Crisi sanitaria ed economica: le proposte dei comunisti europei

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L’intero globo è confrontato con una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, a causa della propagazione dilagante della pandemia da Corononavirus. Non solo interi sistemi sanitari nazionali si trovano al limite delle proprie capacità, con conseguenti gravi ripercussioni per la salute dei propri cittadini; ma anche a livello economico, a causa delle misure straordinarie adottate dai governi per debellare l’espansione del virus, stiamo vivendo una delle più pesanti crisi economiche della storia. Di fronte a un’emergenza di queste proporzioni, i comunisti sono in prima linea: in Svizzera lo sono sia sostenendo la popolazione attraverso i propri militanti attivi nel servizio civile, sia politicamente nel proporre soluzioni immediate per fare fronte alla crisi.

A livello sanitario è generalizzata fra tutti i partiti comunisti europei, la rivendicazione di maggiori investimenti nella sanità pubblica, che passano da aumenti salariali per il personale medico, come suggerito dal Partito del Lavoro del Belgio (PTB), all’istituzione di fondi nazionali per la sanità: come ha suggerito a sua volta il Partito Comunista Italiano (PCI) di un investimento di 50 miliardi di euro in cinque anni per questo settore. Dal canto suo, invece il Partito Comunista (PC) svizzero pone l’accento sulla necessità di impedire la speculazione intorno alla ricerca farmaceutica e quindi di espropriare il futuro vaccino contro il COVID-19 che andrebbe distribuito gratuitamente a livello statale. Parimenti, per il Partito del Lavoro d’Austria (PdA), gli strumenti sanitari dovrebbero essere gratuiti per tutta la popolazione. Pensando invece a misure più strutturali, sia il Partito Comunista dei Popoli di Spagna (PCPE) sia il Polo di Rinascita Comunista in Francia (PRCF) e il Partito Comunista del Belgio (PCB) chiedono la nazionalizzazione delle aziende farmaceutiche e la riconversione dell’industria verso la produzione di medicinali e di materiale sanitario.
A livello invece del lavoro e della socialità, i comunisti svizzeri chiedono una copertura al 100% delle indennità di lavoro ridotto per tutti i lavoratori colpiti dal lock-out, il divieto di licenziamento per tutta la durata della crisi, e delle indennità di Perdita di Guadagno completa per i lavoratori indipendenti. Similmente il Partito Comunista Tedesco (DKP) sollecita un aumento generale di tutte le indennità per lavoro ridotto. Particolare, inoltre, sono le proposte del Partito Comunista di Grecia (KKE) di una tredicesima per i pensionati, e di un reddito extra di 1’000€ e la sospensione del pagamento delle imposte per i lavoratori indipendenti. Il reddito universale di quarantena è invece quanto proposto dai comunisti italiani (organizzati sia nel PCI sia in Fronte Popolare e in Rifondazione Comunista): esso sarebbe teso a sostenere tutta la popolazione privata di entrate in questo momento di emergenza socioeconomica. Sempre nell’ottica di andare incontro alle necessità dei lavoratori, il Partito Comunista Portoghese (PCP) chiede il blocco degli sfratti e del pagamento dei mutui, come pure un divieto assoluto dell’interruzione della fornitura di gas, elettricità, acqua e telecomunicazioni.

Attendo alle esigenze dei più giovani, ma anche delle PMI, è il Partito Comunista della Svizzera che insiste sul rimborso delle rette universitarie e dei titoli di trasporto pubblico, oltre al divieto di sfratto per artigiani e piccoli commercianti. Considerando gli ultimi della nostra società, il PCB belga chiede che lo Stato requisisca hotel e appartamenti sfitti in cui accogliere non solo il personale sanitario, ma anche i senza tetto e i più indigenti.

L’economia andrà però anche rilanciata e in vista di questa fase la maggior parte dei partiti comunisti europei lotta per una patrimoniale straordinaria così che il debito pubblico non venga colmato dai salariati ma dai milionari. Altri sottolineano poi la volontà di introdurre la Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, affinché si finanzi l’investimento massiccio che gli Stati dovranno effettuare per salvare l’economia, soprattutto in termini di crediti e liquidità per le PMI e i lavoratori indipendenti. In aggiunta è necessario che si annulli ovunque il meccanismo del freno al disavanzo. E in caso di sostegno diretto ad aziende private, lo Stato dovrebbe prediligere l’acquisizione azionaria come richiesto dai comunisti svizzeri.

In conclusione, dinnanzi a questa crisi non si può non considerare il ruolo aggravante dell’Unione Europea e del neoliberismo. A causa, ad esempio, dei criteri di Maastricht, che prevedono il pareggio di bilancio e tagli massicci al debito pubblico, molti paesi europei hanno tagliato nella sanità pubblica. Si pensi all’Italia, che tra una manovra finanziaria e l’altra, ha tagliato per 37 miliardi di euro in dieci anni, riducendo il proprio numero di letti in ospedale di 70’000 unità. Non solo, ma nel solco del neoliberismo, si è susseguito un processo massiccio di privatizzazioni, e come giustamente fanno notare i comunisti del PdA dell’Austria, l’UE difende i monopoli, anche in ambito farmaceutico, non i suoi cittadini. Superare le regole di austerità imposte da Bruxelles ed il neoliberismo è quindi centrale nella strategia che i comunisti europei intendono promuovere per una sanità pubblica e per uno Stato incisivo a livello del mercato.

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Stefano Araujo, classe 1993, dopo il bachelor in scienze politiche e sociologia all'Università di Zurigo, ha conseguito il diploma di master in scienze politiche presso l'Università di Ginevra. E' membro del Comitato Centrale del Partito Comunista (Svizzera).