Il 2011: l’anno della Primavera araba?

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Con tutta probabilità il 2011 sarà ricordato come l’anno della “primavera araba” e così finirà sui libri di scuola, dopo che qualche giornalista non troppo attento e qualche storico frettoloso ne scriveranno anche un paio di libri con molte copie vendute grazie ai colossi che controllano l’editoria e orientano il pensiero comune. Io tuttavia dissento da una definizione di questo tipo che riduce tutto a una stessa cosa, ad un unico fenomeno, un solo avvenimento. No, nei paesi arabi del Mediterraneo, del Vicino Oriente, del Golfo sono in corso grandi trasformazioni, radicali cambiamenti e lotte per il potere, ma non possono in alcun modo essere ricondotte ad una unica ed univoca primavera, anche perché a volte gli attori sociali in campo sono gli uni avversari degli altri. Un esempio per tutti: a febbraio in Siria l’ambasciatore statunitense era in piazza insieme agli avversari del presidente Assad, nelle stesse ore al Cairo i cittadini erano in piazza contro l’ambasciatore statunitense in Egitto, eppure le televisioni occidentali facevano vedere le due piazze e commentavano: “che bella la primavera araba”, poco importa se le idee e le rivendicazioni delle due piazze fossero esattamente opposte.

Un elemento unificante certo c’è stato, una generale insofferenza dei giovani rispetto ai sistemi di potere nei quali si trovavano a vivere, nel senso che, anche quando le politiche interne o estere divergevano in forma diametralmente opposta, mentre c’era chi dava casa, pane e lavoro (come la Siria) e chi teneva affamati per strada e senza tetto milioni di cittadini (come l’Egitto), le modalità di organizzazione dello stato erano ferme a modelli di venti o trenta anni fa, per di più con una forte penalizzazione del diritto ad organizzarsi politicamente per i fedeli musulmani, quale che fosse il loro orientamento, radicale o moderato. Dato questo minimo comun denominatore è impossibile in un breve articolo dare spiegazione di quanto avvenuto in ciascun paese. È chiaro che gli Stati Uniti e Israele non sono stati alla finestra, anzi, hanno cercato di fare leva sul malcontento generale per trarne profitto a vantaggio dei loro interessi politici ed economici.

Rossi durante la “primavera” egiziana

Provando una rapidissima sintesi possiamo dire che: in Egitto e in Tunisia due dittatori vergognosi che affamavano il popolo sono stato cacciati sostituiti da governi islamici moderati che rappresentato fedelmente la volontà maggioritaria dei cittadini, in Libia Francia e Inghilterra hanno inventato una guerra per impadronirsi di petrolio e metano, scarseggiando oramai a livello planetario l’uranio per le centrali nucleari, e insediando al potere integralisti tribali peggiori di Gheddafi, in Siria Israele e Stati Uniti giocano una pericolosa partita nella quale pensano che insediare a forza un governo islamico sia meglio dell’attuale presidente socialista Assad, da sempre a loro ostile, in Bahrein nel silenzio generale, la dittatura monarchica sunnita ha ammazzato centinaia di migliaia di cittadini sciiti, affogando la rivoluzione nel sangue, in Marocco e Algeria timide riforme hanno prevenuto grandi manifestazioni, in Giordania la mano di ferro dei servizi segreti prevale ancora sulle possibili tensioni sociali e politiche, in Libano vige uno stallo permanente tra politici asserviti all’Occidente e opposizione formata da Hezbollah e comunisti, in Yemen infine la dittatura filo-statunitense di Saleh ha lasciato il potere dopo trent’anni, ma a un governo molto precario di coalizione tra vecchi arnesi del regime e forze giovani, islamiche e di sinistra, che per mesi, nonostante la repressione brutale e sanguinaria, hanno tenuto la piazza.

Come si deduce quindi un quadro variegato e complesso, molto articolato, molto diverso da nazione a nazione, ma capirlo, o almeno provarci, implica un po’ di impegno, i giornali e le televisioni preferiscono invece alternare immagini di sangue e di arabi festanti e ripetere, all’infinito: “ecco la primavera araba”.