Il nuovo presidente del Perù è marxista. L’esercito rinuncerà al golpe?

in America latina/Internazionale di

E’ passata più di una settimana dall’elezione di Pedro Castillo alla presidenza del Perù: la destra e la sua candidata Keiko Fujimori urlano ancora ai brogli… e la Commissione elettorale, subendo pressioni dei governanti sconfitti, ha esitato fino a poche ore fa a dichiarare ufficialmente il vincitore. Il leader della destra ultra-conservatrice López Aliaga ha addirittura incitato pubblicamente ad assassinare Pedro Castillo, così come a uccidere il leader del partito “Perù Libre”, Vladimir Cerrón. Non mancano nemmeno invocazioni pubbliche affinché i militari entrino in azione e reprimano la sinistra permettendo agli sconfitti di restare al potere: gli indios – quelli che televisioni e giornali locali definiscono ignoranti e fannulloni – nel frattempo scendono in città pronti alla lotta per difendere la democrazia e mandare definitivamente a casa l’oligarchia corrotta amica dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, qualora quest’ultima decidesse di non riconoscere il voto.

Due liste di sinistra, che poi si uniscono

Ma facciamo un po’ di cronistoria. Al primo turno delle elezioni presidenziali peruviane la sinistra si è presentata divisa. Accanto al Partito Nazionalista dell’ex-presidente Ollanta Humala che non è riuscito ad andare oltre all’1,6% dei consensi, le due formazioni maggiori erano il partito “Perù Libre” che al primo turno ha raggiunto l’ottimo risultato del 18,9% dei voti e la coalizione della sinistra di classe “Juntos por el Perù”. Quest’ultima – composta dal Partito Comunista Peruviano e dal Partito Comunista del Perù-Patria Rossa e da altre sigle minori – presentava a candidata l’esponente del partito riformista-femminista “Nuevo Perù” Verónika Mendoza, la quale ha raccolto un dignitoso 7,8%. La lista più votata al primo turno è stata proprio “Perù Libre” che ha superato “Fuerza Popular”, il partito di destra ultra-conservatrice e neo-liberale che persegue l’ideologia dell’ex-dittatore Alberto Fujimori, fermatosi al 13,4%. In vista quindi del secondo turno delle elezioni che si preannunciava tiratissimo ma nel contempo orientato a una vittoria storica, la sinistra si è compattata dietro al candidato di “Perù Libre”, Pedro Castillo, un insegnante marxista che alla fine è riuscito nell’impresa di battere la figlia dell’ex-dittatore per poco meno di 60’000 voti.

I comunisti peruviani: “la vittoria di Castillo è strategica”!

Il Comitato Centrale del Partito Comunista Peruviano (PCP), in una risoluzione del suo plenum, ha respinto “le espressioni e gli atteggiamenti neofascisti degli alleati della candidata Fujimori” nonché “la richiesta di un colpo di stato militare che gli pseudo-democratici stanno orchestrando, appostati nelle loro residenze lussuose accanto alla vecchia monarchia europea del pensiero neo-coloniale”. I comunisti peruviani hanno qualificato il programma di Pedro Castillo come “di carattere democratico e sovrano”, che risponde alle esigenze di un popolo “emarginato dallo Stato delle élite economiche e politiche che ci hanno governato per 200 anni”: è stato infatti dimostrato che le regioni dove si estraggono le principali risorse minerarie, di gas e di petrolio, hanno però anche il più alto livello di povertà, malnutrizione e inquinamento ambientale che causa siccità, inondazioni e morti. Il PCP ha reputato così strategica la vittoria di Castillo al secondo turno da dare indicazione ai propri militanti di “incorporarsi nei Comitati Unitari di Campagna per assicurare il trionfo popolare il 6 giugno e dove non esistono, organizzarli con i criteri più ampi, garantendo il loro funzionamento duraturo”. I comunisti tuttavia oggi esprimono preoccupazione e il Comitato Centrale ha invitato i propri membri “ad essere vigili di fronte all’atteggiamento di coloro che cercano di distorcere la volontà del popolo, servendo interessi diversi da quelli del Perù”: l’ipotesi che si creino scenari di violenza fratricida, insomma, non viene scartata del tutto.

Dello stesso avviso l’altro partito comunista, il “Patria Roja” di ispirazione maoista, sceso in piazza a difesa dei risultati elettorali con lo slogan “No alla frode elettorale e al tentato golpe del Fujimorismo” e pubblicando una nota stampa in cui si legge: “si tratta di un risultato storico che coincide con il bicentenario della fondazione della repubblica e che presenta una grande opportunità per chiudere un ciclo sotto l’egemonia delle classi dominanti e aprirne uno nuovo con il protagonismo popolare. L’unità raggiunta deve essere conservata, rafforzata e approfondita, perché solo con la più ampia partecipazione popolare è possibile contrastare l’offensiva reazionaria e portare avanti i grandi cambiamenti che il Perù richiede. Il nuovo governo non può frustrare le aspettative e le speranze delle masse popolari. La parola di un insegnante, la parola di un rondero, deve essere sinonimo di conseguenza, di onestà e non di esitazione”.

Priorità ai diritti sociali!

Naturalmente non appena Pedro Castillo ha vinto, i giornali della sinistra liberal e imperialista italiana come l’anti-comunista “La Repubblica” si sono mossi nell’ottica di denigrare quello che vogliono dipingere come una sorta di “caudillo populista”, così che quando gli USA non riusciranno a domarlo, potranno subito se del caso indicare come un pericoloso “dittatore” così come in passato hanno fatto con Nicolas Maduro in Venezuela. Su Facebook si è mosso Diego Battistessa, collaboratore della testata citata, che sminuisce il vincitore come “un signor nessuno” e riproponendo un testo di Alfredo Luis Somoza, docente all’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) e presidente dell’Associazione delle Organizzazioni di Cooperazione e Solidarietà Internazionale della Lombardia che getta fango sulla sinistra patriottica peruviana: Castillo viene sbeffeggiato con piglio saccente tipico della sinistra liberal: “estraneo alla nuova sinistra peruviana, è partito dal cuore delle Ande a cavallo, con un sombrero tradizionale”. Una frase carica di valori simbolici e che trasmette l’immagine del rozzo contadino ignorante, tradizionalista e conservatore. Ma naturalmente, visto che Castillo è inserito nel proprio contesto nazionale e ha in chiaro che il poprio popolo vuole anzitutto diritti sociali e sanitari e lottare contro la povertà, e quindi non mette al primo posto il matrimonio gay e il diritto all’aborto, ecco che subito viene etichettato dal professore come “maschilista dichiarato e moderatamente omofobo”. Pedro Castillo se vorrà costruire una società orientata al socialismo avrà due nemici: la destra oligarchica certamente, ma anche la sinistra liberal (che preferisce i diritti civili ai diritti sociali) non gli sarà amica.

A vincere è la sinistra popolare, indigena e patriottica

La sinistra per vincere deve abbandonare le ONG

“Per essere di sinistra è necessario abbracciare la teoria marxista e sotto la sua luce interpretare tutti i fenomeni che avvengono nella società mondiale, continentale e nazionale, le loro cause ed i loro effetti, e da questa diagnosi proporre soluzioni che portino alla soddisfazione della maggioranza. Allo stesso modo, i postulati mariateguisti sono di vitale importanza rispetto alla nostra realtà nazionale, latinoamericana e persino mondiale”. Si apre così il programma di Perù Libre, con riferimenti netti al marxismo e al mariateguismo, cioè il pensiero del fondatore del Partito Comunista Peruviano José Carlos Mariateguì. Ma il documento politico continua e, dopo aver sconfitto la destra fujimorista, non le manda a dire nemmeno al resto della sinistra, distinguendosi sia dall’estremismo parolaio incapace di stare nelle contraddizioni (“riconosciamo che nel nostro Paese c’è un tipo di sinistra che vive solo per opporsi a qualsiasi iniziativa, buona o cattiva, non solo perché non è stata preparata a governare, ma tanto meno saprebbe cosa fare se andasse al potere”) sia da una sinistra liberal che va di moda in Europa che pone i diritti civili prima di quelli di classe: “ci sono anche quelli che, avendo rinunciato alla loro missione storica, hanno optato per la via delle ONG, ecc. generando un vile tradimento del mandato popolare” afferma severamente il partito di Pedro Castillo che rivendica di essersi “forgiato nel Perù profondo, nelle Ande” legato anzitutto ai poveri, agli indigeni, ai contadini e agli operai, non certo al ceto intellettuale progressista urbano che, con il suo democratismo “ha permesso il consolidamento del neoliberismo” nel paese.

“Perù Libre”, insomma, si considera come “espressione di protesta dei popoli emarginati” e “delle lotte anti-neoliberali contro la dittatura del capitale” ma anche “espressione dei nostri diritti del lavoro” contestando le privatizzazioni delle aziende peruviane e delle risorse naturali del paese. Ciò detto però resta chiaro che “ogni rivoluzione promuove, sostiene e difende la sua imprenditoria nazionale pubblica o privata” e che “lo Stato socialista esercita un ruolo protettivo sulle nostre imprese private nei confronti del capitale transnazionale” in pratica il partito vincitore delle elezioni riconosce come la priorità del momento è la lotta patriottica contro l’imperialismo che si traduce nella difesa della sovranità economica rispetto al globalismo e alle multinazionali.

Una nuova cultura di governo

“La nostra organizzazione non dovrebbe confondere i ruoli del Partito e del governo, uno crea le condizioni soggettive e l’altro quelle oggettive”: mentre insomma il Partito va alla ricerca di una nuova società “più equa, più giusta, che salvi i suoi figli dalla schiavitù moderna”, il governo la deve costruire stando nelle contraddizioni di un mondo capitalista. Questa è l’impostazione con cui “Perù Libre” vuole provare a far funzionare “la macchina rivoluzionaria”: una differenza dei ruoli che potrà essere utile solo se fra Stato e Partito vi sarà però un orientamento socialista condiviso e non si giustifichi, nel nome del pragmatismo e del conflitto di classe che naturalmente investirà il Perù adesso, uno scollamento del primo dal secondo. E qui si potrebbe riscontrare una divergenza con il marxismo-leninismo. Allo stesso modo si nota come “Perù Libre” è convinto che il Perù ha bisogno “di politici altamente tecnici e di tecnici altamente politici, nessuna di queste due qualità deve essere separata dall’altra, devono essere collegate”: giusto soprattutto quando alle nostre latitudini non solo si formano governi tecnici con una facilità preoccupante (come in Italia), ma anche vi sono forme di tecnocrazia e di pressioni dei funzionari sui politici per orientarne le decisioni, tanto che ancora di recente proprio a casa nostra il Partito Comunista nel Gran Consiglio ticinese ha ribadito in due occasioni l’appello: “noi siamo per il primato della politica sui tecnici e sui funzionari”.

I comunisti di Patria Roja in piazza contro i rischi di golpe

Le forze armate rifiutano l’invito al golpe

Di fronte alla diffusione sulle reti sociali di gravi appelli che richiedevano di fatto l’intervento delle forze armate contro i marxisti al governo per affidare il potere alla destra fujimorista, il Ministero della Difesa ha deciso di fare chiarezza e di rifiutare di schierare i militari su temi prettamente elettorali: “l’esercito deve difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale della Repubblica, l’esercito non ha potere deliberativo e dunque l’appello a intervenire in questo ambito non è proprio di una democrazia” si legge nella nota ministeriale che anzi invita a “rispettare la volontà della cittadinanza come emerso dalle urne il 6 giugno”. Se da un lato questa dichiarazione può suscitare un primo sentimento di tranquillità, dall’altro occorre ancora una certa cautela poiché la tradizione golpista nella storia latinoamericana è nota, e perché le infiltrazioni reazionarie e filo-atlantiche nelle forze armate peruviane non mancano. Visto la forte spaccatura della società peruviana non è detto nemmeno che possa scaturire una strategia della tensione che con la scusa del rischio di guerra civile porti i militari a intervenire in un secondo momento. Certo è che Castillo avrà la vita dura se resterà coerente con le sue promesse elettorali, anche perché non sarà facile trovare le necessarie maggioranze parlamentari.

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