Sia gloria!

in Cultura+Eventi/Speciale Pardo 2016 di

Tzanko lavora per le ferrovie di stato bulgare, un giorno trova sul suo percorso (controlla quotidianamente la tenuta dei bulloni sulle traversine di un segmento di binari) una borsa squarciata piena di lev. Per lui immediata la reazione, informare le autorità per restituire la somma al legittimo proprietario.
Da lì al trovarsi preso tra due fuochi il passo è breve : Tzanko si trova tra l’incudine dei colleghi che lo scherniscono (al bar qualcuno lascerà cadere per terra degli spiccioli, lanciando un provocatorio « ehi Tzanko, dei soldi, perché non avverti la polizia ? ») agli uomini del ministero, decisi a fare di lui un esempio di rettitudine da propinare al resto dei dipendenti e dei funzionari statali in una campagna contro la corruzione preparata ad hoc.

È a questo momento che entra in scena il secondo personaggio della nostra storia, un quadro del ministero dei trasporti, Julia. Attorno alla quarantina, donna in carriera, sta seguendo una terapia per rimanere incinta che viene costantemente disturbata dalle sue telefonate di lavoro, che prendono il sopravvento anche all’interno dello studio medico.
Suo marito, una sorta di terza figura di mediazione, uomo bonaccione che « subisce » la carriera della moglie ed è, per quanto armato di buone intenzioni e buoni sentimenti, incapace di opporsi all’impeto degli impegni di lavoro di Julia che entrano anche nel quotidiano della vita di coppia.

La prima intervista TV, preparata a tavolino dal ministero per fare di Tzanko il paladino della rettitudine, viene dall’inizio perturbata da una serie di imprevisti : la polizia non vuole videocamere vicino al luogo del ritrovamento dei soldi, il set di ripiego è in controluce e, cosa ben più grave, al momento di recitare il testo preparato dalla giornalista Tzanko si rivela essere balbuziente !
Il materiale prodotto è quindi inservibile per la diffusione, e si opta per una cerimonia con la quale insignire l’uomo di un titolo onorifico. È proprio pochi istanti prima della stretta di mano col ministro che una sottoposta di Julia sfila dal polso di Tzanko il suo orologio, cimelio di famiglia regalatogli dal padre e con la parola slava (gloria) sul quadrante e l’incisione « a mio figlio Tzanko » sul retro. Il ministro difatti consegna a Tzanko un nuovo orologio come omaggio, ma è un orologio da poco e che per giunta non tiene l’ora. Tzanko approfitterà dell’incontro a tu per tu con il ministro per denunciare gli abusi e i furti di carburante di cui è stato testimone, ma viene zittito in malo modo dal politico.

In seguito per Tzanko comincerà l’odissea dell’incomprensione, nella lotta per riottenere l’orologio nel frattempo smarrito dal gruppo di Julia e colleghi. Ne otterrà un primo esemplare, che per quanto simile non risulta essere il suo (mancando l’incisione sul dorso), in un palese tentativo di prendere tempo da parte dei funzionari. Estenuato dal muro di gomma che ha pure avvolto le sue denunce degli abusi, il protagonista si fa convincere a prendere la parola nella trasmissione di Korolev, giornalista critico verso il governo e in aperto conflitto con Julia, per denunciare quanto subito.

Entrambi I protagonisti hanno diritto al loro punto di svolta nella trama. Da un lato Tzanko, che mentre attende di essere accompagnato al ministero per la cerimonia si ferma in piazza a mangiare un sandwich e una bibita. La bibita zuccherata che per sbaglio si rovescerà addosso formerà una macchia sui suoi pantaloni che mai riuscirà a lavare. In questo caso la bibita zuccherata che attacca in maniera indelebile Tzanko, tanto diversa dall’acqua di sorgente che era abituato a bere nella sua casa di campagna, riflette lo scontro tra culture che è sintetizzato dal film. Tzanko cessa di essere puro, “viene macchiato” per quanto non per propria scelta di modernità, di carrierismo, di urbanità che lo intaccano in maniera indelebile.
Alla stessa maniera Julia, che è in un supermercato quando riceve la notizia dello smarrimento inequivocabile dell’orologio, vede invertito il suo ruolo di figura dominante. Presa in un corridoio tra i prodotti, deve indietreggiare tre volte per cedere il passo a dei carrelli della spesa che avanzano in senso opposto, a simboleggiare il suo vacillare come figura professionale e come persona.
Due sequenze sottili ma molto eloquenti.

Il film, che è stato descritto da alcuni come una pellicola di critica alla corruzione nei governi della « transizione democratica » nell’ex blocco orientale, ha in realtà ambizioni politiche di altra natura e può essere definito come un affresco di due modelli di vita e concezioni del mondo a confronto. Da un lato la donna in carriera, immersa in una modernità fatta di tecnologie effimere e imprevedibili e disposta a tutto pur di affermarsi, dall’altro un uomo agli albori della vecchiaia, che ha conservato l’umiltà e la saggezza di una vita semplice, secondo un modello senza tempo. Il film è insomma un confronto tra queste due figure, in cui si inserisce come mediatore il terzo personaggio, il marito di Julia, uomo buono ma che non riesce a venire a capo delle ambizioni della moglie e ne subisce la carriera e le scelte. Se in un primo momento il suo personaggio svolge un ruolo importante nel far capire alla donna che « il problema non è professionale, è umano », rivelerà in seguito tutta la sua impotenza di fronte agli eventi : nell’ultima sequenza Julia, recuperato per caso l’orologio di Tzanko dopo un’ubriacatura disperata e una notte all’adiaccio, riunisce quel poco di faccia di bronzo che ancora le è rimasta e tenta in maniera disinvolta di passare a casa di Tsanko per restituirgli il cimelio (finalmente ritrovato sotto il sedile dell’auto). L’uomo, estenuato dal lungo e umiliante processo in cui si è stato inghiottito, picchiato dai colleghi (aveva affermato in TV da Korolev « sarei disposto a fare i nomi dei ladri di gasolio in tribunale »), di ritorno dall’ospedale e rasato di barba e capelli, ormai irriconoscibile, ha anche passato la misura della sopportazione e fronteggia la donna alzando in maniera esplicita la chiave che usa per stringere i bulloni in ferrovia. È in questo momento che il marito di Julia, che la aspetta in auto dietro l’angolo, sente alla radio una bella canzone e decide di alzare il volume,  verosimilmente impedendosi di sentire il massacro della moglie che ci è dato a intendere.

Pregevole pellicola, sul cui messaggio finale ci sarebbe forse qualcosa da ridire : in riassunto sembra essere non sempre bisogno farsi giustizia da soli, ma spesso non c’è altra scelta.

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Amos Speranza (1992), di formazione storico, è direttore di #politicanuova, il quadrimestrale marxista della Svizzera Italiana, ed è membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (Svizzera).