Quando dicevamo: «LiBe vive!»

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Se penso alla mia prima politicizzazione la mente mi riporta, fra gli altri momenti, alle giornate culturali autogestite durante i miei anni da liceale.

La mia educazione civica

Fu in quelle occasioni, più che sui manuali di storia, che conobbi, ad esempio, l’esperienza del ’68. Era il 1998 e per il 30° di quella stagione di lotta sociale, uno dei collaboratori di Mario Capanna, il leader del movimento milanese, tenne una lezione sul ruolo della musica della Contestazione. Lo fece nell’aula Teatro del Liceo Cantonale di Bellinzona (LiBe), e vi garantisco che imparare “Hasta Siempre” di Carlos Puebla in quello scantinato della scuola mantiene, a oltre vent’anni di distanza, un che di suggestivo. Ah, e aggiungo: noi la controparte mica l’accettavamo…

Poi fu la volta del giornalista RSI Fabio Dozio che ci parlava dell’occupazione dell’Aula 20 alla Scuola Magistrale: quando il Ticino anticipò persino il Maggio francese. Sempre in quelle occasioni di autogestione incontrai per la prima volta la lotta del popolo cubano non solo tramite la presenza dell’Associazione Svizzera-Cuba, ma direttamente degli ambasciatori. Alle giornate autogestite imparai anche aspetti di politica locale grazie agli incontri con deputati (“Il socialismo nel 2000” con Fabio Pedrina e Franco Cavalli) e ministri (l’attività di Gabriele Gendotti finì però in un …fiasco, letteralmente!), e naturalmente con gli attivisti di vari associazioni: ricordo bene – ero un “primino” – l’attività di Luca Buzzi sull’obiezione al servizio militare (a quel tempo il servizio civile era stato legalizzato da poco e un ex-liceale di nostra conoscenza era finito incarcerato per aver rifiutato di indossare l’uniforme). Persino del volo di Giovanni Bassanesi, che nel 1930 decollò da Lodrino (peraltro con il supporto di Pietro Monetti, fondatore del Partito Comunista) per la sua azione antifascista su Milano, ne venni a conoscenza durante una di quelle attività.

Per un anno le ho pure organizzate in prima persona, ed è stata una esperienza indimenticabile: di responsabilizzazione, di organizzazione (non solo logistica) ma anche – soprattutto – di agitazione nell’accezione politico-sindacale del termine, perché si trattava non solo di gestire e in qualche modo mobilitare una comunità studentesca, ma anche di negoziare con la Direzione che già allora mostrava i primi tratti censori. Ammetto però che di quest’ultimo compito non me ne occupavo direttamente io: visto che già pendeva su di me una non troppo velata minaccia di provvedimento disciplinare, si ritenne che la diplomazia fosse meglio delegarla ad altri.

Il senso di comunità…

Nell’archivio del movimento studentesco ho ritrovato un documento datato 14 aprile 1997 e firmato dagli studenti del LiBe (io ancora non c’ero). Si trattava del “Rapporto finale sulle Giornate Culturali Autogestite”, le prime in assoluto. Scrivevano i liceali di allora: “Il desiderio di renderci maggiormente attivi all’interno della scuola, che è il luogo dove durante quattro o più anni passiamo la maggior parte del nostro tempo, la voglia di contribuire a ricreare quell’ambiente studentesco che negli ultimi anni era andato via via scomparendo, la necessità di andare per un momento oltre le materie che tradizionalmente vengono insegnate al liceo per aprirsi alla cultura in senso più ampio. Queste sono solo alcune delle ragioni che ci hanno spinto a proporre all’Assemblea degli studenti di tentare anche da noi l’esperienza dell’autogestione, visti anche i successi di Locarno e, seppur con modalità leggermente diverse, di Lugano 2. In occasione dell’Assemblea abbiamo presentato la proposta, che è stata accettata a larga maggioranza. Dopo aver ottenuto l’approvazione degli studenti siamo partiti con le fasi preliminari dell’organizzazione e di colloquio con la direzione”.

Nessun passo indietro sui diritti acquisiti

Sono passati tanti anni e l’esperienza educativa che sono le Autogestite è andata avanti consolidandosi, pur con le sue naturali contraddizioni. Esse rappresentano un valore aggiunto nel nostro sistema formativo, tuttavia capita che talvolta, proprio adducendo la mancanza di una base legale, alcune Direzioni scolastiche trasmettano l’idea (sbagliata) ai ragazzi che il fatto che vi siano tali momenti sia frutto della loro benevolenza e che, di conseguenza, arrivino anche a ridurle drasticamente nella durata o nei criteri selettivi, se non addirittura ad annullarle. In un caso si è tentato persino di riservare le Autogestite solo ad alcune classi di un istituto, e non a tutti gli allievi come prevede il loro stesso significato originario.

Insomma: era necessario fare un po’ di chiarezza, non per istituzionalizzare un momento di autonomo protagonismo studentesco, ma per garantire che i diritti acquisiti, anche tramite la lotta, non vengano persi troppo facilmente, soprattutto in un periodo di minore politicizzazione delle masse giovanili.

L’iniziativa parlamentare che ho depositato circa un anno e mezzo fa proponeva di inserire nella legge (o perlomeno nei regolamenti), la garanzia di almeno due giorni autogestiti (spesso già oggi sono in realtà tre). E ciò alla luce anche delle denunce del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) e della loro risoluzione del novembre 2018 in cui si rivendicava di “ridurre le barriere economiche che impediscono ai giovani di costruire da sé il proprio percorso artistico e culturale” e in tal senso si proponevano vari interventi, fra cui appunto l’Inserimento del diritto alle giornate autogestite nella legge “in modo da alimentare la creazione autonoma di cultura nelle scuole di grado secondario”.

Grazie al rapporto favorevole alla mozione elaborato per la Commissione Formazione e Cultura del Gran Consiglio elaborato della deputata Daniela Pugno-Ghirlanda martedì scorso il Gran Consiglio ha dato ragione al Partito Comunista e, con 58 voti favorevoli, 5 contrari e 2 astenuti, ha approvato il principio di garantire a livello di regolamento almeno due giorni per anno scolastico ad attività gestite in modo autonomo dagli stessi studenti in tutte le scuole medie superiori e professionali a tempo pieno.

Una vittoria che però avrà senso solo se sarà propagandata nelle assemblee studentesche e se, partendo da essa, i delegati studenteschi sapranno promuovere una campagna sul piano di massa per consolidare le posizioni e avanzare verso una scuola più viva e partecipata.

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Massimiliano Ay è segretario politico del Partito Comunista (Svizzera). Dal 2008 al 2017 è stato consigliere comunale di Bellinzona e dal 2015 è deputato al parlamento della Repubblica e Cantone Ticino.