Kim Jong Un è resuscitato. Nuova figuraccia dei giornalisti occidentali.

in Asia/Internazionale di

Per due settimane siamo stati letteralmente bombardati da notizie sul presunto decesso del leader nordcoreano Kim Jong Un. L’unico motivo era l’assenza prolungata dello statista asiatico dalla scena pubblica. La fonte iniziale della filtrazione era però “DailyNK”, un portale che si reputa vicino all’intelligence della Corea del Sud, che si trova da mezzo secolo in stato di guerra con la Corea del Nord ed è quindi una fonte di parte. Peraltro non sappiamo quanto i servizi segreti sudcoreani siano favorevoli al loro stesso governo che con Kim Jong Un vuole continuare a dialogare. Ciononostante nessun giornalista del mainstream occidentale ha ritenuto di doverne mettere in dubbio la credibilità.

I precedenti non mancano…

Già in passato (vedi) avevamo riferito della fake news diffusa nel 2013 da «prestigiose» testate giornalistiche svizzere che davano per certo la condanna a morte dell’ex-ambasciatore nordcoreano a Berna poi diventato ministro degli esteri della Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC). Senza alcuna verifica, e nascondendosi dietro la scusa secondo cui sarebbe “molto difficile avere informazioni dalla Corea del Nord”, i giornalisti della borghesia svizzera (ma in realtà i colleghi del resto d’Europa non sono stati migliori) hanno preferito spacciare per vere notizie false riprese da fonti del tutto inattendibili o faziose solo per aumentare il senso di indignazione dell’opinione pubblica e spingere il popolo svizzero a detestare un paese ripetutamente demonizzato, il quale dal canto suo rispetta invece la Confederazione e vorrebbe intensificare le relazioni di amicizia con la Svizzera. Quando poi il dignitario nordcoreano è “resuscitato” la rettifica della notizia si è ridotta a un flash a fondo pagina. Nel 2016 il “defunto” incontrò a Pyongyang persino il segretario del Partito Comunista svizzero Massimiliano Ay.

Senza contare poi le altre storielle fantasiose come i calciatori fatti uccidere per aver perso una partita di calcio, lo zio di Kim fatto sbranare dai cani, l’ex-ministro giustiziato a cannonate per essersi assopito durante un comizio del leader, ecc. tutte baggianate a cui nemmeno un bambino crederebbe, ma che invece trovano spazio sulle più prestigiose testate giornalistiche occidentali malate di anti-comunismo. L’ultimo “miracolo” in ordine di tempo consisteva nella resurrezione di Kim Kyong Hui, membro dell’Ufficio politico del Partito la cui condanna a morte si dava per certa (vedi).

Nel 1986 toccò a Kim Il Sung

Questo genere di fake news non sono nuove: nel novembre 1986 la stampa occidentale – quella che si auto-incensa come libera, indipendente e democratica – fece morire nientemeno che Kim Il Sung, fondatore della RPDC. Per giorni testate atlantiste come l’italiana La Repubblica – giornale creato ad arte, fra l’altro, per deviare l’opinione pubblica comunista e di sinistra italiana su posizioni filo-americane – propagò la menzogna secondo cui il prestigioso leader comunista che aveva liberato la Corea dagli invasori prima giapponesi e poi americani fosse stato assassinato dai suoi stessi uomini. Ecco cosa riportava La Repubblica il 18 novembre 1986: «Secondo uno dei più informati giornali giapponesi, il Mainichi Shimbun, Kim Il Sung sarebbe stato ucciso una settimana fa, da alti esponenti delle forze armate nordcoreane, dopo che la polizia segreta aveva scoperto un complotto da parte di elementi filocinesi dell’esercito, contrari al riavvicinamento tra la Corea del nord e l’Urss. (…) A Seoul, invece, il più diffuso giornale della sera, il Chosun Ilbo, ha scritto ieri nella sua edizione della notte che gli altoparlanti lungo la fascia smilitarizzata che divide la Corea all’altezza del 38º parallelo avevano confermato la morte di Kim Il Sung”. Una bugia dietro l’altra atta in quel caso a creare sfiducia fra la sinistra anti-imperialista sulla possibilità di superare lo scisma sino-sovietico che ancora parzialmente lacerava il movimento comunista internazionale di allora e per smentire quel monolitismo fra popolo, esercito, partito e governo che caratterizza lo “Juché”, il peculiare socialismo in salsa coreana.

Un’ossessione per gli anti-comunisti

Nei giorni scorsi invece a “morire” è stato l’attuale leader Kim Jong Un, presidente del Partito del Lavoro di Corea, colui che ha riaperto il dialogo con la Corea del Sud e che ha stabilito contatti nientemeno che con il presidente statunitense Donald Trump, suscitando l’astio dei settori più guerrafondai legati all’entourage democratico di Washington vicino a Hillary Clinton.

Dopo averlo inizialmente ridicoleggiato come un “bamboccio”, in molti hanno dovuto ricredersi sull’abile strategia con cui la leadership nordcoreana ha saputo muoversi nel difficile contesto geopolitico, ed ecco che ogni scusa è buona per sminuire la solidità del governo comunista. I giornalisti occidentali si sono per questo inventati operazioni chirurgiche dall’esito letale, squadre mediche cinesi in soccorso a quelle coreane evidentemente incapaci, e problemi cardiocircolatori dettati dall’obesità e dal troppo fumo del dirigente coreano.

Pyongyang non perde tempo con gli incompetenti…

Una tale notizia non poteva però essere confermata dalle autorità di Pyongyang perché – naturalmente – vi era in corso, così almeno spiegavano i nostri solerti media, una terribile lotta intestina per il potere. Ecco insomma come intensificare ulteriormente la demonizzazione del Paese: nella narrazione dominante quindi quella coreana non è solo una dittatura dinastica e sanguinaria, ma è pure un regime per nulla trasparente che dimostra come i comunisti siano interessati solo al potere. Come se non fosse assolutamente normale, ai fini della sicurezza nazionale, gestire con cautela e riserbo lo stato di salute di un qualsiasi capo di Stato.

Naturalmente per l’occasione, e per confermare ciò che non si poteva confermare, sono stati intervistati i soliti boriosi esperti di geopolitica (che magari non hanno mai viaggiato a Pyongyang e non hanno nemmeno accesso al corpo diplomatico nordcoreano del loro stesso paese) che si spacciano per specialisti e si atteggiano da dotti conoscitori del cosiddetto “regno eremita”. Non potevano nemmeno mancare i dissidenti, quelli scappati con fughe rocambolesche a Seoul, le cui testimonianze “à la carte” si possono però acquistare per pochi spiccioli a seconda di cosa necessita il telegiornale di turno. Insomma: una colossale montatura propagandista senza vergogna, proprio quello di cui la casta giornalistica europea accusa regolarmente la Corea del Nord.

Il flusso di pubblicazioni e il caos informativo determinato anche dai social network poteva questa volta – va detto – seminare dubbi anche fra chi conosce il meccanismo perverso delle bufale mediatiche, come quelle che abbiamo dovuto ascoltare negli ultimi anni contro il presidente siriano Bashar Assad o contro il leader libico Muammar Gheddafi, dipinti come dei mostri per giustificare le guerre di saccheggio della NATO ai danni dei loro paesi. Insomma eravamo come sempre di fronte alle solite fonti anonime, voci inverificabili alimentate da supposizioni del tutto arbitrarie, gonfiate da giornalisti che solitamente hanno una conoscenza della politica internazionale pari allo zero (…ma guai a dirglielo!).

In questo contesto c’era persino chi si lamentava del fatto che il governo nordcoreano non smentisse ufficialmente la notizia: come se a Pyongyang non avessero altro da fare che perdere tempo a confutare le fake news che regolarmente giornalisti incompetenti pubblicano per denaro all’estero? La RPDC è un paese sovrano e decide da solo la propria agenda politica: una cosa di cui, evidentemente, quello che viene definito il quarto potere non si capacita…

Ci sono esperti ed esperti…

Naturalmente nessuno dei Partiti politici occidentali che hanno relazioni ufficiali con il Partito del Lavoro di Pyongyang ha diramato alcuna nota sulla presunta malattia o morte di Kim Jong Un; ma loro – secondo i giornalisti occidentali che pensano di sapere tutto – non contano. Non basta nemmeno che il presidente dell’Associazione internazionale di amicizia con la RPDC, lo spagnolo Alejandro Cao de Benos, confermi pubblicamente che nel paese asiatico tutto sia nella norma.

Molti, perlomeno in Italia, si sono fidati del prof. Francesco Sisci, sinologo e insegnante di relazioni internazionali all’Università di Pechino, il quale ha ribadito invece insistentemente, da ultimo sul quotidiano italiano “Il Messaggero” del 28 aprile scorso, che Kim Jong Un fosse spacciato: «Che io sappia è clinicamente morto. Naturalmente potrei sbagliarmi, ma credo che la ridda di voci, le informazioni contrastanti, le mezze smentite e la sua continua assenza dalla scena pubblica mi pare confermino che appunto Kim è in stato vegetativo e fuori dalla politica attiva. Naturalmente è un momento molto delicato e non si può fare una crisi al buio. Credo quindi che l’annuncio della sua morte potrebbe arrivare quando la lotta di successione probabilmente in corso sarà conclusa». La stampa italiana addirittura prevedeva tale annuncio esattamene per il finesettimana del 2/3 maggio 2020. E invece questo weekend ha coinciso proprio con il ritorno del Maresciallo, vivo e vegeto, fra la folla. Le fonti che Sisci si vantava di avere addirittura all’interno della stessa RPDC si sono rivelate essere quindi del tutto inattendibili.

Ma il sinologo parlava anche di una missione di ben 50 medici inviata da Pechino in Corea del Nord per curare il moribondo Kim Jong Un, ammettendo però, almeno qui, di basarsi su fonti che lasciavano alquanto a desiderare: «Io ho letto di questa cosa su un settimanale giapponese molto bene informato. Per quanto ho sentito io una equipe medica cinese era stata chiamata per cercare di rianimare Kim ma è se ne è andata quando ha visto che la situazione era disperata». Il ben informato settimanale nipponico si è rivelato invece un ottimo produttore di fake news e il grande esperto con importanti entrature negli apparati cinesi e – presuntamente – nordcoreani ha perso la faccia!

Il “rigore” giornalistico del Corsera

Come sappiamo Kim Jong Un è riapparso in pubblico il 1° maggio e, per l’occasione della Giornata dei Lavoratori, ha inaugurato una nuova fabbrica di fertilizzanti fosfatici a Sunchon, una città di quasi trecentomila abitanti nella provincia del P’yŏngan Meridionale.

Dopo due settimane di bufale sul “coma irreversibile” e sulla “morte cerebrale” del presidente del Partito del Lavoro coreano, insomma, la credibilità dei liberi media del campo atlantico ha subito un nuovo pesante colpo. Il Corriere della Sera il 25 aprile scorso scriveva: “nessuno può morire a Pyongyang fino a quando il regime non dice che è morto”. Si dovrebbero solo vergognare, gli scribacchini che producono articoli del genere, che non solo mancano di rispetto a un capo di Stato di un Paese sovrano, riconosciuto diplomaticamente e membro dell’ONU. Ma si sa: certi giornalisti che si compiacciono della propria indipendenza sono spesso forti con i deboli e deboli con i forti…

Dovendo ammettere che Kim Jong Un è vivo, il quotidiano di Milano deve però comunque fare un po’ di dietrologia: “la folla schierata per applaudire indossa la mascherina. Segno che anche in Nord Corea c’è allarme coronavirus, nonostante il regime non abbia ammesso alcun caso di contagio”. Anzitutto i dati sui contagi sono confermati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, in secondo luogo il COVID-19 è una pandemia e dunque l’allarme c’è ovunque, naturalmente anche in Corea del Nord che ha predisposto la quarantena e ha chiuso le frontiere ben prima di altri paesi. Il fatto che vi siano forme di profilassi e che l’allarme Coronavirus sia confermato, ancora non significa che per forza debbano esserci dei contagi e che dunque il governo coreano dica bugie. Ma il Corrierone vuole lasciare questo dubbio per non vuole ammettere che un paese povero e sotto embargo, come appunto la Corea del Nord, sappia gestire una crisi sanitaria forse meglio della ricca Italia.

Non è tutto, ecco che il Corsera insiste sulla malattia: “dopo aver tagliato il nastro della fabbrica nuova, Kim riappare seduto a un tavolone posto su un palco (…). Quasi che non avesse voglia di stare troppo in piedi”. Chi ha scritto questo pezzo non è stato in Corea e non ne conosce i protocolli, che prevedono, fra le altre cose, anche poltrone e tavoli sui palchi destinati all’ospite d’onore.

Non sappiamo evidentemente se il leader coreano abbia o meno problemi di salute, di certo questi non si possono estrapolare da ipotesi campate per aria come fa l’articolista e nemmeno da quanto presumono “medici sudcoreani che gli hanno fatto un check-up a distanza” …alla faccia della scienza!

22,815 Visite totali, 316 visite odierne