Il modello svizzero della salute come futuro modello dell’educazione?

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Una domanda. Il modello svizzero della salute come futuro modello dell’educazione?

Lo sappiamo, il modello svizzero della salute si basa attualmente su due assi portanti.
Da un lato è finanziato dai privati (con la retta della cassa malati), con delle tariffe differenziate a seconda dei cantoni.
D’altro lato, oltre all’assicurazione di base, permette tutta una serie di scelte complementari a chi paga in più.

È un modello basato sulla competizione tra assicuratori (casse malati) e sulla partecipazione privata ai costi. Chi più investe più riceve.
Il diritto alla salute è condizionato dalla disponibilità finanziaria del cittadino.

Nella scuola cosa succede?
La carenza di risorse è notoria (salari, edilizia, informatizzazione …).
Organizzata ad arte, con la riduzione delle risorse finanziarie, oggi porta pure alla scarsità di personale abilitato.

Il dibattito attuale al Gran Consiglio suona così. Se non si vuole rimanere senza docenti, bisogna abolire l’obbligo di abilitazione, visto che l’attuale SUPSI non può abilitare più di quanto faccia. Detto per inciso, questo per “favorire pure i residenti rispetto il numero crescente di stranieri”.

Conseguenze a medio temine? Avremo due tipi di docenti, quelli abilitati e quelli non abilitati? E la scuola? Sommiamo la competizione fra istituti, la scarsità delle risorse e così via.
Quali conseguenze? Corsi A con docenti abilitati, corsi B con docenti non abilitati? O scuole di serie A e B?
E che politica salariale ne deriverebbe?
Staremo a vedere …

Nel privato, nel contempo, nascono molte interessanti iniziative volte a proporre servizi, consulenze, gestione di problematiche specifiche e così via (per esempio pensiamo alla gestione dei conflitti, allo sviluppo di didattica multimediale ed interattiva, alla gestione dei DSA, ADHD… l’unica innovazione che il cantone ha realmente sostenuto (oltre i corsi di aggiornamento) in questi ultimi anni è Dimat. Per quanto concerne gli altri temi, ben vediamo l’organizzazione di corsi di aggiornamento, ma malauguratamente senza lo sviluppo di competenze specialistiche locali).

Ora mi chiedo quali possono essere le risposte a questo disordine di cose.
• la risposta socialdemocratica: la ridistribuzione delle risorse. In poche parole: più soldi. Non ci sputiamo mica sopra. Anzi! Senza soldi non si fa nulla.
• Ma che altro si deve ottenere? E’ quella l’unica risposta che può immaginare una sinistra di classe?

Bisogna incidere sui processi di produzione delle conoscenze, creare dei centri di competenza in ambito dei disturbi di apprendimento, della gestione dei conflitti, ADHD, creare un centro di ricerca ed innovazione pedagogica (ma sul terreno!), cavalcare la digitalizzazione proponendo didattica multimediale, eccetera.

Certamente, singolarmente presi, i cantoni non hanno i mezzi finanziari per dotarsi di specialisti e dotarsi di una organizzazione scolastica che oltrepassi i dettami neo-liberisti.
Vi immaginate che il Ticino sia dia degli specialisti per ogni tematica citata?
Come fare tutto ciò con l’organizzazione scolastica elvetica?

Va implementata una riorganizzazione dei rapporti fra servizio pubblico e servizi privati. Altro che competizione, quale modello della cultura pedagogica!
Quindi?

Giovanni Galli, psicologo e psicopedagogista