Sofia

in Editoriali/Opinione di

Il bus avanza lento dall’aeroporto al centro e passa sotto imponenti tralicci elettrici che emergono tra alberi frondosi e lussureggianti, case socialiste dai molti piani si alternano al di là delle strade trafficate, mentre all’orizzonte si staglia il massiccio del Vìtoša con le sue molte vette oltre i duemila metri. Si passa anche sotto il palazzo neoclassico del kombinat poligrafico, prima di arrivare in centro tra cupole di chiese ortodosse, minareti delle mosche e anche una sinagoga. La minoranza turca e i ragazzi del Mediterraneo rappresentano una parte del futuro di questo paese, chiamato a dialogare con l’Islam, non solo in ragione della vicinanza geografica, ma anche e soprattutto per una natalità tra le più basse d’Europa.
Con il socialismo Sofia diventa con ciminiere e fabbriche la capitale operaia di una nazione contadina. Nel 1968 qui si è svolto il Festival Mondiale della Gioventù e degli Studenti, ma in città non si trova un libro, anche d’epoca, che racconti quei giorni entusiasmanti con ragazze e ragazzi di tutti i continenti insieme per le strade della capitale a discutere e immaginare un mondo fondato sulla giustizia sociale.
Una slanciata statua rappresentante la divina saggezza ha sostituito nel cuore della città un audace Lenin di Lev Kerbel, autore di molte statue realsocialiste, compreso il Lenin berlinese che molto assomigliava a quello di Sofia, nome della città solo dal 1329, prima per secoli la città è stata la Serdika dei traci, con molte varianti, tra cui Ulpia Serdica sotto Traiano.
Terra stretta tra potenti vicini, bizantini prima e ottomani dopo a sud, russi a nord, diventa al tempo delle migrazioni medievali territorio dei bulgari, popolo asiatico, a lungo dimorante tra i mari d’Azov e Caspio, lungo la Volga. I tratti scuri degli asiatici, così come delle minoranze gitane sono di molti bulgari. Tali origini incendiano gli sguardi delle ragazze more, castane, comunque poco slave, che frettolose salgono e scendono dalla metropolitana, immaginata in epoca socialista, ma realizzata successivamente, sebbene molte carrozze e molte fermate rimandino a quel mondo ideale e materiale.
Tutte le statue e i quadri socialisti, da Lenin a Dimitrov, da Stalin a Živkov, rimosse dalle piazze e dai luoghi pubblici, sono finiti in un museo dedicato all’arte socialista, situato nei pressi della periferica stazione della metropolitana “Dimitrov”, molte opere rimando alla più colorata e celebrativa arte socialista, non mancano statue dedicate all’insurrezione del settembre 1923, primo anelito di libertà delle masse bulgare.
La Bulgaria di oggi vive un presente in cui i diritti sociali sono faticosamente e non sempre garantiti, ma vengono richiesti a viva voce, anche da chi comunista non è. È un buon segno che i cittadini rivendichino ciò che il socialismo garantiva e il capitalismo nega, è evidente come il socialismo abbia lasciato un ricordo positivo tra i cittadini, al di là della mera contingenza politica e dei voti espressi alle elezioni. Forse un giorno decideranno di riportare in centro una delle statue di Dimitrov che ora giacciono pensose nel giardino del museo. Nel frattempo un altro monumento resiste a chi lo vuole smantellare, presso l’NDK, che per tutti i bulgari è la sigla del Palazzo Nazionale della Cultura, voluto dalla figlia di Živkov per celebrare nel 1981 i tredici secoli della prima organizzazione statuale del popolo bulgaro. Il palazzo, nel tipico stile realsocialista di epoca brezneviana, è comunque bellissimo e ancor oggi ospita congressi e festival canori e cinematografici. Una fontana mette in comunicazione tale struttura con gli alberi della piazza, ricongiungendosi proprio al monumento in questione, coevo e dedicato allo stesso tema. La fine del socialismo ha portato alla fine della sua manutenzione, tanto che ora si trova recintato con qualche pezzo caduto qua e là, ma comunque resistente.
In tempi recenti la Bulgaria è stata risucchiata dentro la NATO, ma è sempre vista con scarsa fiducia dagli occidentali, troppo slava e troppo ortodossa, pure con l’alfabeto cirillico, abbastanza per suscitare diffidenza tra coloro che si fanno strumento del potere a stelle e strisce e delle multinazionali speculative che lo dirigono.
Sulla città dominano le cupole della chiesa di Alexander Nievskji, un eroe russo per celebrare un dono dei russi, che giusto un secolo fa l’hanno edificato, insieme alle maestranze locali, in ricordo del sacrificio di tanti russi caduti per l’indipendenza bulgara, conseguita nel 1878 a danno degli ottomani. I bulgari sono anche cittadini dell’Unione Europea, ma senza Schengen e senza euro, insomma, europei, ma moderatamente. I palazzi delle vie principali indugiano con generosità a una festosa monumentalità realsocialista, privata del mausoleo di Georgi Dimitrov, per il quale sono occorsi più giorni per abbatterlo che per edificarlo, saporosa soddisfazione postuma del grande dirigente antifascista, capace di presiedere l’Internazionale Comunista in anni eroici, promuovendo i Fronti Popolari, e poi a capo della Bulgaria fino alla sua morte nel 1949, dal 1954, dopo la breve parentesi di Červenkov, il paese è saldamente guidato fino al 1989 da Todor Živkov. Oggi tutti e tre si trovano nel cimitero centrale, onorati da piccole lapidi non facili da trovare e da molti fiori freschi, a segno che chi crede nell’ideale dell’eguaglianza non li ha dimenticati. Non lontano da loro si trovano duecento soldati italiani prigionieri degli austroungarici morti per l’epidemia di spagnola ed anche sei italiani vittime della violenza nazifascista nel 1944. Perché nonostante tutti i revisionismi, la battaglia contro la barbarie nazifascista è il seme dell’Europa contemporanea.

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