Telelavoro all’epoca del coronavirus: nemmeno il software è …neutrale

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In questo periodo di quarantena, in cui siamo tutti confinati in casa, le scuole e gli uffici si sono dovuti ingegnare per poter continuare le proprie attività a distanza, spesso grazie all’utilizzo di applicazioni dedicate al telelavoro. Anche se la situazione legata al coronavirus si è evoluta rapidamente ed il tempo per adattarsi alle nuove circonstanze non è stato molto, è comunque importante rimarcare che le scuole e gli altri enti pubblici dovrebbero fare particolare attenzione ai supporti informatici scelti. Alcune università stanno infatti utilizzando delle piattaforme per il telelavoro e l’insegnamento a distanza che sembrerebbero non garantire la sicurezza dei dati dei loro studenti. Mi riferisco in particolare all’applicazione gratuita Zoom, in merito alla quale si è espresso Sebastian Fanti, addetto per la protezione dei dati del Canton Vallese, in un’intervista rilasciata il 29 marzo alla RTS.

“Non utilizzate Zoom.” – Nell’intervista Sebastian Fanti spiega che sono diverse le ragioni che lo hanno spinto a lanciare questo appello sui social media. Tra queste vi è il fatto che l’applicazione non rispetta la sicurezza dei dati e colleziona informazioni personali sugli utilizzatori. Queste informazioni raccolte dall’app Zoom vengono poi trasmesse a Facebook anche se non si possiede un profilo. L’anno scorso degli esperti in materia di sicurezza informatica hanno constatato varie mancanze dell’applicazione quando non sono stati in grado di contattare gli sviluppatori perché correggessero dei file. Se ad esempio si confidassero su quest’applicazione delle informazioni di un minorenne, queste informazioni non sarebbero protette ma verrebbero invece condivise con Facebook, a dimostrazione che Zoom non è affidabile.

L’esperto vallesano attesta che, sulla base di ciò che ha visto e letto e considerando il parere degli esperti, l’utilizzo di questa applicazione non è consigliato a funzionari di governo, insegnanti e a tutte le persone che sono tenute alla riservatezza e al segreto professionale, in quanto la lacuna nella sicurezza dei dati di Zoom non è conforme alla legge svizzera. Questi problemi di sicurezza e di protezione dei dati non sono limitati alla versione gratuita dell’applicazione, bensì toccano anche quella a pagamento. Stando alle parole dell’esperto, vi sarebbero delle valide alternative anche gratuite come Whereby e Jitsi.

Fanti afferma infine, sempre in merito alla questione dell’insegnamento a distanza e del telelavoro, che invece di gettarsi sulla via più facile e veloce bisognerebbe riflettere attentamente per evitare di fare affidamento su servizi sbagliati.

Va inoltre ricordato che l’insegnamento a distanza non deve essere usato come movente per siglare accordi con grandi multinazionali private. Occorre dunque, come peraltro rivendicato già dalla Gioventù Comunista ma ribadito pure dal Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA), favorire delle piattaforme open source, come ad esempio Moodle.

Da questo punto di vista, risulta perlomeno discutibile che il Canton Ticino abbia optato per Teams, il software di proprietà del colosso privato statunitense Microsoft. Affinché si eviti ciò in futuro, potrebbe essere utile che Confederazione e Cantoni si affidino a software di produzione propria, piuttosto che incrementare ancora di più i profitti di privati esteri perlomeno per gli ambiti più sensibili come appunto quelli dell’amministrazione dello Stato.

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Lea Donghi, classe 1997, è impiegata in un'azienda di serigrafia e dal 2019 milita nella Gioventù Comunista Svizzera.