Dizionario di geopolitica: cosmopolitismo e internazionalismo

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Il cosmopolitismo ha certamente avuto una accezione positiva per lunghi secoli, almeno per tutto il XVIII e XIX secolo, simbolo di comprensione tra culture diverse presenti contestualmente in alcune parti del mondo, ad esempio città come Istanbul e Trieste, in cui comunità economiche, culturali, etniche e religiose convivevano arricchendo il tessuto sociale, tale definizione si è estesa ad esempio anche al mondo mitteleuropeo di matrice asburgica. Nel XX secolo ha perso con il tempo il suo significato originario, aumentando nel frattempo gli scambi culturali e la velocità degli stessi grazie alla globalizzazione: esso diventa quindi sinonimo di abolizione delle frontiere nell’ottica di favorire un commercio sempre più libero, nel senso di deregolamentato.

Il termine ha ripreso vigore con forza spropositata e inaspettata con l’inizio del XXI secolo in cui l’Occidente lo utilizza come arma anti-russa e anti-cinese, ovvero propagandando una forma di multiculturalismo in cui gli usi, i costumi, i riferimenti, i modelli, sono essenzialmente e in alcuni casi esclusivamente quelli occidentali, con una spruzzatina di musica, di parole, di accessori per l’abbigliamento, provenienti da altre culture.

Tale nuova definizione concettuale di cosmopolitismo intanto non ha nulla a che vedere con quella dei secoli precedenti, inoltre ha tutta la volontà di mascherare e nascondere la violenta promozione del pensiero unico occidentale nei suoi aspetti più frivoli e mercificati, riducendosi quindi a essere un’arma dell’unipolarismo. Cosmopolitismo oggi significa a tutti gli effetti omologazione consumistica, anche culturale, perché i riferimenti letterari, cinematografici, artistici sono quelli dettati, quando non subdolamente imposti, dall’Occidente. Quando sono provenienti da culture non occidentali, sono accettati solo e soltanto se sono subalterni all’universo valoriale occidentale.

L’internazionalismo invece è oggi esattamente l’opposto del cosmopolitismo, ovvero è l’idea di una solidarietà tra nazioni e popoli differenti che custodiscono e preservano le loro culture, le loro lingue, le loro specificità e la loro sovranità nazionale, senza piegarsi ai ricatti economici dell’unipolarismo e alla sua pretesa omologazione culturale e valoriale. Insomma l’internazionalismo riconosce le nazioni e ne favorisce la cooperazione nel rispetto dell’indipendenza di ciascuna, il cosmopolitismo per contro le vuole superare per permettere al potere economico liberale di imporsi ovunque senza distinzioni né regole superando la sovranità dei popoli.

Uno spiccato internazionalismo permane in quelle organizzazioni politiche e in quelle nazioni che continuano ad avere un orientamento culturale marxista. La propaganda occidentale, per quanto concerne le nazioni socialiste e internazionaliste, procede rapidamente con la definizione di “regimi non democratici”, per le forze politiche marxiste che all’interno dell’Occidente si battono per l’internazionalismo, provvede a bollarle come “sovraniste”, ovvero operando una falsificazione linguistica che nei media liberali e occidentali associa automaticamente il concetto di difesa della sovranità nazionale (in Italia ad esempio espressamente previsto dalla Costituzione nata dalla Resistenza) ai movimenti fascisti e di estrema destra. L’attacco contro il Partito Comunista di Boemia e Moravia compiuto dal settimanale “Internazionale” (allegra confusione nel nome di una rivista cosmopolita e unipolare) già segnalato su questo portale (leggi qui) né è un valido esempio.

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