“Bergmàl”: viaggio in Islanda, tra consumismo e disagio sociale

in Cultura+Eventi/Editoriali/Opinione/Speciale Pardo 2019 di

Se la selezione del concorso internazionale del 72° Locarno Film Festival si è finora distinta per alcune scelte decisamente contestabili (si veda ad esempio l’ammissione del siriano “Fi al-thawra”, uno “spiacevolissimo inno al terrorismo” (leggi), come l’ha recentemente definito Davide Rossi), non mancano però anche le sorprese positive. Tra queste vi è sicuramente l’islandese “Bergmàl” di Rúnar Rúnarsson, che in 56 brevi scene riesce a mostrare un interessante spaccato sociale dell’isola nordica, la cui complessità viene affrontata con una prospettiva molteplice (economica, sociale, culturale, familiare, ecc.) e ricca di contrasti.

Sono in effetti proprio tali contrasti, tanto scenici quanto contenutistici, a dettare il ritmo della pellicola, le cui scene si richiamano l’un l’altra in un gioco di echi (da cui il titolo del film) che esprime con grande chiarezza il divario fra città e campagna, fra ricchezza e povertà, fra gioventù e vecchiaia, fra solitudine e comunità, fra vita e morte, fra tradizione e modernità. La secolare fattoria bruciata per lasciare il posto a dei banali prefabbricati polacchi (meno costosi di un’onerosa ristrutturazione), gli acquisti natalizi dell’ultimo minuto accostati alla gelida coda davanti al banco alimentare della croce rossa, la tradizionale recita scolastica natalizia oscurata dai tablet dei genitori intenti ad immortalarla, i caldi e accoglienti festeggiamenti in famiglia opposti alle solitarie sedute televisive delle case anziani: ogni scena rappresenta a suo modo una sfaccettatura di tali più ampie contraddizioni, specchio delle importanti trasformazioni sociali cui è attualmente confrontata la società islandese.

Ciò che emerge da tale narrazione è un ritratto tutt’altro che lusinghiero o idilliaco del piccolo paese scandinavo: il consumismo di marca occidentale e la modernità incalzante non fanno altro che dare maggior risalto al disagio sociale diffuso, alla povertà, al precariato, alla disoccupazione provocati dalla globalizzazione capitalistica.

L’Islanda non è stata d’altronde affatto risparmiata dalla crisi scoppiata ormai più di 10 anni fa, le cui ripercussioni (austerità, deflazione salariale, ecc.) ancora limitano il consumo delle famiglie e la ripresa economica (come ben spiega Lorenzo Battisti in questo articolo.

Il ritratto tratteggiato da Rúnarsson non manca di affrontare il dibattito politico locale, ricco di richiami alla realtà nostrana. Così come in Svizzera, anche in Islanda impera un certo consociativismo e una concertazione che non mancano di sollevare malumori nei personaggi evocati nel film. Il discorso di capodanno del primo ministro Katrín Jakobsdóttir sembra aprire una discussione fra alcuni familiari riuniti per la veglia, che viene però immediatamente troncata da una lapidaria espressione che si può spesso trovare anche alle nostre latitudini: “non potete semplicemente concordare di non essere d’accordo?”. Anche in ambito economico, Svizzera e Islanda presentano alcune rilevanti somiglianze: benché entrambe spesso presentate come modelli di “capitalismo sostenibile” con un’economia sana e ampie garanzie sociali, la realtà (ben illustrata dal film) attesta l’esistenza di varie sacche di povertà e disagio.

Così come nel contesto elvetico (e ticinese in particolare), anche nell’isola nordica sono ben percettibili le ampie ripercussioni della libera circolazione di merci, capitali e persone imposta dal mercato europeo. Se la concorrenza di beni a basso prezzo impedisce la produzione in loco (si veda l’esempio del casolare in fiamme di cui sopra), anche sul mercato del lavoro il dumping salariale è una realtà ben conosciuta, messa in scena da una squadra di operai polacchi che decide di scioperare poiché scopre di ricevere un salario nettamente inferiore al valore da essi realizzato. Tanto in Svizzera quanto in Islanda, la risposta a tali dinamiche non viene abbandonata a schieramenti di matrice xenofoba, ma viene fatta propria anche da formazioni politiche di orientamento chiaramente progressista ed al contempo anti-europeiste: mentre nell’isola scandinava è lo stesso primo ministro Jakobsdóttir a pronunciarsi contro l’adesione all’UE (leggi), anche a ridosso delle Alpi da tempo i comunisti si schierano contro una maggiore integrazione europea (leggi).

Ciò che incuriosisce è il fatto che sia lo stesso regista, fatto più unico che raro, a rivendicare l’espressione di un punto di vista soggettivo nella descrizione della realtà islandese: in una recente intervista, ha infatti affermato che il film “è un ritratto, e quando qualcuno sta ritraendo qualcosa è possibile leggere fra le righe per trovare il punto di vista dell’autore” (leggi). Per coloro che riconoscono ancora nel cinema una funzione politica, simili affermazioni divengono purtroppo sempre più sporadiche, impedendo di fatto un sano dibattito sulle intenzioni e gli interessi di una determinata pellicola.

“Bergmàl” è quindi senza dubbio un film che vale la pena vedere, capace di indagare con arguzia alcune contraddizioni comuni a molti paesi occidentali, con una prospettiva ricca di spunti interessanti e condivisibili. Non da meno, va comunque rimarcata l’assenza di taluni aspetti centrali per comprendere la realtà islandese: un grande assente del film è il tema dell’imperialismo, che pur tuttavia condiziona tanto il posizionamento internazionale del paese (l’Islanda è tuttora membro della NATO) quanto la comprensione di taluni fenomeni (tra cui quello dell’immigrazione, del quale viene affrontato solo l’aspetto “domestico” legato all’integrazione, senza nessun riferimento alle cause né al ruolo determinante dei paesi occidentali).

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Zeno Casella, classe 1996, è coordinatore del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA). Dal 2016 è consigliere comunale a Capriasca per il Partito Comunista, di cui è pure membro del Comitato Centrale.