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In vista delle presidenziali, la sinistra francese torna a cercare la sua identità

Si avvicina sempre più l’appuntamento elettorale in Francia, in vista del quale i motori sono già caldi da tempo e sta iniziando a tutti gli effetti la vera e propria campagna. Il primo turno dell’elezione presidenziale è previsto per il 10 aprile e tutti gli occhi sono puntati sulla corsa all’Eliseo, dove il presidente uscente Emmanuel Macron spera di poter trascorrere un altro mandato, malgrado il bilancio di questo suo primo “quinquennat” sia tutto meno che positivo. Le misure di austerità, le riforme antisociali e gli sgravi fiscali ai super-ricchi hanno infiammato la contestazione nel paese, con i sindacati in stato di agitazione quasi perenne e con lo svilupparsi di forme di mobilitazione popolare autonome (come lo è stato il fenomeno dei “gilets jaunes”). La reazione presidenziale al disagio manifestatosi nel Paese non ha fatto che acuire la protesta: al di là di un “grand débat” nazionale istituito a fini propagandistici, la piazza ha dovuto far fronte ad una repressione inaudita, segnata da menomazioni ricorrenti e gravi scandali (come l’affaire Benalla, in seguito al quale il braccio destro del presidente è stato messo sotto inchiesta per gravi violenze sui manifestanti).

In questo quadro esplosivo (e in una certa misura favorevole ad un discorso di alternativa), la sinistra di classe francese si presenta all’appuntamento elettorale divisa e con un gran numero di candidature rivali fra loro. Uno scenario nuovo rispetto al 2017, dove numerose organizzazioni progressiste si erano coalizzate dietro alla candidatura di Jean-Luc Mélenchon (fondatore della “France insoumise”), poi arrivato ad un soffio dal secondo turno (da cui rimase escluso per la colpevole strategia del Partito Socialista, che non aveva dirottato su di lui i voti necessari ad andare al ballottaggio, poi vinto da Macron contro Marine Le Pen: leggi qui). Una sinistra frammentata e litigiosa dunque, senza nessuna chance di vittoria in questa elezione: vedremo qui di seguito per quale ragione questo scenario non sia necessariamente così negativo come potrebbe sembrare, ed anzi potrebbe contenere i germogli di una rinascita della sinistra di classe in un Paese, la Francia, dove essa ha una storia di prim’ordine.

Una corsa già stabilita: sarà Macron contro Zemmour o Le Pen

Prima di passare in rassegna le candidature della sinistra, vale la pena soffermarsi sul quadro generale che si sta delineando in vista delle presidenziali di aprile. Esso è infatti sensibilmente mutato rispetto al 2017: se nei sondaggi rimangono in testa Macron e Le Pen (scontratisi al ballottaggio nel 2017), nella corsa all’Eliseo si è aggiunto un terzo incomodo, il discusso giornalista e saggista Eric Zemmour. Benché non abbia ancora ufficializzato la sua candidatura alla presidenza della Repubblica, l’editorialista del quotidiano conservatore Le Figaro si è già ritagliato un importante posto nel dibattito pubblico: nel solo mese di settembre ha ricevuto ben 16 inviti per interviste e dibattiti sui grandi media nazionali (generalmente programmati in momenti di forte audience), a cui si sommano oltre 4000 apparizioni sulla stampa scritta (con una media di oltre 130 articoli al giorno).

Fin dall’inizio di quest’anno, Eric Zemmour ha conquistato la copertina dei tabloid transalpini.

Un vero e proprio fenomeno mediatico dunque, che i giornalisti hanno abilmente costruito e promosso sulla scena nazionale, con il prevedibile intento di sponsorizzare un candidato conservatore alternativo a Marine Le Pen e di animare nuovamente una dinamica elettorale fondata sullo scontro fra bene e male, fra modernità e oscurantismo, in cui Macron possa conquistare facilmente un secondo mandato. Qualora dovesse andare “male”, il popolo francese potrebbe comunque eleggere un ruvido ma inoffensivo candidato conservatore, che non colpirebbe gli interessi della classe dirigente del Paese. La sua agenda, incentrata sul “pericolo immigrazionista” e sulla presunta “femminilizzazione” della società (temi a cui aveva già dedicato svariati saggi in passato), non tocca infatti nessuno degli argomenti cruciali per le classi popolari, come l’integrazione europea, la questione sociale o lo sviluppo economico.

Benché – come avevamo già rilevato nel 2017 (leggi qui) – quella fra Macron e Le Pen fosse una falsa alternativa che non avrebbe portato a nessuna rottura progressiva (in quanto entrambi rappresentavano e rappresentano ancor oggi gli interessi di particolari settori della borghesia francese), ci sembra si possa oggi affermare che una presidenza Le Pen potrebbe aprire importanti contraddizioni nella classe dominante francese. La presidenza di Trump negli USA ce lo ha insegnato: l’elezione di un leader “sovranista” (per usare un termine caro ai nostri media) apre un forte conflitto all’interno della borghesia, i cui settori globalisti (favorevoli cioè alla globalizzazione, da cui traggono enormi benefici) si trovano su un fronte opposto rispetto ai settori “nazionali” (il cui centro d’interesse è invece l’economia nazionale). Ebbene, questo scenario è con ogni probabilità quello che la classe dirigente vuole evitare, sponsorizzando un “fenomeno Zemmour” che – anche qualora dovesse riuscire ad accedere all’Eliseo – potrebbe facilmente controllare, portando lo scontro nel Paese su temi di secondaria importanza.

La strategia sembra peraltro funzionare egregiamente: tutti gli ultimi sondaggi accreditano a Zemmour un importante quota delle intenzioni di voto (circa il 15-18%), tallonando Le Pen (19-20%) che attualmente si trova in seconda posizione rispetto a Macron (23-25%). I post-gollisti dei Républicains sembrano ancora una volta fuori dalla corsa (anche se la scelta del candidato, prevista durante un Congresso ad inizio dicembre, potrebbe ridare slancio alla loro campagna), così come la sinistra, che nel 2017 era quasi riuscita ad accedere al secondo turno. Del 20% dei consensi raccolti allora, Jean-Luc Mélenchon ne conserverebbe oggi solo circa l’8-10%, ben lontano dalla testa della corsa che potrebbe permettergli di ambire al ballottaggio. Non di meglio riescono a fare i socialisti, che schierano la sindaca di Parigi Anne Hidalgo (in carica dal 2014), né i Verdi, che si smarcano dal PS su cui avevano dirottato i loro voti nel 2017 (senza riuscire ad influire sul disastroso risultato di Benoît Hamon) candidando l’europarlamentare Yannick Jadot: entrambi riscuotono solo il 5-8% dei consensi.

Uno dei numerosi sondaggi realizzati in vista delle elezioni attesta quali sono i candidati “in testa alla corsa”.

La corsa per l’Eliseo sembra dunque già scritta: conscia del pessimo bilancio della presidenza Macron, la classe dirigente francese ha promosso una candidatura “di disturbo” che possa raccogliere almeno parte del voto di protesta che altrimenti si riverserebbe su Le Pen, con l’obiettivo di estrometterla dal ballottaggio. Se l’operazione non dovesse funzionare, si farà di nuovo ricorso al “fronte repubblicano” che (almeno finora) è sempre riuscito ad arginare l’ascesa al potere dell’estrema destra, assicurando così al “président des riches” un secondo mandato.

Il lento declino di Mélenchon: il partito sopravviverà al suo leader?

“La France insoumise” (LFI), il partito creato da Jean-Luc Mélenchon nel 2016 sulle ceneri del “Front de Gauche” (FdG) (che raccoglieva svariate organizzazioni della sinistra radicale francese), è da tempo attraversato da una crisi latente. L’ottimo risultato delle presidenziali del 2017 influenza positivamente anche le concomitanti elezioni legislative: la France insoumise raccoglie l’11% dei voti al 1° turno e ottiene 17 deputati, 7 in più rispetto al 2012 (quando il FdG aveva ottenuto il 7% dei voti). Già nel 2018 si registrano però alcune frizioni interne, con l’abbandono del partito da parte di alcuni dirigenti nazionali a causa dell’assenza di una vera democrazia interna e della linea strategica della direzione nazionale. La France Insoumise non è infatti un partito a tutti gli effetti e viene considerata un movimento popolare, in cui il leader Mélenchon ha ampia autonomia di giudizio, senza che esistano degli organi di confronto e dibattito in cui possano affrontarsi le diverse correnti presenti nell’organizzazione. La frangia che i media indicano come “sovranista” e “populista” viene dunque marginalizzata ed estromessa dal partito, da cui vengono esclusi personaggi come Georges Kuzmanovic, che – rifacendosi ad un impegno repubblicano e patriottico – aveva ad esempio sostenuto l’intervento militare russo in Siria e aveva strizzato l’occhio alla Brexit britannica (leggi qui).

Di lì a poco, nonostante alcuni tentennamenti iniziali, la France insoumise sostiene pubblicamente il movimento dei “gilets jaunes”, scesi in piazza durante l’inverno 2018-2019 contro le misure di rincaro (in particolare della benzina) adottate dal governo con la scusa della transizione ecologica. Le elezioni europee del maggio 2019 riaprono però la crisi nel partito: la lista guidata dall’europeista Manon Aubry raccoglie infatti solo il 6% dei voti, contro l’11% pronosticato dalla dirigenza della LFI. La contestazione alla linea di Mélenchon si riapre (leggi qui), con le critiche di Clémentine Autain da un lato (volte ad abbandonare una strategia definita “populista” e a riavvicinarsi agli ambienti intellettuali) e quelle di Alexis Corbière dall’altro (che spinge invece per rafforzare una linea che rivendichi proprio un’identità “populista” e che abbandoni il riferimento alla sinistra). Malgrado si inizi a parlare di un passo indietro del “supremo leader” della France insoumise, la crisi sembra rientrare e il partito si ricompatta dietro alla sua candidatura all’Eliseo, annunciata nel novembre 2020.

Jean-Luc Mélenchon guida la France insoumise fin dalla sua fondazione nel 2016.

Mélenchon, che sotto lo slogan dell'”Union populaire” ha tentato di riunire svariate organizzazioni dietro alla sua figura come nel 2017, si ripresenta con una versione aggiornata del suo programma di cinque anni fa, intitolato “L’Avenir en commun” (leggi qui). Come vedremo, l’appello è però caduto nel vuoto e l’ambiguità europeista dimostrata dalla France insoumise negli ultimi anni l’ha isolata dal resto della sinistra di classe. Quel partito che era riuscito a divenire un polo aggregante nel 2017, dietro ad un coraggioso programma di rottura con i dogmi neoliberali ed i trattati europei che li impongono, sembra ora destinato ad un ulteriore declino. C’è da chiedersi cosa deciderà di fare Mélenchon dopo l’appuntamento elettorale e se la France insoumise riuscirà a sopravvivere senza la sua figura “federatrice”: come abbiamo visto, le varie anime che la costituiscono sono infatti già pronte a darsi battaglia, specialmente se questa dovesse giocarsi sulla leadership dell’organizzazione.

Il PCF torna a presentarsi con una candidatura “di bandiera”

I primi a defilarsi dal “rassemblement” proposto da Mélenchon sono stati i comunisti dello storico PCF, che tornano a presentarsi all’elezione presidenziale con un proprio candidato dopo 15 anni (l’ultima candidatura all’Eliseo era stata quella di Marie-George Buffet nel 2007, quando il partito aveva raccolto il 2% dei consensi, un minimo storico che l’aveva condotto a cercare più larghe alleanze nelle tornate successive). Il Partito Comunista Francese ha infatti deciso di schierare il proprio segretario generale, Fabien Roussel, come candidato alla presidenza della Repubblica.

Dalla sua elezione alla testa del partito, avvenuta nel 2018, Roussel sembra aver tentato di far fronte alla grave crisi interna che attraversa il PCF fin dagli anni ’90 (di cui avevamo già parlato sul nostro portale: leggi qui). La direzione eurocomunista e liquidazionista impersonata da Robert Hue, da Marie-George Buffet e infine da Pierre Laurent è stata messa in minoranza in occasione del 38° congresso del PCF svoltosi nel 2018, quando le tesi proposte dalla direzione sono state bocciate dai membri del partito, che hanno preferito il documento alternativo presentato da André Chassaigne e da Fabien Roussel (leggi qui), poi eletto segretario generale. Benché non si sia giunti ad una vera e propria rottura con la linea precedente (come quella proposta dal gruppo “Vive le Parti Communiste Français”, il cui documento ha raccolto l’8% dei consensi fra gli iscritti) e l’erosione della base elettorale sia proseguita anche sotto la nuova direzione, alcuni osservatori hanno rilevato una sostanziale differenza rispetto all’orientamento promosso da Pierre Laurent nel decennio scorso.

Roussel richiama l’identità degli anni ’70.

Il settimanale Marianne ha ad esempio pubblicato lo scorso dicembre un articolo dall’eloquente titolo “Il ritorno del PC dell’epoca Marchais?” (leggi qui), in riferimento allo storico segretario generale Georges Marchais, alla testa del PCF dal 1972 al 1994. Il recupero dei temi della sovranità, della sicurezza e della laicità da parte del neo-segretario avrebbero riavvicinato il Partito alla sua linea degli anni ’70 e ’80, smarcandosi invece dall’imprudente ingenuità del resto della sinistra, che ha sminuito questi problemi favorendo la martellante propaganda della destra nazionalista. Roussel non le ha mandate a dire neanche su temi delicati come quello dell’immigrazione: nel settembre 2019, aveva dichiarato di voler “fermare questa immigrazione organizzata dai trattati liberali di Bruxelles che mette i salariati in concorrenza fra loro“. In un convegno su Jean Jaurès a Tolosa, il neo-segretario aveva esplicitato il progetto politico alla base della sua leadership: “vogliamo veder sventolare nuovamente il tricolore francese a fianco della bandiera rossa del movimento operaio, vogliamo difendere un progetto di società che metta al centro l’essere umano e il pianeta, ma che rimetta anche al centro delle sue lotte la democrazia e la sovranità del popolo di Francia!“.

La scelta di presentare una propria candidatura alle prossime elezioni presidenziali sembra dettata dalla volontà di promuovere e far conoscere questo progetto politico, tornando a parlare alla propria base sociale: lo stesso Roussel è deputato all’Assemblea nazionale per il Nord industriale che ha subito le devastazioni della globalizzazione e si fa dunque portavoce di un discorso molto diverso rispetto ai leader di partito provenienti da Parigi (come lo era ad esempio Pierre Laurent). Le sue priorità sono dunque chiare: “è urgentissimo uscire da questo modello economico, dalle logiche di profitto, di breve termine, e fermare la delocalizzazione della nostra industria“. Anche sul tema energetico la posizione del candidato del PCF è molto chiara: in nome dell’ecologia e della decarbonizzazione dell’economia, ha riaffermato l’importanza del settore nucleare per l’approvvigionamento del Paese, opponendosi alla chiusura di numerose centrali prevista dal governo. Oltre che nei contenuti, la campagna di Roussel (significativamente intitolata “Le défi des jours heureux”, riprendendo il nome del programma comune della Resistenza francese siglato nel 1944) si smarca dal resto della sinistra anche nello stile: interpellato sulla sua posizione in merito alla caccia (pratica contestata dagli ecologisti), il segretario del PCF ha difeso i cacciatori, dicendo di “averne abbastanza di questi intellettuali condiscendenti che non smettono di dare lezioni sui nostri modi di vivere e di fare” (vedi qui).

Il segretario generale Fabien Roussel sarà il candidato del PCF alla presidenza della Repubblica.

Roussel ha promosso un riallineamento del partito anche sul piano internazionale: malgrado alcune importanti ambiguità sulle quali ritorneremo in seguito, il nuovo segretario ha assunto delle posizioni per nulla scontate in un Partito che in nome dell’Europa unita aveva liquidato buona parte della sua storia. Egli ha ad esempio duramente condannato la multa inflitta dalla Commissione europea alla Polonia per aver “compromesso l’indipendenza della giustizia”, giudicando “inammissibile” questa sanzione e facendo appello al rispetto dei parlamenti nazionali, vera sede della sovranità popolare (leggi qui). Sulla scia della “crisi dei sottomarini” apertasi fra Francia e USA, Roussel ha anche rivendicato l’uscita del suo Paese dal comando della NATO (a cui aveva aderito Nicolas Sarkoy nel 2009) e in prospettiva un abbandono totale dell’Alleanza atlantica (leggi qui). Non da meno, il nuovo segretario del PCF ha riallacciato i rapporti con il Partito Comunista Cinese, a cui ha inviato un messaggio di auguri per il suo centenario, ricordando la “lunga e ricca storia comune” dei due partiti, così come l’importante ruolo giocati dai “grandi dirigenti” del PCC nella modernizzazione del Paese (leggi qui).

Quella del PCF è dunque una candidatura “di bandiera”, che sa di non avere nessuna chance nella competizione per l’Eliseo (i sondaggi attribuiscono a Roussel solo il 2% dei consensi), ma che la direzione del Partito ha deciso di presentare per riportare la sua proposta nel dibattito pubblico. Fabien Roussel l’ha detto chiaramente: “abbiamo un ruolo importante da giocare per riconquistare i cuori e le menti di chi non ci crede più, di chi si sente tradito, di chi si sente abbandonato da una sinistra che non fa più sognare“. A chi lo accusa di privare il campo progressista di qualunque chance di vittoria, il segretario comunista ha risposto così: “il problema della sinistra, non è la sua divisione ma la sua debolezza. È chiaro che se la sinistra non partecipa al grande gioco delle idee, se non sceglie di rivolgersi alle classi popolari, al mondo del lavoro, ai giovani, continuerà a restare debole” (leggi qui).

Obiettivo Frexit: il PRCF schiera l’Alternative Rouge-Tricolore

Questo rinnovamento politico del PCF non è però ancora sufficiente a convincere il Pôle de Renaissance Communiste en France (PRCF), nato nel 2004 in seguito ad una scissione proprio dal PCF, giudicato irriformabile e definitivamente compromesso in quanto avviato su una direzione liquidazionista e revisionista. Il nodo cruciale che ancora allontana il PRCF dal PCF è la questione europea (leggi qui): la candidatura di Roussel eluderebbe infatti la questione fondamentale dell’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea, rinnovando le illusioni su un riforma dei trattati europei, sulla possibilità di costruire una “Europa sociale” di progresso e solidarietà. Nel suo recente libro, Ma France, Roussel scrive in effetti a chiare lettere che “non si tratta per noi di agitare lo spettro di un’uscita dall’UE nel 2022. Una Frexit non darebbe delle alternative alla Francia. Quando si fa fronte ad una pandemia, si ha l’interesse a cooperare, a lavorare insieme piuttosto che a chiudere le frontiere a qualunque relazione economica, umana o scientifica“. Ecco perché, per il PRCF, è inconcepibile accodarsi ad una simile candidatura di bandiera senza nessuna chance di sedurre le classi popolari francesi.

Simile è il discorso per quanto riguarda la candidatura di Mélenchon (che il PRCF aveva, seppur criticamente, sostenuto nel 2017). In una lettera aperta al leader della France insoumise (leggi qui), il PRCF ha constatato l’importante arretramento sulla cruciale questione europea: mentre l’europarlamentare Manon Aubry s’indigna per la Brexit e dichiara che “Robert Schuman ha costruito l’Europa sulla solidarietà”, mentre il deputato Eric Coquerel afferma di voler “ricostruire l’Europa, ma non di uscirne”, Mélenchon viene accusato di un colpevole silenzio. Rilevando l’importante arretramento elettorale della France insoumise, il PRCF segnala i profondi cambiamenti occorsi nel Paese dal 2017 ad oggi (dall’ulteriore degrado delle condizioni di vita dei lavoratori all’importante cesura segnata dal movimento dei “gilets jaunes”), che ridurrebbero all’impotenza un progetto politico che non si pone radicalmente le questioni vitali per il movimento popolare in Francia.

Fadi Kassem sarà portavoce dell’Alternative Rouge Tricolore lanciata dal PRCF.

Da qui la scelta del PRCF di correre alle elezioni presidenziali con una propria candidatura, quella del segretario nazionale Fadi Kassem, ed un proprio programma, sotto l’insegna dell’Alternative Rouge-Tricolore: “l’alternativa che portiamo associa la Marsigliese e l’Internazionale, la bandiera tricolore e la bandiera rossa, poiché solo questa alleanza assicura la fine dell’asservimento all’Unione europea del capitale, al capitalismo globalizzato e ai suoi bracci armati (come la NATO)“. Con l’obiettivo di riconquistare pienamente la sovranità nazionale e popolare, il PRCF rivendica dunque l’uscita dall’Euro, dall’Unione europea e dalla NATO (con quella che viene chiamata “Frexit progressista”), oltre ad un ambizioso programma di nazionalizzazioni, la difesa dei servizi pubblici e la ricostituzione di uno Stato sociale forte e capillare.

Una campagna per ricostruire delle organizzazioni di lotta?

Benché divisa, non si può certo dire che la sinistra di classe francese sia priva di idee e di argomenti: le sfumature, le priorità e le strategie sono certamente diverse, ma ciò che è interessante notare è la combattività con cui le varie organizzazioni comuniste francesi si dirigono all’appuntamento elettorale. Rifuggendo ipotesi rinunciatarie e senza temere un risultato deludente, osano invece tornare sul territorio, far conoscere le proprie proposte e mobilitare i propri militanti per riprendere contatto con la propria base sociale. Benché come detto tutto (o quasi) sia già scritto in questa tornata elettorale e la sinistra non possa ambire ad un grande risultato, è confortante notare come – al netto delle divisioni – le organizzazioni comuniste francesi siano motivate a sfruttare questa occasione per radicarsi sul territorio e nella società: a nostro avviso, è infatti solo con un percorso di questo genere, seppur lungo e complesso, che può rinascere un movimento di lotta capace di far fronte alle sfide del futuro e ad ambire ad un ruolo di primo piano sulla scena politica nazionale.

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Zeno Casella

Zeno Casella, classe 1996, è consigliere comunale a Capriasca per il Partito Comunista. Tra il 2015 e il 2020, è stato coordinatore del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).