Occorre guardare oltre il semplice ban di Trump

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I mezzi di dibattito pubblico forse più influenti sono oggi i social. Ci può piacere o no, e a me non piace necessariamente, ma questa è la situazione. E dunque che questi strumenti siano gestiti in modo arbitrario da parte di manager privati senza rispondere a nessuna autorità dovrebbe farci preoccupare. In seguito alla chiusura dell’account Twitter di Trump e alla conseguente reazione degli altri social network, a sinistra si sono formate due opinioni opposte.

Da un lato vi è chi, come i comunisti, critica una tale censura, sia perché quanto esprime un presidente ancora in carica non dovrebbe dipendere dagli interessi di un’azienda, sia perché essa potrà colpire chiunque. Se in effetti oggi viene messo a tacere un miliardario con milioni di elettori, allora tutti noi che contiamo molto meno verremo zittiti non appena inizieremo a dire qualcosa di scomodo. È insomma un pericoloso precedente che verosimilmente colpirà anche la sinistra e, in generale, chiunque non sia allineato al campo atlantico, come del resto è già successo diverse volte con presidenti Latinoamericani, come il cubano Diaz Canel.

Dall’altro lato, vi è una parte della sinistra, apparentemente troppo accecata dall’odio personalistico verso Trump, che difende la decisione di Twitter. Per motivare tale ban viene utilizzata la natura privatistica dei social, che quindi sarebbero legittimate a fare tutto quello che vogliono. In una società profondamente liberista, nella quale lo Stato è sottomesso agli interessi delle aziende private e al mercato, questa visione dei fatti sarebbe vera. Vero ma non in modo assoluto perché anche nella liberale Svizzera la proprietà privata è garantita entro i limiti posti dal parlamento attraverso l’elaborazione delle leggi.  Per chi però si definisce comunista e, più generalmente, di sinistra, ciò non deve essere in alcun modo accettabile. La realtà, infatti, non è immutabile ed il compito dei politici, in modo particolare se comunisti o socialisti, non è quello di osservare la società e mantenerla invariata, bensì di analizzarla e comprendere come migliorarla concretamente.

È dunque legittimo, se non necessario, interrogarsi se sia giusto che un’azienda privata possa bloccare un canale informativo di un presidente ancora in carica (come fatto in questo recente articolo apparso su sinistra.ch), a maggior ragione di fronte all’importanza ormai enorme (che lo si voglia o no) dei social nell’universo della politica.

Pur ammettendo che il ban sia lecito, va poi constatato che Twitter e le altre aziende non procedono in modo coerente con la censura degli account sui social, altrimenti sarebbe stato necessario bloccare anche tutti quegli esponenti politici ed economici che inneggiano a degli interventi in Paesi esteri e utilizzano fake news per motivare tutto ciò. Esemplare in tal senso era il caso di Elon Musk, che su Twitter aveva affermato senza mezzi termini che gli Stati Uniti possono commettere colpi di stato dove vogliono. Ovvio, la situazione nella quale Musk aveva espresso queste parole era differente, ma le sue affermazioni si iscrivono in un clima continuo di tensione e di propaganda mediatica promosso dall’intero establishment statunitense (il neo-eletto presidente Biden in primis), il quale motiva e fomenta gli interventi del campo atlantico nei Paesi non allineati. Del resto, quando i rivoltosi di Hong Kong hanno assaltato il parlamento, questi sono stati ampiamente celebrati e supportati sui social network, anche da chi ora esulta per la censura di Trump.

In conclusione al di là del fatto che sia preoccupante che la politica sia sottomessa agli interessi di aziende private e, quindi, che il privato abbia più potere dello Stato, occorre saper andare oltre il proprio odio per Trump e riconoscere dunque che, come è stato colpito lui, può essere colpito chiunque rappresenti un pericolo per gli interessi del grande capitale e del campo atlantico. Twitter e compagnia non sono delle aziende con chissà quali valori morali o umanitari, bensì degli alleati dell’imperialismo. È per questo motivo che risulta necessario iniziare al più presto a discutere di una seria regolamentazione dei social network e delle rispettive aziende, come recentemente affermato anche da Nicolò Monti, già segretario della Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI), in un suo articolo apparso su L’Antidiplomatico (leggi qui), proprio perché un privato non può e non deve avere più potere dello Stato.

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Luca Frei, classe 1998, è stato eletto coordinatore della Gioventù Comunista Svizzera nel marzo 2020. Dopo la maturità liceale ha iniziato gli studi universitari in storia ed è attivo nel Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA).