A Verona uno sguardo multipolare sul cinema mondiale

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Vincendo ogni titubanza e ogni complicazione, il direttore Ugo Brusaporco ha dato vita come ogni anno dal 23 al 27 luglio a Verona alla 26° edizione del Sangiò Video Film Festival, piccola e preziosa realtà che promuove le cinematografie che si interrogano e aprono squarci sul mondo, con bellezza di immagini e contenuti, partendo dalla convinzione che il cinema documentario, storico e artistico abbia oggi ancora grandi possibilità, più di altri generi scaduti in molti casi a modeste commedie con inclinazioni televisive. Il direttore con coraggio ha scelto film che – in anteprima italiana – non si vedranno né alla televisione, né in altri festival, né al cinema, perché raccontano come il multipolarismo stia scalzando, anche in ambito culturale, il soffocante abbraccio del pensiero unipolare.

Con la consueta maestria già altre volte apprezzata, a partire da “Il palazzo del popolo”, la regista russa Elena Gladkova muove la camera alla ricerca della bellezza, con eleganza, con grazia, indugiando nei particolari, nei dettagli che illuminano l’insieme, ecco allora i fiori del prato, la mela e il bicchiere di vodka, l’icona, il sole che in controluce inonda lo sguardo dello spettatore, abbracciando la chiesa ortodossa della Trasfigurazione costruita per volontà dello zar Ivan il Terribile nel XVI secolo a Ostrov nei pressi di Mosca e il lussureggiante verde che in Russia è di incantevole bellezza, in particolare in un “Giorno d’estate”, questo il titolo della trasposizione del racconto “Le champ d’oliviers” di Guy de Maupassant, una breve storia dedicata alla complessità delle relazioni umane, ambientata dalla regista sulle rive della Moscova e restituitaci con efficacia ed emozione.

Forse solo il Novecento è stato in grado di regalare tanta complessità, tanto entusiasmo, tanta sofferenza a chi abbia creduto nel marxismo e nella sua forza liberatrice, ancora oggi l’amore per l’umanità muove Aurora Sánchez, argentina, ma con genitori combattenti per la Repubblica nella guerra civile spagnola e figli e fratelli caduti per l’America Latina, sognata come terra di eguali e non di divisioni sociali, ricchezze per pochi, miserie e povertà per molti. Le immagini più emozionanti del film “Los indalos” di  Gato Martínez Cantó, Santiago Nacif Cabrera e Roberto Persano, sono quelle in cui questa famiglia si ritrova nel 1979 in Nicaragua, combattendo per la Rivoluzione Sandinista, fino al suo trionfo, alla Liberazione del popolo dalla brutale dittatura di Somoza e impegnandosi nei mesi successivi nella costruzione di una nuova vita collettiva e pacifica. Quelle immagini, quei sorrisi, quei giovani, così come in un giusto parallelo i sorrisi di altri giovani che sostegono oggi, nelle stesse piazze, l’attuale governo sandinista, dicono e insegnano molto, soprattutto ai detrattori odierni di quell’esperienza, immagini che restano quale indelebile traccia di un cammino che non può essere mistificato.

“Herencia”, ovvero “Eredità”, premiato per la miglior colonna sonora, è il documentario ricco e accurato, ancorché di taglio molto giornalistico, realizzato dalla spagnola Ana Hurtado a Cuba e in particolare all’Avana, capace di ricostruire i mille rivoli che formano l’identità personale e collettiva del popolo, segnata dall’incontro tra le culture di milioni di schiavi portati dall’Africa con quelle originarie degli abitanti dell’isola, così come quelle europee imposte dai colonizzatori. La riflessione è spesso contrappuntata dalle profonde e precise riflessioni di Miguel Barnet, già presidente dell’UNEAC, Unione Nazionale degli Scrittori e degli Artisti di Cuba, tra i più rilevanti antropologi latino-americani, che ricorda come l’incontro tra queste culture, nella musica, dalla rumba al cha-cha-cha, alle religioni con l’incontro tra santeria e cristianesimo, siano il tessuto connettivo e identitario del popolo cubano, aiutato dalla Rivoluzione socialista nella valorizzazione di questo patrimonio, anche limitando l’atteggiamento ostile e controrivoluzionario ereditato dall’apparato cattolico dell’epoca di Batista.

Assolutamente stupendo “Murghab”, vincitore del premio per la miglior fotografia e del premio solidarietà, degli antropologi Martin Saxer, Daler Kaziev e Marlen Elders, saliti a tremila seicento metri nel centro abitato tagiko di Murghab, un tempo importante snodo strategico sovietico in prossimità del confine con Afghanistan e Cina, oggi desolato centro senza più approvvigionamenti provenienti da Mosca e quindi con problemi per l’elettricità, così come in disuso son finiti l’aeroporto, il cinema e l’ospedale. Gli autori si concentrano sulla vita nel tempo presente, con uomini che raccolgono arbusti, un’infermiera premurosa, un’insegnante di storia che con passione tiene lezione alle sue attentissime allieve e un saldatore che monta cucine a partire dagli scarti della modernità sovietica. Immagini e silenzi che si confondono, trasformando, come nei casi più felici, il cinema in poesia.

“Mao Ce Dun” di Besnik Bisha racconta come a metà degli anni ’70 una comunità gitana nel cuore dell’Albania socialista riesca ad andare a vivere in un bell’appartamento in città, dopo che il nono figlio di Gekuran, guida della comunità, è stato chiamato con il nome del Grande Timoniere, Mao Ce Dun in albanese. La famiglia, lasciate le tende, riceve ora visite regolari dell’ambasciatore cinese e dei dirigenti locali del Partito del Lavoro, al quale Gekuran si iscrive, manifestando le sue tendenze maoiste, tanto da girare con il Libretto Rosso, che cita e apprezza. Tuttavia tutto cambia quando le relazioni sino-albanesi si interrompono e chiamarsi come il fondatore della Cina socialista non è più un merito, ma diventa un problema. Commedia giocosa, a volte superficiale, ma capace di appassionare il pubblico albanese che vi ha ravvisato molte aderenze con la quotidianità del tempo.

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Davide Rossi, di formazione storico, è insegnante e giornalista. A Milano dirige il Centro Studi “Anna Seghers” ed è membro della Foreign Press Association Milan.