Il Parlamento ticinese bacchetta il Consiglio della Magistratura difeso dal PLR

in Ticino e Svizzera di

Il parlamento ticinese – autorità di vigilanza e di nomina – ha proceduto all’elezione dei venti procuratori pubblici che potranno operare a Palazzo di Giustizia per i prossimi dieci anni. L’elezione è avvenuta in un clima di forte tensione politica, dopo che in settembre una fuga di notizie aveva fatto trapelare i preavvisi negativi del Consiglio della Magistratura: quest’ultimo – incaricato di far avere al parlamento i propri suggerimenti – di fatto “bocciava” 5 dei 20 procuratori uscenti e interessati a ricandidarsi. I magistrati Zaccaria Akbas (in quota PPD), Marisa Alfier (in quota PS), Anna Fumagalli (in quota PPD), Francesca Lanz (in quota Lega dei Ticinesi) e Margherita Lanzillo (in quota PLR ma mollata da quest’ultimo) venivano per di più pesantemente apostrofati. Si è trattato di uno shock per l’intero Palazzo di Giustizia e per la credibilità delle istituzioni, poiché significava che di fatto un quarto della procura veniva giudicato inadeguato al delicato lavoro che essa è chiamata a svolgere: quello di decidere sulla vita di una persona. Stranamente i cinque nomi “bocciati” facevano riferimento ciascuno (o quasi) a una diversa area politica: una par condicio fin troppo aritmetica per non destare sospetti.

Il momento dell’elezione dei 20 procuratori pubblici

Giudizi pesanti difesi solo dal PLR

I giudizi espressi dal Consiglio della Magistratura – l’organo che vigila sul funzionamento dell’apparato giudiziario cantonale e composto sia da membri “togati” sia membri “laici” (non giuristi) – sono stati particolarmente duri con termini sferzanti che, dati in pasto ai media ancora prima che ai parlamentari, potevano solamente delegittimare e umiliare i diretti interessati. “Insufficiente presenza in ufficio”, “minimalista”, “autoreferenziale”, “mancanza di oggettività”, “mancanza di senso critico”, “problemi di competenza tecnica” fino al pesantissimo “suscettibile di cagionare danni all’ente pubblico”. Parole che marchiano a vita anche dal punto di vista professionale e che dunque non possono essere espresse senza una più che indubbia documentazione.

Così la pensano tutti i membri della Commissione Giustizia e Diritti del Gran Consiglio, ad esclusione dei commissari Marco Bertoli, Giorgio Galusero, Giovanna Viscardi, Sebastiano Gaffuri e Cristina Maderni del Partito Liberale Radicale (PLR), i quali invece sposano le parole del Consiglio della Magistratura e che, alla fine, rifiuteranno di firmare il rapporto commissionale: per loro i cinque procuratori preavvisati negativamente vanno licenziati, punto e basta! A smentire il suo stesso Partito è però la giudice del Tribunale penale federale Fiorenza Bergomi che intervistata dal quotidiano LaRegione spiega come tali preavvisi non solo “equivalgono a una sorta di destituzione” ma che in precedenza “non risulta” che nei confronti dei procuratori ‘bocciati’ vi siano stati “multe, ammonimenti o altre sanzioni da parte del Consiglio della magistratura”.

Il rischio di un conflitto istituzionale

La Commissione Giustizia e Diritti (CGD) è la commissione parlamentare preposta alle nomine e, per far piena luce su questo “terremoto”, ha chiesto al Consiglio della Magistratura l’incarto completo, per poter capire sulla base di cosa aveva potuto scrivere dei simili commenti e preavvisare negativamente i cinque procuratori. Ma… colpo di scena! il Consiglio della Magistratura presieduto dal giudice Werner Walser (guarda caso di area liberale anch’egli!) si rifiuta di obbedire all’autorità di nomina: a suo avviso la trasmissione della documentazione “violerebbe la separazione dei poteri”. Non contento di ciò, nega l’accesso agli atti anche agli stessi cinque procuratori preavvisati negativamente, impedendo loro di fatto di difendersi opportunamente dalla pesanti accuse loro rivolte. Un passo clamoroso, questo, che sarebbe potuto sfociare nell’attivazione dell’alta vigilanza da parte della commissione parlamentare e, quindi, in un aperto quanto grave conflitto istituzionale, che solo il senso di responsabilità dei deputati ha saputo evitare.

Werner Walser, presidente del Consiglio della Magistratura, è in quota PLR

Peraltro sia l’avvocato Filippo Gianoni, professore di diritto all’Università dell’Insubria, sia il giudice emerito Claude Rouiller, già presidente del Tribunale Federale svizzero, interpellati l’uno dai media e l’altro come perito esterno dalla stessa CGD, hanno sostanzialmente dato torto al Consiglio della Magistratura: senza quei documenti l’autorità di nomina avrebbe dovuto fidarsi ciecamente di Werner Walser. In parlamento il deputato del Partito Comunista Massimiliano Ay sbotta: “vorrei ricordare – sembra banale dirlo, ma francamente mi chiedo se alcune persone lo sappiano – che il parlamento è l’unico organo eletto dal popolo con lo scopo di controllare, vigilare e nominare”!

Lo scontro in seno alla Commissione Giustizia e Diritti

Preso atto di quello che poteva sembrare quasi un “ammutinamento” del Consiglio della Magistratura, i commissari della CGD hanno sentito in audizioni separate sia una delegazione dello stesso, sia i cinque procuratori da esso bocciati. Questi ultimi hanno contestato validità e fondamento dei preavvisi firmati dal giudice Walser, ed evidentemente lo hanno fatto in modo convincente. Infatti, alla fine di molte riunioni, il 30 novembre scorso la maggioranza commissionale ha deciso clamorosamente di non seguire il suggerimento del Consiglio della Magistratura e di proporre per la rielezione tutti gli uscenti, compresi i cinque procuratori inizialmente preavvisati negativamente.

Il motivo è scritto nero su bianco nel rapporto: la CGD ritiene proponibile il rinnovo della carica “non avendo riscontrato elementi sufficientemente solidi a sostegno di una non rielezione, vista in particolare l’assenza di precedenti avvertimenti formali o sanzioni disciplinari, ritenuto altresì che i dati statistici forniti non appaiono particolarmente dirimenti”. Insomma fra statistiche sbagliate, accesso agli atti negato, procedure gestite alla bell’e meglio, i granconsiglieri hanno bacchettato il Consiglio della Magistratura sconfessandone un modo di lavorare perlomeno lacunoso.

I commissari della sinistra: Carlo Lepori e Nicola Corti (PS), Massimiliano Ay (PC) e Marco Noi (Verdi) hanno firmato (seppur con riserva) il rapporto della CGD sottoscritto pure dagli esponenti di Lega dei Ticinesi, UDC e PPD, mettendo così ai margini il PLR (il partito che domina a Palazzo di Giustizia). “La Commissione ha fatto tutti gli approfondimenti necessari a fronte dei giudizi severi del Consiglio della magistratura sui cinque procuratori pubblici”, ha sottolineato poi in aula il presidente commissionale Luca Pagani: approfondimenti che hanno permesso di sanare le lacune procedurali che avrebbero potuto portare a ricorsi che avrebbero sconfessato il parlamento. Ora invece il parlamento ha rieletto tutti e, semmai, sarà il Consiglio della Magistratura a doversi riattivare per destituire, questa volta con motivi fondati e circostanziati, ma soprattutto in modo proceduralmente corretto, i procuratori che si rivelassero inadatti alla funzione da un punto di vista tecnico-giuridico, perché dal punto di vista politico l’esame è stato superato.

Il Partito Comunista si distanzia dalla cultura del caos

Il deputato del partito trotzkista MPS, Matteo Pronzini, in parlamento ha come suo solito attaccato polemicamente la “casta” politica (un’italianata che però fa audience): oltre alle dimissioni del Consiglio della Magistratura ha proposto l’autogestione dei procuratori per “superare le attuali interferenze politiche”. Così come formulata non è altro che una boutade utile solamente a far parlare di sé e a fomentare la sfiducia verso il sistema giudiziario da parte della cittadinanza. Una cultura del caos che non favorisce svolte progressive, come detto dal deputato del Partito Comunista Massimiliano Ay, il quale ha spiegato che i marxisti sanno certamente che “come ogni istituzione in una società capitalista anche nella magistratura vi sono contraddizioni e interessi di potere contrapposti” e che ciò è “assolutamente naturale in una società di classe!”. Questo non deve però autorizzare a giocare con la credibilità del potere giudiziario, il quale assume una valenza fondamentale per uno stato di diritto e tali contraddizioni – secondo Ay – “soprattutto in questa fase storica non si risolvono fomentando sentimenti di anti-politica perché la politica c’è, sempre e comunque, anche quando lo si nega”.

Massimiliano Ay è deputato del Partito Comunista

L’autogoverno della magistratura

Da noi interpellato Ay si è espresso anche sulla proposta “autogestionaria” avanzata da MPS: “l’autogoverno della magistratura è il sistema che esiste in Italia: lo si può prendere certamente in considerazione, ma è una riforma che non si può improvvisare con un semplice emendamento. Inoltre sarebbe illusorio credere che le ideologie e gli interessi di classe spariscano magicamente togliendo di mezzo i partiti: occorre piuttosto lavorare per un sistema equo e plurale fra le varie sensibilità presenti nel settore giudiziario”. Intervistato nel settembre scorso dalla Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana (RSI), l’avvocato Niccolò Giovanettina ha affermato, parlando della scelta dei magistrati: “i partiti dovrebbero fare un lavoro di scouting, dovrebbero tornare a selezionare la classe dirigente”. In Gran Consiglio gli ha indirettamente fatto eco proprio Massimiliano Ay che ha dichiarato: “il problema di fondo che noi riscontriamo è che i Partiti non effettuano una selezione interna del proprio personale che si propone per cariche istituzionali come appunto il settore della giustizia, per il quale occorre cultura politica da intendersi come senso dello Stato”.

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