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Squid game: specchio della miseria della Corea del Sud

Un po’ in ritardo con i tempi rispetto alle mode, ma ho finalmente terminato di guardare la nuova serie sudcoreana targata Hwang Dong-hyuk, regista già molto famoso in patria. Avendo viaggiato in Corea del Sud, in Corea del Nord ed essendo appassionato di cinema coreano ho pensato che fosse interessante mettere insieme due cosette e spiegare un po’ la realtà di quel paese. Era da quando vidi Parasite (altra controversa pellicola sudcoreana) che mi sembrava necessario cominciare a parlare più spesso della miseria della realtà sudcoreana, che de facto è una colonia degli Stati Uniti e che rappresenta l’esempio forse più riuscito dell’atrocità della guerra fra capitalismo e comunismo della guerra fredda. Andiamo ad approfondire quindi la realtà della serie, della società coreana nelle sue differenze per trarre delle conclusioni sulla realtà della penisola coreana, che è diversa dalla percezione che ne abbiamo in Occidente.

Un po’ di storia

Seul negli anni ’60 non era altro che un peschereccio dilaniato dalla guerra di Corea. Le catapecchie costellavano il fiume Han e il centro non era che qualche palazzetto ricostruito dopo la guerra. Nel mentre, Pyongyang, nella Repubblica Democratica di Corea, era già pressoché come la conosciamo oggi nelle foto e cioè una sviluppata città dell’universo del socialismo reale. Questo perché gli aiuti del campo socialista e la programmazione economica aiutarono in fretta a far riprendere tono alla città di Pyongyang. Seul, invece, in quanto paese povero e colonia degli Stati Uniti, non aveva subito una sorte diversa rispetto ad altri paesi dell’Asia e dell’Africa: povertà e miseria.

Seul nel 1960.

Fu negli anni ’70 che per inasprire la Guerra Fredda nella penisola gli Stati Uniti investirono il più possibile nella Corea del Sud e posero un sempre più forte embargo sulla Corea del Nord; lo ammette lo stesso ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter: “Abbiamo fatto di tutto per potenziare l’economia della Corea del Sud e per bloccare lo sviluppo della Corea del Nord, e poi ci sorprendiamo se la loro economia è indietro e la loro gente muore di fame”, chiaramente riferendosi alla carestia che colpì la Corea popolare negli anni ’90. È quindi evidente che lo sviluppo economico della Corea del Sud fu fortemente determinato dalla volontà di mostrare la presunta superiorità del sistema capitalista a quello comunista, come avvenuto in maniera esemplare nella Berlino Ovest della Germania Federale.

La mia visita in Corea del Sud

Nel Maggio 2018 mi trovai a Seul per qualche giorno ospite del Partito della Democrazia Popolare, un partito che ha recentemente compiuto 5 anni e che resiste con grande difficoltà alla forte repressione dei partiti che si rifanno al marxismo in Corea del Sud. Durante questa visita ebbi l’occasione, insieme ad altri partiti comunisti del mondo, di vedere la realtà dei lavoratori della Corea del Sud. Partecipai ad un presidio di fronte alla sede di Samsung a Seul portando la solidarietà del mio partito a dei lavoratori che erano stati licenziati a fronte di una protesta. La protesta era in relazione all’esposizione delle lavoratrici e dei lavoratori a delle sostanze tossiche negli stabilimenti di produzione. Subito lasciati a casa, senza se e senza ma. Questo perché i sindacati in Corea del Sud sono fortemente osteggiati e non riescono ad operare, lasciando i lavoratori fondamentalmente senza nessun diritto. Altro esempio di questa realtà fu quando visitammo di notte la la tendina di uno sciopero dove dormivano alcuni lavoratori (esatto, avete letto bene) che non vedevano le proprie famiglie da interi mesi. Dormivano su dei materassi improvvisati dentro questa tenda, in cui si vedevano pacchi da 15kg di riso e lattine di bevande accatastate in un angolo. Di giorno facevano il picchetto fuori per protestare. Nel frattempo cercavano di sopravvivere, perché ovviamente non erano pagati per stare in sciopero. Una realtà che era tutt’altro che isolata e che segnava la reale condizione della gente comune in quel paese, alla faccia di Gangnam Style e dei Drama coreani.

Con un ex lavoratore Samsung in sciopero a Seul.

Il realismo di Squid Game e di Parasite

Partiamo subito col dire che la notizia, data dall’attendibilissimissima (sono ovviamente ironico) Radio Free Asia, succursale del governo statunitense, che ci sarebbe stato qualcuno che è stato giustiziato per aver guardato Squid Game in Corea del Nord, è assolutamente assurda. Non posso certo escludere che esista un mercato nero e che quindi qualche copia di questo o altri prodotti artistici siano arrivate anche in RPDC. È fortemente inverosimile però che qualcuno sia stato giustiziato per questo. Ovviamente l’importazione di questo tipo di prodotti è illegale e se lo si fa tramite mercato nero bisogna comunque prendere in considerazione che delle punizioni sono previste, tuttavia, non sono mai così severe se non sono reati economici o da parte di dirigenti del partito, a cui è chiesta (giustamente) un’alta responsabilità nei confronti della legge. È quindi improbabile che qualcuno sia stato fucilato per questo. E poi, se fosse per me, suggerirei al governo nordcoreano di mostrare la pellicola proprio per far vedere in che stato pietoso si trova le classe subalterna in Corea del Sud, il che sicuramente farebbe sentire sollevati moltissimi di non vivere in una delle decadenti periferie di Seul, senza soldi e senza possibilità.

Squid Game tocca parecchi punti della realtà sociale sudcoreana, dando un’assaggio della disperazione generale in una realtà che non ha più umanità. Persone immerse nei debiti e inseguite dagli strozzini, gente licenziata senza una ragione che viene uccisa durante uno sciopero, madri disperate, ragazzine che hanno visto morire i genitori e sono lasciate a loro stesse, gente che deve pagare interventi dei genitori in ospedale per malattie gravi e una menzione speciale va al trattamento riservato ai disertori della Corea del Nord, di cui parlerò dopo. Senza contare che molte delle persone in situazioni finanziarie gravi sono ricorse all’illegalità, cosa che in un sistema competitivo sleale come quello del capitalismo si è portati chiaramente a fare nella disperazione, vi è chiaramente un disagio irrisolto nella società coreana. Ecco che qui si vede gente che è disposta a tutto, persino ad ammazzarsi a vicenda, pur di portarsi a casa qualche soldo. Cose che in Corea del Nord, con tutti i difetti che si porta dietro, molto difficilmente vedremmo. Noi stessi guardando le puntate rimaniamo scioccati ma al contempo consideriamo il tutto realistico e plausibile. Siamo abituati a considerare il denaro un Dio superiore a qualsiasi cosa, nel profondo. E questa è solo l’estremizzazione di una condizione che tutti viviamo: una miseria sistematica e strutturale.

Nell’ultima puntata del telefilm un personaggio, l’ideatore di tutto il gioco, dice una cosa che mi ha irritato e non poco: “sai cos’hanno in comune una persona povera e una che ha troppo denaro? Per entrambe la vita non è affatto divertente”. No. No caro mio. La fatica quotidiana data una condizione ineguale delle possibilità non è la stessa cosa della tua noia da borghese malato che fa di tutto per mantenere il suo status. Se ti dà così tanto fastidio avere troppi soldi liberatene, ma non accomunarti alla povera gente che non ha avuto scelta, a differenza tua. Qui si vede tutta la decadenza della moralità borghese, che per pura e semplice noia sfrutta la condizione del proletariato. Non siamo la stessa cosa. È per colpa vostra che noi stiamo così.

Anche “Parasite” di Bong Joon-Ho rappresenta la subalternità delle classi popolari sud-coreane.

In Parasite, altra pellicola che ho personalmente apprezzato, succede una cosa simile. La noia delle classi borghesi e la loro decadenza è sempre più rappresentata dalla noia e dai capricci inutili che la classe subalterna, stipata in vecchie case sotto il livello del suolo, deve assecondare e accontentare per pochi spiccioli così da arrivare a fine giornata. Il titolo Parasite ben mostra che quelle classi subalterne che all’inizio sembrano i parassiti poiché vivono praticamente nelle fogne, sono in realtà ciò che è il motore della società e sono gli altolocali borghesi ad essere i veri parassati. La lotta di classe è insomma mostrata bene in questi due prodotti sudcoreani, ma mostra chiaramente quanto essa sia impossibile da combattere per i proletari. La National Security Law vieta l’esistenza di partiti comunisti e perseguita ogni partito che si rifà a idee troppo vicine a quegli ideali. I sindacati sono praticamente illegali. L’esercito americano ha basi ad ogni isolato a Seul.

In conclusione una veloce comparazione tra Sud e Nord

Prima dicevo che una menzione speciale andava fatta a chi scappava dalla Corea del Nord. È importante capire che queste persone sono fortemente discriminate in Corea del Sud (società molto razzista, oltretutto) e socialmente isolate. Il governo promette aiuti a chi scappa e si rifugia ma gli aiuti durano pochi anni, e i coreani venuti dal nord, abituati ad avere sempre e comunque un lavoro e certe garanzie, non riescono ad adattarsi alla realtà sudcoreana di competività e rimangono così in povertà dopo poco tempo, come la ragazza nordcoreana presente nel gioco di Squid Game, il cui fratello si trova in un orfanotrofio. Ad un certo punto, in una scena del telefilm, una ragazza chiede alla nodcoreana come mai sia fuggita.

“Come mai sei scappata dal Nord?”

“Perché pensavo si vivesse meglio qui”

“E si vive meglio qui?”

“…” [silenzio]

Una scena del telefilm: due ragazze provenienti dalla Corea del Nord e del Sud.

Ovviamente, non poteva rispondere che si vivesse meglio in Corea del Sud. Questo a Sud del 38° parallelo è meglio noto che qui in Occidente, dove crediamo che il Nord sia l’inferno il terra. I nostri giornalacci si riempiono la bocca di parole sconce e atroci nei confronti della Corea del Nord ma non conoscono né la realtà al Nord e nemmeno quella al Sud. Parlano di culto della personalità e di credenze assurde, togliendole dal contesto e gonfiandole, non sapendo che altre (per noi) assurdità sono presenti in tutta la realtà coreana, come le presunte morti da ventilatori di cui i giornali riportano ogni estate nel Sud della penisola, o ancora la credenza che il CEO di un’azienda sia in grado di raddoppiare il fatturato mettendo piede in azienda. Come scriveva Felix Abt, imprenditore svizzero che ha vissuto in Corea del Nord per svariati anni e che ha successivamente scritto un libro su quel periodo, “alla propaganda del governo nordcoreano crediamo più noi che i coreani stessi”. Ma perché è normale così, certe cose, certi modi di dire, fanno praticamente parte della cultura e noi non li comprendiamo. Per molti coreani che noi crediamo nell’esistenza di un Dio, del paradiso e dell’inferno, credenze che aleggiano pure tra chi di noi non è un cristiano convinto, sarebbero pura follia. Perché ci è così difficile astrarre da questo? Perché i nostri media hanno l’interesse nel farci credere che il Sud è bello, mentre il Nord è una schifezza. Ripropongono la solita logica della guerra fredda, sfruttando ogni argomento possibile, vero o falso che sia. Non si tratta di essere comunisti o no qui, ma semplicemente di saper riconoscere che la verità non sta nelle menzogne che ci raccontano sulla penisola. C’è gente che scappa dalla Corea del Sud per andare in Corea del Nord, gente che va al Sud e poi torna al Nord.

Insomma, la realtà è più complessa. Sicuramente i lavoratori hanno più diritti al nord, già semplicemente pensando all’età di pensionamento, che a Sud è formalmente più o meno come da noi ma de facto la gente deve ritirarsi dopo i 70 anni per mancanza di denaro (pensioni basse, mentre al Nord si va in pensione stabilmente a 62 anni, o ancora sul congedo maternità, la cui situazione è molto simile: le donne vengono licenziate o spinte a dimettersi quando nasce un figlio, rendendo impossibile usufruire dei 3 mesi di congedo, mentre al Nord i mesi di congedo sono 9 e non esiste disoccupazione, quindi tantomeno licenziamento.

Si potrebbe dire che al Nord ci sono altri problemi di libertà e di libera associazione, perlomeno dal punto di vista liberale, ma proprio per questo sono spesso problemi che riguardano la classe borghese e non le classi lavoratrici. I borghesi, si sa, amano riempirsi la bocca di parole come “libertà”, ma è sempre della loro libertà che parlano. Quindi non facciamoci ingannare da presunte idee di totalitarismi ed incatenamenti, o come dicono alcuni trozkisti, delle “prigioni a cielo aperto”. Sono parole al vento, la verà libertà è quella di poter vivere dignotisamente, e questo non è sicuramente garantito dal nostro sistema, telefilm come Squid Game ce lo mostrano chiaramente in relazione alla Corea del Sud. Tra tutte le critiche che si possono fare, difficilmente si può dire che questi diritti essenziali, un lavoro, una casa, del cibo, istruzione e sanità, non vengano garantiti nella Repubblica Democratica Popolare, il che lo rende un sistema decisamente più umano, non si può negare.

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Samuel Iembo

Samuel Iembo è stato dal 2015 al 2020 coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera. Dopo la maturità presso la Scuola Cantonale di Commercio di Bellinzona, ha iniziato un percorso accademico.