Un anniversario dimenticato: vent’anni fa la “Marcia” per la scuola e la laicità

E’ uno di quegli anniversari che restano nella mente di chi li ha vissuti ma che, dopo vent’anni, i media tendono a scordarsi. Eppure l’8 febbraio 2001 non è stata una data qualsiasi. A Bellinzona andava in scena una imponente mobilitazione a difesa della scuola pubblica che segnò la rinascita del movimento studentesco nel Canton Ticino e che avrebbe aperto un intenso ed enorme dibattito nel Paese sull’educazione e sul carattere pubblico, laico e accessibile della scuola ticinese. Ne è convinto Massimiliano Ay, oggi granconsigliere del Partito Comunista ma allora uno dei liceali più attivi che organizzarono la manifestazione che percorse il viale della Stazione fino a piazza Governo: “Quando mi chiedono di parlare della storia recente del movimento studentesco non ho dubbi e segno come momento di cesura le ore 17:30 di esattamente vent’anni fa: da lì è partito un percorso che portò poi alla nascita del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA)” scrive su Facebook ricordando la mobilitazione che infiammò il Ticino appena entrato nel nuovo millenio: il finanziamento pubblico alle famiglie che decidessero di inviare i propri figli in una scuola privata (e a maggioranza: cattolica).

Mario Forni, combattivo presidente dell’Associazione per la Scuola Pubblica del Cantone e dei Comuni (ASPCC) fu diretto durante un dibattito: “Adesso da PPD, UDC e destre ci aspettiamo un atto di coerenza: nell’ultima campagna elettorale hanno propugnato uno Stato leggero e meno interventista e ora si preparano a dare soldi alla scuola privata. Bella coerenza!”. La deputata Monica Duca-Widmer (PPD) rispondeva: “Gli istituti privati offrono servizi che lo Stato non può dare”. Ma cosa si pretende dopo dieci anni di tagli alla scuola pubblica? replicavano docenti e studenti.

Il protagonismo degli studenti

Il Collettivo – come tutti chiamavano l’avanguardia studentesca che settimanalmente si riuniva nella sala di vetro della Casa del Popolo a macinare politica senza disdegnare il dibattito ideologico – portava avanti fin dal 1998 una critica serrata alla selezione sociale nelle scuole e alle influenze sempre più marcate del neo-liberismo e della mercificazione dei processi educativi, ma fu con la “rentrée” dell’anno scolastico 2000/2001 che divenne una realtà capace di incidere nel dibattito. Ricorda sempre Ay: “il nostro rifiuto al finanziamento statale delle scuole private si univa alla volontà di salvaguardare il servizio pubblico ma anche a delimitare le zone di influenza di Comunione e Liberazione, del vescovo e di don Mino (ma anche di liberisti e leghisti): loro di là a parlare di ‘libertà’, noi invece di qua a difendere la scuola laica e pubblica di Stefano Franscini. Le discussioni nell’allora ‘collettivo studentesco per una coscienza critica nei confronti del sistema formativo’ (questo era il nome completo) duravano dall’autunno dell’anno prima, i tempi per uno sciopero erano ritenuti immaturi ma eravamo convinti che almeno un corteo andava fatto e così fu, sotto la pioggia, anticipando quello storico voto di dieci giorni”. In effetti fu il 18 febbraio 2001 che il popolo ticinese si recò alle urne e respinse massicciamente (il 74% circa) il cosiddetto “ticket scolastico” con punte, in alcuni comuni dell’80%.

Ma tutto partì prima… e più precisamente la domenica 19 novembre 2000 quando, alle ore 16:00, i rappresentanti di vari istituti del Cantone si riuniscono nella Capitale. I temi all’ordine del giorno sono in realtà numerosi: si parla della riforma liceale che aboliva i corsi di recupero e implementava la “doppia compensazione” alla maturità, si protesta per l’aumento continuo dei costi dei trasporti e del materiale didattico, ma ben presto i delegati capiscono che quella che i marxisti definirebbero la “contraddizione primaria” era una sola: la necessità assoluta era di dire “No! al sussidio alle scuola private, dopo i tagli a quelle pubbliche”. Quel giorno alla Casa del Popolo c’erano, fra gli altri (e ci scusiamo con chi dimenticheremo), Simona Picco e Andrea Pellerani per gli allievi della Scuola Cantonale di Commercio; Martino Avilès e Linda Del Frate per gli studenti del Liceo di Lugano 1; Matteo Tahemi per il comitato studentesco del Liceo di Lugano 2; Michele Merzaghi per gli allievi del Liceo di Mendrisio; Luzia Savary e Yari Moro per i liceali di Locarno; Stefano Bernaschina per quella che era ancora la Scuola Propedeutica (oggi SSPSS); mentre numerosi sono i liceali bellinzonesi, fra i quali si ha traccia, oltre che di Ay, anche di Nicola Barenco, Priscilla De Lima e Silva Ponzio. La decisione di scendere in piazza era presa, ma il dibattito interno durò fino al 15 dicembre quando, stando ai pochi verbali recuperati, la piattaforma di lotta venne definitivamente approvata e iniziò il lungo lavoro di preparazione fino alla data prescelta: l’8 febbraio 2001.

Il GdP e laRegione, due linee politico-editoriali diverse

Intorno agli studenti si uniscono le forze laiche e progressiste

In un vecchio articolo di quell’epoca, che ancora è pubblicato sul sito dell’ASPCC, si trova una sorta di cronaca di quel giovedì 8 febbraio a firma proprio di Ay, in cui si legge: “davanti alla solita foca, di fronte al solito palazzo sordo, sotto la solita pioggia che, nonostante gli scongiuri ciellini, sembra quasi abbia incitato la gente a non darla vinta ai ladri che ci vogliono fregare 10 milioni oggi, e molti di più domani, ha fatto bene l’amico Claudio ad interrompere il suo discorso per sottolineare il coro di ‘ladri, ladri, ladri’ in sottofondo”. A parlare davanti al Palazzo delle Orsoline a nome del Collettivo Studentesco furono infatti tre studenti: Claudio Luraschi, allora allievo al Liceo Cantonale di Bellinzona, fece il discorso più accorato, a cui seguirono quelli di Mirko Locatelli, iscritto all’Università di Friborgo nonché uno dei leader del movimento e la già citata Luzia Savary. Il merito del Collettivo è aver saputo costruire un ampio consenso intorno a sé: oltre ai comunisti, in piazza c’erano l’allora presidente del PS Anna Biscossa, il deputato Manuele Bertoli (che dieci anni dopo diverrà proprio ministro dell’istruzione), il futuro fondatore di UNIA Vasco Pedrina ma manifestava pure la maggioranza del PLR, un partito in cui – a differenza di oggi – la corrente radicale (“statalista”) ancora esisteva e non aveva del tutto nascosta la propria anima laica e anti-clericale. Personaggi di quell’area, come l’ex-ministro Argante Righetti, i deputati Franco Celio e Riccardo Calastri, non si vergognarono a prendere parte al corteo accanto ai rivoluzionari. Ma a dar man forte agli studenti vi era persino l’allora capo della Divisione scuola del DIC (il Dipartimento Istruzione e Cultura che sarebbe stato poi rinominato nell’attuale DECS), Diego Erba, il Consigliere di Stato Gabriele Gendotti, ma anche lo scrittore Arnaldo Alberti.

Alcuni membri del Collettivo si presentano ai media

Quasi un “Kulturkampf” fra liberi pensatori e ciellini

Nella foto della conferenza stampa che annunciava la manifestazione si riconosce anche Nicola Barenco, poi consigliere comunale di Bellinzona e che nel 2003 fu tra i fondatori del SISA. Ed è firmato proprio da Barenco un articolo apparso sulla “LiBellula”, il giornalino dei liceali di Bellinzona, intitolato “Robin Hood al contrario” e in cui si nota il clima infuocato che in parte si respira in quell’anno, soprattutto fra i giovani, palesemente ostili ai tentacoli del movimento ecclesiale “Comunione e Liberazione”, giudicato fondamentalista, che sta prendendo piede soprattutto nelle università e nei mass-media. “Più di un secolo è passato da quando la scuola è diventata laica e pubblica. Certa gente però non l’ha mai accettato e continuamente riprova a screditare l’opera di Franscini, cercando legittimazione e …grana per la loro scuola privata” iniziava Barenco: “l’insegnamento privato è nel nostro Cantone sinonimo di scuole confessionali cattoliche, le quali indottrinano i propri discepoli, al posto di formare studenti critici che sappiano valutare …il Crocifisso”. E – continuava l’articolo – dei milioni destinati all’educazione se ne “regala una parte ai ricconi che – poverini – hanno bisogno di sussidi per mandare i loro figli nelle sagrestie!”.

L’ultimo volantino del Collettivo Studentesco: la manif è convocata!

Anche la controparte non era da meno in quanto a toni appassionati: il quotidiano della Curia, quel “Giornale del Popolo” fallito pochi anni fa, parlava della manifestazione studentesca come della “Marcia su Bellinzona” evocando provocatoriamente il precedente fascista della Marcia su Roma. L’articolo sul corteo si intitolava poi livoroso: “Sfilata di docenti, studenti e molinari con i vertici radicali e socialisti”, continuando poi ad accomunare i compassati membri del PLR appunto ai “molinari”: Giovanni Merlini, allora presidente dei liberali-radicali veniva deriso dal cronista perché manifestava “elegantissimo” accanto appunto agli autogestiti (evidentemente considerati al pari di straccioni) per di più sulle note – non sia mai! – del canto partigiano di “Bella ciao”, che al giornalista evidentemente infastidiva.

A Dio lasciamo le chiese: a Cesare diamo tutto il resto!

Il comitato che fungeva da lobby delle scuole private e che veniva foraggiato da numerosi nomi della galassia ciellina era apertamente supportato fra gli altri dal vescovo di Lugano Giuseppe Torti, dalla Consigliera di Stato liberista Marina Masoni, dal leader della Lega dei Ticinesi Giuliano Bignasca, da Egidio Centonze imprenditore a capo del “Coordinamento scuole pubbliche non statali”, da don Patrizio Foletti, direttore del Liceo Diocesano di Breganzona e dal rettore del Collegio Papio di Ascona, Piergiacomo Grampa, detto “don Mino” (e ribattezzato dal giornale satirico “Il Diavolo” nientemeno che in “Tombino Grampa”). Un comitato che non mancava di lanciare provocazioni, ad esempio usando sui propri manifesti e cartelloni propagandistici l’immagine di Stefano Franscini, fondatore della scuola pubblica e dirigente radicale ticinese.

uno dei manifesti del fronte privatista

Matteo Caratti sul quotidiano “LaRegione” parlò indignato in quell’occasione di “icona rubata”, concludendo di votare contro la proposta privatista “e dare a Cesare quel che gli spetta” ricordando come lo statista leventinese “si è tenacemente battuto contro l’istruzione appannaggio della chiesa portando il Ticino verso la modernità” essendo “mosso dagli alti ideali che lo animarono per democratizzare l’educazione e toglierla a seminari e oratori”. E non a caso uno degli slogan che quella sera risuonava sul Viale Stazione era proprio: “scuole dei preti, scuole private: signori ricchi ve le pagate”!

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