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Esercito: quale sicurezza?

Puntuale con l’avvento della seconda ondata pandemica, la propaganda di legittimazione dell’esercito è ricomparsa sulla scena. Il 18 novembre il Consiglio federale ha adottato il messaggio relativo ad un nuovo impiego delle forze armate in appoggio al sistema sanitario. I compiti consisterebbero “nell’assistere le strutture ospedaliere civili nel settore delle cure di base e delle terapie, nell’aiutare gli ospedali cantonali ad accrescere le capacità delle loro unità di cure intense e nel trasportare pazienti contagiosi”.

Ma questi compiti non sono già di competenza del servizio e della protezione civile? Come mai l’esercito si legittima con degli impieghi tipici degli altri due servizi? E come mai si tenta regolarmente di smantellarli o renderli meno attrattivi, se il lavoro di cui si vanta l’esercito è analogo? Ma soprattutto, come mai ci si ostina a voler impiegare l’esercito in questo genere di mansioni, quando durante la primavera la mobilitazione delle forze armate ha dimostrato tutta la sua inefficacia, con reclute rimaste per settimane a giocare a ping pong in caserma e soldati dislocati negli ospedali senza alcuna competenza medica da mettere a disposizione delle strutture sanitarie?

Premettendo che servizio e protezione civile non devono sostituire il personale sanitario qualificato, e che occorre quindi investire nella formazione di medici e infermieri, i quali poi non devono essere soggetti a contratti di lavoro precari – sembra che la politica federale continui deliberatamente ad ignorare il contributo che migliaia di civilisti prestano nel settore sanitario come in molti altri ambiti realmente utili alla collettività. Anzi, addirittura essi vengono costantemente bistrattati dalle politiche militariste. Non scordiamoci del progetto di riforma (per fortuna respinto) in discussione quest’anno alle camere federali, che mirava proprio ad inasprire le condizioni d’ammissione al servizio civile.

Un caso specifico questo, che si iscrive in una situazione subdola ben più ampia. È sufficiente fare riferimento alle prime pagine del Breviario dell’esercito Svizzero che sanciscono compiti come “l’assistenza alle autorità civili”, “l’intervento in caso di catastrofi naturali”, “l’ausilio alla popolazione in casi straordinari”. Esibendo la massima “la sicurezza per il nostro Paese come unico obiettivo”.

Tralasciando il fatto che questi compiti non gli sono esclusivi, emergono alcune domande che in tempi di crisi pandemica meritano degli approfondimenti: quale tipo di sicurezza offre lo stanziamento di 21.1 miliardi (per il quadriennio 2021-2024) in favore di questa struttura? E investirne oltre 20 in aerei da combattimento del tutto sproporzionati rispetto ai bisogni reali, non è forse fuori luogo in un delicato momento come questo, in cui le priorità sono ben altre?

L’unico modo per dare seguito ai quesiti è di leggerli in chiave militarista. Perché se si esaudisce anche solo un briciolo di coscienza civile – di cui loro tra l’altro si riempiono la bocca – risulta evidente che questi finanziamenti sono del tutto inadatti ai nostri tempi. Che il concetto di “sicurezza per il Paese” promosso dall’esercito sia effimero e astratto risulta ormai chiaro. Occorre dunque contrastarlo (materialmente e ideologicamente) promuovendo un altro concetto di sicurezza ben più reale. Per esempio investendo nei servizi che la pandemia ha rivelato come indispensabili per l’uomo: la sanità obbligata a tappare buchi con personale d’oltre confine, l’agricoltura strozzata dalla concorrenza estera, i trasporti sempre più cari con confortevoli prime classi ma con seconde stracolme, gli uffici postali di periferia sempre più bersagliati da tagli aziendali, ecc. O ancora, tutelando i lavoratori licenziati e i piccoli commercianti che con l’acqua alla gola hanno dovuto chiudere: la sicurezza economica di queste fasce sociali va difesa con ben maggiore decisione. 

La realtà è che la patria (quella reale) viene più spogliata che difesa dal nostro costoso ed inefficace apparato militare, il cui smisurato costo di mantenimento viene scaricato sulla collettività. In questi tempi di crisi pandemica, l’accezione di “sicurezza” va dunque urgentemente ridefinita!

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Niki Paltenghi

Niki Paltenghi, nato nel 1997, ha studiato grafica all'Ecole cantonale d'art de Lausanne (ECAL). Collaboratore della redazione di #politicanuova, milita nella Gioventù Comunista.