Secondo Berna, “Assange non aveva intenzione di difendere i diritti umani”. Furenti i comunisti!

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La decisione dei giudici britannici di non accogliere la domanda di estradizione negli Stati Uniti del giornalista dissidente Julian Assange ha fatto scalpore. Le autorità americane hanno tuttavia già annunciato ricorso, il che impone di continuare la lotta in difesa della libertà di questo giornalista che ha svelato quanto pericolosa e criminale fosse la politica estera di Washington per la sicurezza internazionale e la pace. E’ il pensiero anche dell’ex-procuratore pubblico ticinese ed ex-senatore svizzero Dick Marty che ebbe modo di dichiarare: “Assange non ha fatto che dire la verità, rivelando delle azioni criminali e risvegliando la coscienza internazionale”.

Nel frattempo a risvegliare la coscienza internazionale è stato il governo progressista del Messico, presieduto da Andrés Manuel Lopez Obrador che governa in alleanza ai comunisti del Partito del Lavoro del Messico (PT) e con il sostegno esterno del Partito Popolare Socialista Messicano (PPSM), che ha prontamente fatto sapere la disponibilità a garantire l’asilo politico ad Assange nel proprio Paese: una proposta generosa che in molti avrebbero voluto però che giungesse, e molto prima, dalla Svizzera per la sua tradizione umanitaria e in quanto paese neutrale. Pochi sanno che però Berna ha già declinato nel 2019 una prima proposta firmata dal Partito Comunista svizzero.

Il Partito Comunista promotore dell’asilo politico ad Assange in Svizzera

Già il 14 aprile 2019, a seguito della notizia dell’arresto di Julian Assange a Londra su pressione di Washington, il Partito Comunista svizzero aveva scritto al ministro degli esteri della Confederazione, il liberale Ignazio Cassis, perorando la suddetta causa. L’eventuale estradizione di Assange negli Stati Uniti, infatti, dalle informazioni che si avevano in quel momento poteva addirittura “comportare la pena capitale, in quanto sarebbe trattato quale vertenza relativa alla sicurezza nazionale”.

In particolare, in quella lettera, il Partito Comunista chiedeva due cose al governo di Berna: “di presentare una nota di protesta al governo di Washington e che, nel rispetto della tradizione umanitaria, democratica e neutrale della Confederazione, venga concesso asilo politico al dissidente Julian Assange ingiustamente perseguitato per aver rivelato numerose atrocità nell’ambito della politica interventista statunitense”.

Questo, peraltro, scrivevano sempre i comunisti, “rientrerebbe pure nel mero interesse nazionale della Svizzera, in quanto si otterrebbero informazioni necessarie per capire come uno dei nostri attuali partner, gli USA appunto, risultino del tutto inaffidabili e dannosi per il protagonismo del nostro Paese nell’ambito del mondo multipolare che si sta configurando”.

Anche la Gioventù Comunista Svizzera si era mobilitata in difesa di Assange.

Il Dipartimento di Cassis banalizza il ruolo di Assange

Il 2 maggio dello stesso anno finalmente arriva la risposta. Al segretario del Partito Comunista Massimiliano Ay veniva recapitata una missiva della Direzione politica del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE): «Assange ha effettivamente contribuito a svelare casi di violazione dei diritti umani» ammette l’ambasciatrice Heidi Grau che firma la lettera a nome della Divisione della sicurezza umana del Dipartimento diretto dal Consigliere federale ticinese Cassis. Tuttavia – continua la risposta al Partito Comunista – “egli non ha avuto l’intenzione di promuovere e tutelare direttamente i diritti umani. Pertanto Julian Assange non può essere considerato un difensore dei diritti umani né ottenere la relativa protezione prevista dalle linee guida della Svizzera concernenti la protezione dei difensori dei diritti dell’uomo”.

I comunisti sono furibondi e in una nota arrivata stamane alle redazioni, parlano di un “tentativo, quello del DFAE, di relativizzare l’impegno di Assange a favore dei diritti umani francamente imbarazzante e che dimostra la geometria variabile con cui si muove una diplomazia elvetica troppo spesso orientata non ai nostri interessi nazionali ma a quelli dell’imperialismo americano!”. E’ lo stesso deputato Massimiliano Ay a commentare ieri notte sul proprio profilo Facebook: “Diciamola tutta: abbiamo accolto presunti difensori dei diritti umani sul libro paga delle ONG filo-imperialiste per decenni, ma oggi facciamo i pignoli solo perché non si vuole infastidire i padroni americani. Ma padroni saranno ancora per poco… per fortuna il multipolarismo (e dunque la sovranità) avanza, che lo si voglia oppure no!”.

Un tentativo di dissuadere anche la SEM?

Se la protezione dei difensori dei diritti umani è di competenza degli Esteri, per quanto riguarda però le domande di asilo presentate in Svizzera esse sono esaminate dalla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) che è sottoposta al Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP). Naturalmente – continuva la lettera timbrata dal ministero di Cassis – “se Julian Assange dovesse presentare una domanda di asilo in Svizzera, la competenza per la decisione […] spetterebbe quindi alla SEM”.

Già, naturalmente! La decisione spetta a un altro ufficio, certamente, su cui però peserebbe il giudizio politico pesante e di fatto negativo dell’ambasciatrice Grau. Lo rileva preoccupato anche il Partito Comunista che nel suo comunicato ai media spiega come con quella risposta del maggio 2019 “il DFAE di fatto influenzava l’eventuale decisione della Segreteria di Stato per la migrazione (SEM) qualora Assange avesse presentato motu proprio la domande d’asilo a Berna”. Insomma un invito indiretto ai suoi legali a desistere.

Ancora nel dicembre 2019 si manifestava a Ginevra in difesa di Assange.

Il popolo svizzero può fare molto

Nell’estate 2020 il nostro portale aveva dato voce al movimento in difesa della libertà per Assange con un articolo dell’editore francese Aymeric Monville che ricordava anche l’impegno del sindacato ADETRA di Ginevra nel tenere accesa la lotta per la liberazione del giornalista ingiustamente incarcerato. In quel testo, in cui non si nascondevano neanche i dubbi sulla strategia della difesa, si lanciava un appello a non cedere e a continuare la mobilitazione. Un appello che facciamo nuovamente nostro invitandovi a rileggere l’articolo intitolato: “Ecco perché il popolo svizzero può salvare Julian Assange” (link).

Oltre alla mobilitazione dell’opinione pubblica, è però importante comprenderne l’urgenza: le condizioni di salute di Assange sono infatti molto precarie. A esprimere la propria preoccupazione in tal senso è stato ancora lo scorso 10 dicembre 2020, l’ex-deputato alla Camera dei Comuni di Londra, George Galloway, fondatore del Partito dei Lavoratori britannico (WPB), nell’ambito di una trasmissione radiofonica affermava (lo si può ascoltare qui a partire dal minuto 29:00): “La magistratura britannica, ai più alti livelli, può essere l’ultima entità non corrotta dello Stato… ma il vero problema è se Julian può rimanere in vita abbastanza a lungo da portare a termine l’intero processo giudiziario”.

Proprio per motivi sanitari, nel frattempo il deputato ginevrino Jean Rossiaud, sta insistendo presso le autorità federale affinché concedano un visto umanitario per Assange, così da permettergli di curarsi presso l’Ospedale Universitario di Ginevra (HUG). La città sul Lemano ha d’altronde già dimostrato di essere disposta ad accoglierlo: nell’aprile 2019, il parlamento cittadino aveva infatti adottato una risoluzione con cui chiedeva al governo svizzero di intervenire “per salvaguardare la vita e l’integrità fisica di Julian Assange”, concedendogli appunto un visto umanitario.

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