Le università alla prova del coronavirus: il caso britannico

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Come molti altri settori, anche l’educazione è stata duramente colpita dalla pandemia da coronavirus: costretta a chiudere e riorganizzarsi online, la scuola ha dovuto reinventarsi dall’oggi al domani, dall’asilo fino all’università. Un’interessante articolo apparso sul numero estivo della rivista “Workers“, edita dal Communist Party of Britain – Marxist Leninist (CPBML), analizza le difficoltà con cui si sta confrontando il settore universitario inglese, alle prese con la pausa estiva e la pianificazione del rientro a scuola in settembre. Come in altri casi, anche in questo la pandemia ha fatto emergere varie fragilità e contraddizioni di fondo dell’attuale modello di sviluppo delle università britanniche, a fronte delle quali i comunisti britannici chiedono un radicale cambio di rotta.

Il rientro a scuola fra misure sanitarie e tagli al personale

Le università britanniche stanno attualmente negoziando con i sindacati la definizione delle misure sanitarie per il rientro a scuola a settembre: in una prima dichiarazione pubblicata ad inizio giugno, la federazione universitaria University UK ha incoraggiato le istituzioni ad essa affiliate a proporre “tutto l’insegnamento, i servizi di supporto e le attività extracurricolari permesso dalle direttive sanitarie del governo”. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire la sicurezza sanitaria dei docenti e degli studenti, ma anche la possibilità per questi ultimi di accedere a tutta l’offerta formativa necessaria per completare i propri studi.

Al contempo però, numerose università britanniche stanno affrontando seri problemi finanziari. Malgrado numerose di esse siano impegnate in avventurosi e colossali progetti immobiliari (la sola università di Manchester ne ha avviati ben 47 per un valore di 625 milioni di sterline!), lo scoppio della pandemia ha messo in crisi le finanze di vari atenei, con importanti conseguenze per i lavoratori da essi impiegati e per la loro offerta formativa. L’università di Roehampton, ad esempio, ha proposto dei tagli salariali a tutto il personale universitario, oltre ad un aumento del carico di lavoro e alla sospensione di tutti i congedi di ricerca. Ma non è un caso isolato: anche l’università di Liverpool ha annunciato che non rinnoverà circa 600 contratti di lavoro a termine, mentre l’Imperial College di Londra minaccia di sopprimere oltre 150 posti di lavoro.

Un modello universitario in crisi

Le ragioni di questo tracollo finanziario delle università britanniche sembra essere il modello di sviluppo da esse perseguito negli ultimi anni: puntando principalmente ad attrarre studenti dall’estero, vari atenei si sono specializzati nella “caccia allo studente straniero”. I numerosi progetti immobiliari in corso rispondono proprio a questa strategia: con l’obiettivo di attirare studenti da altri paesi, le università più ricche si sono lanciate in ambiziosi progetti di ristrutturazione ed ampliamento delle proprie strutture per renderle più attrattive per gli stranieri. Tutto ciò ha però reso il sistema accademico inglese sempre più dipendente dalle rette versate dagli studenti provenienti dall’estero (che pagano in media tre volte quanto uno studente britannico), riducendo al contempo il numero di studenti “indigeni” nelle università britanniche. Poiché numerosi atenei conservano un numero chiuso (Oxford e Cambridge ad esempio non aumentano da anni il numero di studenti ammessi), ogni studente straniero in più corrisponde potenzialmente ad un uno studente britannico in meno, come dimostrano d’altronde le più recenti cifre: in un solo anno scolastico (tra il 2017-2018 e il 2018-2019), il numero di studenti inglesi è infatti diminuito del 15%!

Se il numero di studenti stranieri era già in calo in seguito al referendum sulla Brexit, il forte rallentamento degli spostamenti internazionali causato dalla pandemia ha accelerato la crisi di questo modello: un recente sondaggio indica infatti che circa la metà degli studenti stranieri potrebbero non tornare in Gran Bretagna a settembre. È quindi facile capire come mai le università britanniche sentano l’acqua alla gola e cerchino di “tirare i remi in barca”: come spesso accade, a pagare le scellerate scelte manageriali sono però coloro che non hanno nessuna responsabilità in merito e che anzi costituiscono la base e il reale valore dell’attività universitaria, ovvero i docenti e gli studenti.

I comunisti inglesi chiedono “un futuro sostenibile”!

Il CPBML sembra avere le idee in chiaro sulle responsabilità di questo disastro educativo: “la cosiddetta globalizzazione (un sofisticato nome per il più virulento capitalismo internazionale) ha fatto molta strada distruggendo lo spirito pubblico dell’educazione superiore”. Per i marxisti-leninisti britannici, la ricetta per rimediare è altrettanto evidente: “abbiamo bisogno di più educazione, non di meno (non da ultimo per riprenderci dalla pandemia). Abbiamo bisogno di più persone educate e competenti, non di meno, come molti altri paesi”. Il potenziale di crescita del numero di studenti “indigeni” è d’altronde comprovato: secondo un recente rapporto commissionato dal sindacato UCU (University and College Union), “vi sono degli incentivi molto significativi per rimpiazzare la perdita di studenti internazionali con degli studenti residenti”. Le attuali stime prevedono infatti una crescita di un quinto del numero di studenti in Gran Bretagna tra il 2018 e il 2030, che condurrà ad un aumento della domanda domestica di educazione superiore.

Per il CPBML il futuro dell’accademia è dunque estremamente chiaro: “dobbiamo ritornare ai principi fondativi dell’università – fornire un’educazione di alto livello ai giovani britannici. Questa deve essere la base di un futuro decente e civile per il nostro paese”.

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