Una storica votazione, vent’anni dopo

in Opinione/Ticino e Svizzera di

Esattamente vent’anni fa, dopo tagli e sacrifici alle scuole pubbliche, il popolo ticinese rifiutò a grande maggioranza il finanziamento pubblico delle scuole private (perlopiù confessionali): era il 18 febbraio 2001. Ricordo con particolare emozione anzitutto la manifestazione di piazza che anticipò di dieci giorni quella votazione (leggi qui).

Quando mi si chiede di parlare della storia recente del movimento studentesco non ho dubbi e segno come momento di cesura le ore 17:30 dell’8 febbraio 2001: da lì è partito un percorso che portò alla nascita del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA). Quella dell’8 febbraio 2001 non è stata la prima manifestazione a cui partecipai, ma la prima che contribuii a organizzare attivamente e su un tema che, visto oggi, sembra quasi degno del “Kulturkampf”: basta leggere come l’allora Giornale del Popolo, sdegnato, ci etichettava tutti come “molinari”… persino i liberali, che firmarono un nostro volantino contro le …privatizzazioni (e già qui si capisce che era proprio un’altra epoca!).

Il rifiuto al finanziamento statale delle scuole private si univa alla volontà di salvaguardare il servizio pubblico ma anche a delimitare le zone di influenza dei gruppi ecclesiali: loro di là a parlare di “libertà”, noi invece di qua a difendere la scuola laica e pubblica fondata da quel “radicale risoluto” che rispondeva al nome di Stefano Franscini, il quale – per usare le parole dei fondatori del movimento comunista, Friedrich Engels e Karl Marx, “rovesciò la dominazione del clero e dell’oligarchia e riorganizzò in questo povero cantone di montagna l’insegnamento del tutto degenerato sotto la guida dei monaci”.

Ricordare la votazione del 18 febbraio 2001 e recuperare la tradizione laica e repubblicana del radicalismo ticinese ormai dimenticato anche da chi ne porta ancora il nome, non è questione di nostalgia fintanto che il ricordo viene connesso alle lotte dell’oggi per il diritto allo studio, per un modello educativo sempre più volto all’integrazione sociale che sappia cioè restituire alla scuola il suo ruolo non appendice del padronato (che insegna ad essere “influencer” e che accetta il precariato come qualcosa di essenziale), ma di istituzione partecipativa e democratica atta a formare cittadini con una coscienza critica nei confronti del sistema sociale ed economico profondamente iniquo e individualista che va per la maggiore ma che non è in grado di concepire l’unità e la solidarietà di cui abbiamo bisogno oggi.

Lo slogan dei ragazzi di vent’anni fa non era solo “scuola dei preti, scuole private, signori ricchi ve le pagate” ma era anzitutto “privatizzare è privare”! E la pandemia ci ha mostrato come i settori strategici dell’economia nazionale non debbano essere privatizzati: la scuola (che deve rimanere accessibile a tutti); la salute naturalmente (non solo la produzione di vaccini o le casse malati con le loro riserve, ma anche le cliniche private che si lamentano che vi sono troppi pochi ricoveri); le poste (che da quando non sono più regia federale hanno smantellato uffici di prossimità e fatto girare i postini come trottole); ma anche l’energia e l’acqua (soprattutto ora che si parla di riversione degli impianti idroelettrici siti sul territorio cantonale).

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Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista (Svizzera). Dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.