Il caso Siria. Ideologia, guerra e liberalismo.

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Il liberalismo, con le sue relazioni socio-produttive, ha vinto più sul terreno egemonico che in quello economico, perché non solo non ha risolto nessuna delle contraddizioni storiche connesse allo sviluppo, ma ha ulteriormente incancrenito i fenomeni della miseria di massa per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Ciò non solo nei Paesi sottosviluppati, dove il sottosviluppo è una conseguenza degli storici rapporti di dominio coloniale, ma anche nelle punte più avanzate del capitalismo mondiale, contornate da immense periferie densamente popolate di marginalità sociale. Sebbene critichi la tendenza ideologica nelle visioni del mondo alternative, il liberalismo ha vinto proprio sul terreno ideologico, grazie alla capacità di presentare i propri interessi particolari come generali, per la incredibile disponibilità di arsenali (intellettuali, accademie, mezzi di comunicazione di massa) incaricati di elaborare quotidianamente una narrazione della realtà funzionale ai propri interessi : “non accade quel che vedete, ma quel che vi raccontiamo”. Il famoso libro “Lo scontro delle civiltà”, che ha messo sotto il tappeto le contraddizioni sociali e la natura imperialistica delle contraddizioni nella politica internazionale, per sostituirle con categorie come civiltà, etnie culturali è solo uno dei tanti esempi:

“In questo nuovo mondo, la politica a livello locale è basata sul concetto di etnia, quello a livello globale sul concetto di civiltà. La rivalità tra superpotenze è stata soppiantata dallo scontro di civiltà. In questo nuovo mondo i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi non saranno quelli tra classi sociali, tra ricchi e poveri o tra altri gruppi caratterizzati in senso economico, bensì tra gruppi appartenenti ad etnie culturali diverse. All’interno delle diverse civiltà si verificheranno guerre tribali e conflitti etnici” (S. P. Huntington, “Lo scontro delle civiltà”. Il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano, 2000, pag. 17).

In un piccolo ma denso saggio di alcuni anni fa, Luciano Canfora ha ben sintetizzato questa indubbia capacità di trasfigurazione della realtà, capace di usare categorie come libertà e democrazia per perseguire risultati che ne sono l’esatto opposto:

“Uno dei retaggi più disgustosi della propaganda profusa al tempo della guerra fredda è il «fondamentalismo democratico». L’espressione, non felicissima ma sostanzialmente chiara, è di Garcia Marquez. Indica l’arrogante uso di una parola («democrazia») che nel suo attuale esito racchiude e copre il contrario di ciò che etimologicamente esprime; e, insieme, l’intolleranza verso ogni altra forma di organizzazione politica che non sia il parlamentarismo, la compravendita del voto, il «mercato» politico”. (L. Canfora, (“Critica della ragione democratica”, Laterza Roma-Bari, 2002, pag. 17)

Caduto il muro di Berlino, tuttavia, la nuova parola d’ordine è divenuta più melliflua e sofisticata, assumendo la forma di un mantra umanitario capace di sedurre anche gli ambienti più pacifisti, o sedicenti radicali, e legittimare anche la più sfacciata delle pretese imperialiste. Giustificare una guerra con il pretesto dei “diritti umani violati” è oramai lo schema fisso per suscitare indignazione diffusa e creare consenso attorno a ogni guerra imperialista, schema riprodotto in serie da telegiornali, giornali, programmi di approfondimento, intellettuali e personaggi noti mobilitati a comando e secondo una moralità selettiva, che scatta automaticamente per le presunte armi chimiche di Assad (come a suo tempo accadde con Milosevic, Saddam, Gheddafi) mentre non per le stragi israeliane o saudite.

In questo modo l’opinione pubblica viene occupata e sistematicamente conquistata, così persino quel che resta della sinistra internazionale, tranne eccezioni minoritarie, si divide tra chi si schiera senza mezzi termini con le pretese dell’imperialismo e chi, ecumenicamente, si lava la coscienza con la formula ipocrita “né con l’aggressore né con l’aggredito”. Sarà un caso, ma questo disastro (per usare categorie gramsciane, sintetizzabile con il passaggio dallo “spirito di scissione” all’assorbimento molecolare) si è dispiegato appieno soprattutto a partire dalla fine dell’Unione Sovietica. Sarò forse schematico, ma quando ci troviamo di fronte a articolati tentativi di destabilizzazione (eterodiretta), in Paesi che storicamente in passato hanno subito il dominio coloniale e poi l’assoggettamento imperialista, al 99%, dietro, c’è la volontà di ripristinare i vecchi rapporti di sottomissione tradizionale, non l’esigenza democratica. I casi concreti degli ultimi 30 anni (Jugoslavia, Iraq, Libia) questo, molto banalmente, ci dicono. Si è smarrito totalmente il senso di cosa sia l’imperialismo e dunque la capacità di rintracciare all’interno delle sue contraddizioni quella fondamentale. Schierarsi in difesa di uno Stato che subisce l’aggressione violenta imperialista non significa sposarne il regime, ma opporsi all’ordine che l’imperialismo intende creare. Difendere l’Iraq di Saddam e la Libia di Gheddafi dalle bombe della NATO questo significava, e i fatti hanno ampiamente dimostrato quanto corretta fosse quella opinione. Come Domenico Losurdo fece notare diversi anni fa, quando l’Italia fascista aggredì l’Etiopia lo fece affermando la necessità di distruggere uno Stato feudale basato sullo sfruttamento e sulla schiavitù, per portarvi la civiltà. Ora, effettivamente si trattava di una realtà di questo tipo, ciò nonostante, il Partito Comunista Italiano (PCI) si schierò in difesa dell’Etiopia del Negus, senza nessun tentennamento o accampando inaccettabili equidistanze tra vittima e carnefice. Intanto era importante respingere l’aggressione imperialista, poi sarebbero stati il popolo etiope a decidere del suo futuro, non le bombe occidentali. Questa semplice logica oggi si è purtroppo smarrita, dunque non solo proliferano le anime belle dell’umanitarismo a chiamata, ma abbiamo pure buona parte della sinistra che li segue. Quando si chiama in causa l’imperialismo, la risposta più comune in questi casi è che bisogna vedere il caso specifico e non il contesto più ampio per prendere posizione.

Pensare che il particolarismo, sganciato dal quadro di riferimento generale, possa fornire una visione più veritiera della realtà significa incorrere nella più classica trappola dell’ideologia borghese: la falsa coscienza. Sia nella sua versione di una visione frammentata perché incosciente, quando si subisce una egemonia; sia in quella incaricata di costruire una visione parziale e manipolata della realtà, quando invece si esercita una egemonia. Marx e Engels lo chiarirono a metà 800. L’imperialismo agisce secondo linee di tendenza multi-regionali coordinate tra loro, secondo un unico piano sistematicamente programmato. Il Golpe brasiliano nel 1964 fu la prova generale di una modalità di riconquista dell’America Latina studiata nei minimi particolari che si sarebbe riprodotta con efficienza nei 15 anni successivi. Separare i tentativi di destabilizzazione nell’area tra Siria e Iran dalle analoghe operazioni in Ucraina, Cina, Venezuela e Brasile, significa abboccare all’operazione con cui da sempre si particolarizza e frammenta la rappresentazione del reale proprio per non farne percepire il senso. Esattamente in ciò consiste la funzione politica dell’ideologia, che spiega la lotta furibonda per il controllo monopolista dei mezzi incaricati di formare l’opinione pubblica. In tal senso, le cosiddette “rivoluzioni arabe” hanno replicato lo schema classico delle “rivoluzioni arancioni”, finalizzate alla conquista dei Paesi dell’Europa dell’Est da parte della Nato negli anni Novanta. Questo non significa che tanto nelle prime quanto nelle seconde non esistessero istanze reali e forme di partecipazione pienamente cosciente, ma che gli elementi di eterodirezione hanno prevalso sulle esigenze spontaneamente sorte sul terreno delle lotte locali, impossessandosene e utilizzandole per altri fini. Schema che recentemente, oltre alle primavere arabe, ha fornito efficaci dimostrazioni pratiche in Brasile, Venezuela e Ucraina, mentre ha fallito miseramente in Cina e Russia. Concludendo, penso che aver rimosso, tra le categorie utili a comprendere la politica internazionale, l’imperialismo sia un grande errore e un favore alle pretese di dominio delle potenze imperialiste.

Gianni Fresu è professore associato di Filosofia politica alla Universidade Federal de Uberlandia (MG/Brasil). Membro della International Gramsci Society, si occupa di storia del movimento operaio.