata nell’oblio, no?

Prima di venire al discorso propriamente di classe, ci sono altri due aspetti che ci terrei a sottolineare. In primo luogo, la psicosi castigatrice degli antiabortisti (provatosi termine più appropriato): è sufficiente leggere qualche articolo o commento s’un qualsiasi social per rivedere di fronte a sé l’immagine di una gogna pubblica medievale, nella quale la lapidazione del femminismo è riassumibile in “eh no, ci pensavi prima, ora sarai madre”. Una soddisfazione dunque nell’obbligare qualcuno a portare a termine la sua gravidanza e diventare genitore come punizione. Di grazia, questa penitenza ingiunta in che modo aiuterebbe e preparerebbe i futuri genitori, che già da prima si erano resi conto di non essere in grado di diventarlo? Perché è a questo che in teoria servirebbero le punizioni: ad insegnare, a formare, a far crescere. In che modo, dunque, si farebbe un favore alla vita ventura bloccandola in un ambiente non solo non in grado di occuparsi di lei, ma a cui addirittura è stato imposto di averla? In secondo luogo, l’atteggiamento di sufficienza paternalista di chi pontifica contro coloro che vorrebbero abortire, visto sopra, ha una peculiarità: è unidirezionale, misogino, sessista. La cavalleria legittimista, infatti, non va di certo in giro strillando all’obbligo della vasectomia, né spesso insiste troppo sui contraccettivi maschili: scusate, ma sesso non si fa (almeno) in due? Lo sperma, che può inseminare l’ovulo, non è forse così propriamente maschile? Allora in che modo la dualità dell’atto si trasformerebbe in “irresponsabilità” singola della donna, che dovrebbe poi pagare anche per l’uomo tra vessazioni umilianti? Non sarà allora che agli antiabortisti della “vita” di chi forse potrebbe nascere interessa solo fino ad un certo punto e che è invece a quella delle donne che puntano, ambendo ad irreggimentarla e subordinarla come in passato?

Eppur fin qui sono forse stato troppo ingenuo a pensare che come e quando si nasca sia una preoccupazione genuina degli antiabortisti, e non un’acritica lotta per una natalità forzata (in cui vasectomia e contraccettivi sono dunque controproducenti). Perché, però, obbligare a nascere? La risposta che va di più è: “la vita è sacra”. Ma quale vita? Si è già visto, non quella delle madri, messa a rischio dagli aborti clandestini e dall’effetto cataclismico che può avere una nascita indesiderata sulla sua salute fisica, psicologica, economica e la fragilità sociale che segue. Quella dei nascituri allora. Sì e no: se si tratta di bianchi. Sono infatti numerosi i conservatori che si fanno campioni di queste posizioni e al contempo supportano politiche razziste e xenofobe. Ad ogni modo, la mera apprensione per una potenziale vita fino a che si trova nel grembo materno non basta. Se davvero si fosse interessati al suo futuro benessere, ci si preoccuperebbe di assicurarle un mondo decente in cui accoglierla, un mondo che moltissime tra le persone che decidono di abortire non sono in grado di garantirle per via della loro debole posizione economica. Non si tratta infatti solo di avere a disposizione desiderio, attitudine, preparazione psicologica e formazione teorica per diventare un buon genitore, ma anche di quella rete di protezione economica e sociale che negli Stati Uniti non esiste affatto, nemmeno per i momenti più delicati come la gravidanza e la maternità. Quest’aspetto socio-economico è puntualmente lasciato fuori dai discorsi “pro-vita”, che non si curano affatto delle condizioni materiali delle famiglie, né lottano per un loro miglioramento. Anzi, spesso sono gli stessi pronti a difendere a spada tratta tutti quei diritti che rientrano nell’abisso nero della proliferazione delle armi da fuoco, che di vite ne mietono in cifre spaventose ogni anno, e a bollare come comunista qualsiasi politica timidamente welfarista, in un vero e proprio retaggio psicotico maccarthista. Se in più si considera che ad ogni protesta importante, attraverso le quali si potrebbero potenzialmente avanzare quelle pretese sociali che migliorerebbero la vita delle famiglie più in difficoltà, si viene massacrati da una polizia militarizzata e fascistoide, che razza di mondo si sta pensando di regalare alle nascite imposte? In che modo si sta salvando qualcuno?

A fronte di quanto detto sin qui, a chi mai gioverebbe quindi il futuro di povertà che aspetta numerosissime di queste nascite forzate? La risposta sta nella struttura economica stessa su cui poggiano gli Stati Uniti, così come gran parte del mondo, ovvero quello capitalista. La prole immiserita è inserita a forza in un meccanismo che la trasforma in manodopera a bassissimo costo, impreparata scolasticamente (perché il sistema formativo pubblico degli USA è un colabrodo: o paghi o non ti formi) e quindi più facilmente manipolabile ed allontanabile dalla militanza sindacale e politica: è l’esercito industriale di riserva di cui il capitalismo necessita per sostentarsi e che la natalità forzata aiuta a perdurare. Un esercito che si rinfoltisce però non solo nel dominio industriale e di mercato, bensì anche in quello propriamente militare. L’esercito degli Stati Uniti ha una politica di reclutamento volontaria, ma solo sulla carta. Un gran numero dei suoi componenti vi entrano a far parte per via della loro situazione lavorativa e sociale disperata: quando l’unica alternativa è la strada o poco meno (e per gli USA questa non è affatto un’iperbole), l’esercito è pronto a tendere una mano… e porgere con l’altra un M4. Il natalismo funge quindi da puntello anche per l’imperialismo, un altro fenomeno che a sua volta è il carburante indispensabile del motore di crescita capitalista. Ecco come il discorso che dagli antiabortisti è sempre sbandierato come una lotta di idee e morale è in realtà anche fortemente di classe e che infatti non tange affatto le gravidanze indesiderate delle persone più ricche: quelle avranno sempre accesso ad aborti sicuri in ambienti controllati.

Mi avvio qui verso la conclusione, sperando di aver potuto mostrare nella maniera più completa possibile la gravità della sconfitta subita negli Stati Uniti e le contraddizioni fondamentali di chi s’insignisce del titolo di “pro-vita”. Bisogna tenere presente che il pericolo della Reazione è vivo e vegeto anche qui in Svizzera, ringalluzzito da questo schiaffo al ’68. L’UDC sta infatti raccogliendo firme per due iniziative antiabortiste: una vuole imporre un giorno di riflessione in più prima di poter completare la procedura di aborto, mentre l’altra intende proibire alcune forme d’interruzione di gravidanza più tardive. Entrambe le proposte andrebbero bocciate e bisogna invece continuare ad ampliare e rafforzare questi diritti ancora così fragili. Che la tristezza e la delusione di questo colpo possano diventare rabbia e determinazione rivoluzionaria a sostegno del progressismo, affinché quel mondo promesso tanto tempo in una dichiarazione d’indipendenza e in una dei diritti si raggiunga veramente attraverso la lotta di classe, che è e deve essere femminista: ogni essere umano nasce libero e uguale, con ogni diritto alla ricerca della propria felicità.

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Alessandro Bellanca

Alessandro Bellanca, classe 1999, è iscritto al Partito comunista. Studia Storia e Lettere all’università di Friburgo.