L’ennesima censura dei social media… nei confronti di un presidente!

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In seguito ai disordini avvenuti mercoledì 6 gennaio a Washington, durante la certificazione dell’esito del voto delle presidenziali statunitensi, alcuni social media – in particolare Facebook e Twitter, ma anche Instagram – hanno sospeso il profilo del presidente USA Donald Trump; quest’ultimo ha quindi dovuto ricorrere all’account del direttore dei social media della Casa Bianca per aggirare il blocco. Intanto, Mark Zuckerberg comunica che Donald Trump sarà sospeso per almeno altre due settimane, ossia almeno fino alla fine del suo mandato presidenziale.

Questi episodi non sono nuovi, e la tendenza sembra essersi ben avviata. Ricordiamo infatti che, sempre per quanto riguarda Trump, alcune emittenti televisive avevano interrotto il suo discorso in diretta; il compagno Nyl Malyguine ce ne aveva parlato nel suo articolo.

Eppur si tratta di un fatto grave, che dovrebbe alquanto allarmarci, sicché un’importante piattaforma privata ha sanzionato un presidente in carica. Per carità, non si tratta di difendere Trump (che pure pubblica delle fake news, che restano tuttavia liberamente accessibili nelle stesse piattaforme): il problema oltrepassa qui la sua persona, perché, anche se non ci piace affatto, è ancora in carica fino al 20 gennaio. È quindi lecito, anzi doveroso interrogarsi sulla legittimità di questa pratica, e sono molte le ragioni per condannarla.

Innanzitutto, perché si tratta di una giustizia a parti invertite: quella del privato sul pubblico. E questo è inaccettabile, perché significa permettere che un’impresa privata diventi più forte dello Stato. Purtroppo, ciò non è poi così sorprendente: se i colossi del web sono diventati così potenti è anche grazie all’accumulazione capitalistica permessa dal sistema economico.

Inoltre, un politico in carica deve potersi esprimere liberamente, senza il timore di poter impegnare la sua responsabilità penale o di incorrere in procedimenti giudiziari intentati a fini esclusivamente politici. È per tale motivo che, di norma, gli ordinamenti giuridici prevedono delle immunità (generalmente penali) a favore dei membri del potere legislativo e esecutivo. È il caso anche nel nostro paese: la Costituzione federale prevede che “i membri dell’Assemblea federale e del Consiglio federale […] non incorrono giuridicamente in alcuna responsabilità per quanto da loro espresso […]” (art. 162 cpv. 1 Cost.; cfr. anche gli art. 16 ss LParl) e, a livello ticinese, l’art. 51 della legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato instaura un’“immunità parlamentare” a favore dei deputati.

Il paradosso è quindi evidente: un politico in carica è al riparo dal perseguimento processuale (in particolare penale), ma non dalle sanzioni di un’impresa privata. Tuttavia, anche qui il paradosso è solo apparente: contrariamente a quanto si tenda a far credere, la società occidentale non è esente da censura, che è anche politica. Ciò che viene considerato politicamente dannoso viene censurato, e quando in un paese “democratico” e “liberale” vi è un’instabilità importante, la censura autoritaria cancella facilmente i diritti di cui i nostri paesi si fanno promotori all’estero, il che dimostra che tutto è, in fondo, una questione di classe.

Infine, i social media e più generalmente tutti i mezzi di comunicazione di massa sono strumentalizzati per appoggiare politiche imperialiste. Ricordiamo infatti come, in seguito all’autoproclamazione di Juan Guaidò come presidente del Venezuela, le diverse piattaforme web avevano rimosso la “spunta blu” (a indicazione del carattere ufficiale) dalla pagina del profilo del presidente legittimo Nicolas Maduro: ora però la stessa Unione europea ha deciso di scaricarlo, dimostrando in modo eclatante che i social media avevano censurato il presidente legittimo per legittimare il golpista Guaidò. Altri esempi non mancano, come il profilo di Rafael Correa (ex-presidente dell’Ecuador), che fu chiuso arbitrariamente.

Questo ultimo caso di censura, sebbene abbia colpito un personaggio poco gradito come Donald Trump, non può quindi che preoccuparci: visti gli interessi cui rispondono monopoli mediatici come quello di Facebook e visti i precedenti di cui sopra, non è da escludere che la censura venga presto estesa a tutte le persone e le organizzazioni che osano contestare il sistema. D’altra parte, nemmeno il presidente degli USA ne è stato risparmiato.

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